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 1997  febbraio 24 Lunedì calendario

In Cina c’è il comunismo oppure il capitalismo? «In Cina c’è sia il comunismo che il capitalismo

• In Cina c’è il comunismo oppure il capitalismo? «In Cina c’è sia il comunismo che il capitalismo. Il cinese può commerciare, intraprendere, importare, esportare e speculare alla Borsa di Shangai come qualsiasi cittadino di una qualsiasi democrazia occidentale. Ma non può dire e pensare cose diverse da quelle che sono iscritte nel grande libro dell’ortodossia comunista e ricevono l’imprimatur del partito. In Cina i reati contro il patrimonio vengono puniti con la pena di morte e le famiglie devono rimborsare il costo della pallottola con cui è stato giustiziato il condannato. Questo potrebbe entrare in una logica capitalista. Ma il dissidente Liu Gang, rilasciato dopo sette anni di prigione, era tenuto a fare regolare rapporti alla polizia sui suoi pensieri. Questo è tipicamente comunista» (Sergio Romano).
• In che modo possono concretamente convivere il comunismo e il capitalismo? «La vecchia struttura comunista ha tenuto il paese unito e sotto controllo. Coloro che nel frattempo hanno voluto e saputo arricchirsi, si sono arricchiti».
• Come si è arrivati a questa strana situazione? «Quando Mao morì, nel 1976, Deng, che non era in fondo mai stato comunista, spinse subito il paese sulla strada della trasformazione capitalista. Suoi slogan: ”Il commercio esisteva già ai tempi di Confucio”; ”Il mercato non è un’invenzione occidentale”; ”Diventare ricchi è glorioso”. In soli sei anni, il paese diventò il primo produttore al mondo di cereali. Oggi il ritmo cinese di crescita è di quasi il 10 per cento l’anno, il che significa che la ricchezza del Paese raddoppia ogni sette anni. Gli americani hanno calcolato che, permanendo il ritmo attuale, la Cina sarà la prima potenza economica asiatica in un anno compreso tra il 2015 e il 2020».
• Non si sarebbe potuto, mentre si incoraggiava la libera impresa, dotare il paese di strutture appropriate, per esempio il Parlamento, le libere elezioni, eccetera? «Questo è un modo di ragionare tipicamente occidentale. I cinesi, da migliaia di anni, si riconoscono in un’autorità che è sempre anche dispotica. Inoltre: il tentativo di smantellare la vecchia struttura di partito, il potere dei burocrati e il controllo dello Stato sulla società civile avrebbe creato tensioni fortissime e reso irrealizzabile il progetto di liberalizzazione economica».
• In che rapporti stanno tra di loro il partito comunista che regna e la società civile che guadagna? «In un rapporto di corruzione. Materie prime, licenze edilizie, permessi d’esportazione, controlli sanitari, autorizzazioni d’ogni genere: tutto può diventare materia di contrattazione privata. Nonostante i corrotti siano puniti con la morte, le dimensioni della corruzione sono enormi».
• Le imprese statali sono in perdita? «In perdita enorme. Ma non si possono chiudere, perché questo significherebbe buttare sul lastrico centinaia di migliaia di persone. Una stima del 1994 valuta in 200 milioni coloro che sono dediti a un ”lavoro rurale superfluo”. Si calcola che nel Duemila i disoccupati saranno duecento milioni. Adesso chi non ha più lavoro in campagna viene a cercare fortuna in città. Si tratta di 60 milioni di persone. Nel libro: Guardando alla Cina con un terzo occhio sta scritto: ”Tutte le dinastie sono state distrutte da lavoratori migranti sradicati”. Davanti alla stazione di Pechino ci sono molti uomini fermi ad aspettare con un biglietto sul petto: manovale, carpentiere, cuoco. Sul famoso lungofiume Bud di Shanghai sono comparsi i primi mendicanti bambini. Sono sporchi e dànno fastidio».
• Potrebbe dunque esserci, in Cina, una rivoluzione sociale? «Coloro che se ne intendono dicono di no. Casomai, una guerra civile o una frantumazione del Paese». In che modo? «Poco più di un anno fa, il Dipartimento di Stato americano diffondeva un suo studio nel quale si dava il cinquanta per cento di probabilità all’eventualità che alla morte di Deng il Paese andasse in pezzi. Il pericolo maggiore verrebbe dal troppo grande divario economico fra le regioni povere e quelle prescelte come volàno delle riforme già dai primi anni Ottanta. Una recente Relazione sulle disparità regionali in Cina, opera di un gruppo di studiosi dell’Accademia delle Scienze sociali, ha dato in proposito cifre impressionanti: Shanghai ha ormai un reddito sette volte e mezzo più grande del Guizhou. Il reddito di certe zone del Guizhou è pari alla metà del reddito nazionale, il reddito del Guangdong è invece quattro volte più grande del reddito medio nazionale. Preoccupanti scontri interni sono già avvenuti. Nel corso della cosiddetta ”guerra del riso” il Guangdong si è servito delle sue truppe per assicurarsi il riso a buon mercato dell’Hunan. I rapporti fra il centro e le province più ricche già da un paio d’anni sono pessimi perché Pechino ha deciso di intervenire pesantemente: ha ridotto drasticamente i crediti e ridimensionato le facilitazioni fiscali di cui godevano le aree speciali del Sud. Il governo ha anche deciso un piano di ingenti finanziamenti ad alcune aree meno sviluppate dell’interno. Nel settembre del ’94 in un’intervista al ”Chinese Business Time” l’ex governatore del Guangdong, Liang Ningguan, ha previsto per il futuro uno scontro feroce tra un nord dominato dall’asse Pechino -Tianjin - Shanghai e un sud allineato intorno all’asse Guangdong - Hong Kong. Nel frattempo le province ricche cominciano a rifiutare di spartire i loro abbondanti proventi con quelle povere».
• Queste province ricche sono favorevoli all’attuale capo della Cina, il successore e pupillo di Deng, Jiang Zemin? «Le province ricche hanno il loro protettore in un avversario di Zemin che si chiama Qiao Shi. Costui presiede l’Assemblea popolare ed è stato per anni a capo dei servizi segreti. Come tutti coloro che hanno guidato lo spionaggio, ha avuto importanti relazioni internazionali, nel corso degli anni la sua cultura e il suo cervello si sono aperti, è un modernizzatore, favorevole alla prosecuzione del processo capitalistico. Le fotografie lo mostrano sempre con un grosso paio di occhiali di tartaruga, di forma molto antiquata. Si tratta di un uomo molto ambizioso, che mira a scalzare Zemin».
• Ha qualche possibilità di riuscirci? «Si tratterebbe qui di capire fino in fondo la personalità di Zemin, un uomo che a molti appare debole e irresoluto. Venne al potere dopo le stragi della piazza Tienanmen e Deng fece in modo che gli fossero attribuite tutte le cariche possibili per rafforzarlo. E tuttavia non è forse così debole come si dice, visto che da sette anni è al suo posto senza che nessuno lo abbia scalzato».
• Non è normale questo in Cina? Nessuno toccò la banda dei quattro finchè Mao restò vivo. Nessuno ha toccato Zemin finché Deng non ha esalato, la settimana scorsa, l’ultimo respiro. « giusto. Però, quando si tratta della presa del potere, bisogna considerare che il partito comunista cinese è rimasto in fondo la tribù rivoluzionaria di Mao, dove i posti al tavolo di lavoro dei maggiorenti che nominano il nuovo capo dipendono dall’anzianità di militanza e dai legami con i militari o con eventi eroici del passato. Quando, dopo Tienanmen, Deng scelse Zemin, la sua decisione fu attentamente vagliata dai rivoluzionari più anziani: uomini dai nomi poco noti al di fuori della Cina, ma che per anzianità e contributo al partito hanno sempre avuto un posto al tavolo di Deng. Alcuni di essi, come Chen Yun e Yao Yilin, sono morti. Ne resta però ancora una potente costellazione, fra cui Peng Zhen (ex sindaco di Pechino), Song Ping (anziano ideologo del partito), Bo Yibo, Song Rengiong, Wang Li, Yang Shangkun. Sono tutti uomini fra gli ottanta e i novant’anni, nessuno dotato del profilo di Deng. Eppure il loro potere è sicuro quanto invisibile».
• Il mondo occidentale con chi è schierato? «Con Zemin e il gruppo dirigente attuale, che ha favorito commerci e joint-ventures importanti. Il presidente Clinton su questo punto è stato chiarissimo: l’America è favorevole alla stabilità politica e alla permanenza al potere di Zemin». Non c’è una questione relativa ai diritti civili? La Cina non è il paese dove si esegue il maggior numero di condanne a morte? «Sì, in Cina ancora adesso si può essere arrestati e tenuti dentro senza che al detenuto si spieghi di che cosa lo si accusa. Nel 1994, il segretario di Stato americano in visita a Pechino sollevò la questione dei diritti civili suscitando una dura reazione da parte delle autorità cinesi. Ci fu però una dura reazione anche da parte degli imprenditori americani i quali temevano che un peggioramento dei rapporti Usa-Cina avrebbe seriamente compromesso i loro affari laggiù. Costoro dissero in pratica a Christopher: che cosa te ne importa dei loro diritti civili quando sono in ballo milioni e milioni di dollari?ª
• Sono veramente in ballo milioni e milioni di dollari? «Sì, per tutto il mondo occidentale la Cina è un mercato decisivo perché ha a disposizione un miliardo e duecento milioni di uomini i quali chiedono di vivere nei prossimi anni come noi. Vestiti, macchine, televisori. E devono ancora comprare tutto. Tutto quello che da noi non è più possibile produrre e vendere perché ce l’abbiamo già, può essere prodotto e venduto a loro». C’è anche l’Italia in questa corsa all’oro cinese? «Non troppo perché gli italiani si sono mossi tardi. Fra le prime trenta joint-ventures non ce n’è nessuna italiana. Però la Piaggio ha costruito un grande impianto a Foshan, nei pressi di Canton, e punta a costruire 400 mila motoveicoli l’anno. Conta di insidiare così il primato della Honda».
• Qual è in generale l’atteggiamento mentale italiano? «Risponderò con le parole di Francesco Sisci, un giornalista italiano sposato con una cinese che fa il redattore capo del quotidiano ”Asia Times”: ”Quando la Cina implodeva sotto i colpi della rivoluzione culturale maoista, tutti i nostri grandi giornali mantenevano qui i loro uffici di corrispondenza per saziare una curiosità ideologica tutta a uso politico interno. Nello stesso periodo, per intenderci, c’erano qui un solo inglese e pochi tedeschi. Ora che la Cina è divenuta centrale degli equilibri del mondo, di giornalisti italiani siamo rimasti solo io e il corrispondente dell’Ansa. Neanche più la Rai, mentre gli altri paesi europei ne inviano a decine e in totale gli accreditati sono più di mille”».
• Se non ricordiamo male questa dichiarazione fu resa al giornalista Gad Lerner. «Sì, il quale aggiunse: l’Italia, che ha 18 consolati nella sola Svizzera, in Cina dispone di 6 funzionari a Pechino più uno a Shanghai”».