Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 dicembre 1996
Ragazzi con capelli di un improbabile biondo oro, crestati, donne con minigonne all’inguine e inverosimili calze a rete, antiche vamp sfiorite e violentemente dipinte, attori dall’accento e dai modi inconfondibilmente romaneschi eppoi segretarie di produzione, guardaspalle e la consueta fauna che non c’entra niente ma che riesce sempre ad intrufolarsi
• Ragazzi con capelli di un improbabile biondo oro, crestati, donne con minigonne all’inguine e inverosimili calze a rete, antiche vamp sfiorite e violentemente dipinte, attori dall’accento e dai modi inconfondibilmente romaneschi eppoi segretarie di produzione, guardaspalle e la consueta fauna che non c’entra niente ma che riesce sempre ad intrufolarsi. Sembra di essere a Cinecittà. E infatti siamo a Cinecittà, ma non è più quella di Fellini, di De Santis, di Sordi, insomma del cinema, adesso è la Tv che la fa da padrona. Al posto di Fellini c’è ora Maurizio Costanzo che qui, al Teatro 3, prova e conduce, con Fiorello, ”Buona Domenica”. Eclissatosi Funari, impallinato Baudo, sbiaditosi Santoro, Costanzo è rimasto re incontrastato, forse non è mai stato così all’apice. Ma per la prima volta i sordi malumori contro quello che molti giudicano il suo strapotere si sono condensati in due libri. Uno, Talk show (Garzanti, pagine 92,18 mila lire), dello scrittore Luca Doninelli, scova proprio nel Costanzo Show «tutto l’orrore, l’ambiguità, il cinismo, l’idiozia e la mancanza di dignità» del mezzo televisivo. L’altro, Costanzo Shock (Kaos, pagine 120, 25 mila lire), del giovane Riccardo Bocca, è un furibondo pamphlet dove il famoso conduttore viene preso di mira a 360 gradi e accusato anche di una gestione clientelare, mafiosa, addirittura truffaldina, del suo potere.
• Ma, forse, il libro che più aiuta a capire Costanzo è il suo, Dietro l’angolo. E dalle cui pagine emerge quella che è la nota più saliente e nello stesso tempo indefinibile del personaggio: l’ambiguità, la contraddittorietà, l’imprendibilità. Non per nulla intervistare Costanzo, intervistatore consumato, è una fatica improba: scivola come una saponetta, sfugge come un’anguilla, si rintana come un polpo. E le poche volte che mette fuori la testa ti avvolge in una simpatica e disarmante paraculaggine. Non che l’uomo, a differenza per esempio di Baudo, non esista o coincida con la sua apparenza. Semplicemente si nasconde. Per paura. Una volta gli dissi che lo consideravo «un po’ vile». Non si arrabbiò (lui stesso dice: «Non sono capace dello scontro frontale», replicò solo: «Preferirei che dicessi fragile». E comunque da questa intima insicurezza, coniugata con ansie molto profonde, che derivano molti suoi atteggiamenti: dal presenzialismo ossessivo a certi modi di fare un po’ mafiosetti. Difende il suo, peraltro meritato, successo e soprattutto la propria presenza in Tv. Perché solo la Tv gli dà la certezza di sentirsi vivo.
• Costanzo, tu sei romano in tutto e per tutto, tranne che in una cosa: alla faccia di Bossi lavori come una bestia. Il ”Maurizio Costanzo Show”, ”Buona Domenic”a, il ”taccuino di Maurizio Costanzo” su Radio Dimensione Suono, due rubriche sul ”Messaggero”, una su ”Gente”, una su ”Gioia”, consulenza di immagine Ferrovie, Stet...
«Piano. Io ho due società. E con me lavorano 130 persone. Non faccio tutto da solo. Poi, certo, mi alzo alle sei, non vado a cena, non vado a feste, non mi piace, mi piace stare nei luoghi del mio mestiere e non riesco a sentirmi in colpa perché lavoro molto».
• No, ma fa sorridere che poi tu scriva: «L’eccesso di esibizionismo e di presenzialismo non porta mai bene». Oppure: «In un Paese che compra sempre meno libri, Merola sta per pubblicarne uno suo. Stiamo nei perimetri». Non ti viene il sospetto che valga anche per te?
«Può essere pure. Però c’è un problema: io sono giornalista professionista dal 1966. Un mio libro ci sta nei ”perimetri”. Non è che mi cimento nel romanzo, che allora uno potrebbe dire... sono solo delle riflessioni».
Penosamente modeste, consentimi. Manca anche, e non potrebbe essere diversamente, il tuo grande atout: il tempo della battuta.
«Beh, mica mi candido al Nobel. Eppoi è ovvio, c’è chi va meglio negli orali e chi negli scritti. Io sto meglio negli orali, questo è sicuro».
• Sempre per restare nel campo della schizofrenia, nel tuo libro ci si imbatte in una frase che dice: rispetto le persone con delle passioni forti, «I’unisex politico non regge». Ma tu sei l’unisex per eccellenza, sei il campione del trasversalismo: dici di essere per l’Ulivo e stai a Mediaset, sei amico di D’Alema ma anche di Berlusconi, di D’Alema ma anche di Veltroni, ti piace pure Fini. Come uomo di sinistra, ammettilo, sei un po’ ameboide.
«Mio padre era socialista e io ho sempre votato a sinistra. Sono amico di D’Alema, è vero. L’ho conosciuto frequentandolo per le interviste. E conosco Veltroni per una ragione banale, perché è figlio di Vittorio Veltroni che prese casa in affitto da mio nonno quando dal Friuli venne a Roma per fare radio. Io ho assistito al primo programma radiofonico della mia vita, ”Arcobaleno”, con i biglietti che mi aveva dato il padre di Veltroni. Non solo, la mia prima moglie era amica della mamma dei Veltroni. Quindi conosco i due fratelli da quando avevano l’uno dodici e l’altro sette anni. So che molti mi rimproverano di non aver litigato con Berlusconi, ma io non sono stato capace e non sarò mai capace di trattar male una persona che mi ha sempre consentito di fare il mio lavoro in assoluta autonomia. In quanto a Fini non ne condivido le idee ma credo che lui e D’Alema siano oggi i due soli veri leader che ha l’Italia». (l’intervistato dovrebbe essere - a naso - Maurizio Costanzo - gda)
• Allora ha ragione chi sostiene che ti piace un mondo alla amatriciana, bonario.
«Non essere così preconcetto».
Te lo dico perché la violenza soft è forse la peggior forma di violenza. E qui vengo alle critiche che ti fa Doninelli. Anche nel tuo Show, con fare in fondo ammiccante, con quel fare proprio all’amatriciana, si consumano poi delle violenze inaudite.
«Con questo bel fare all’amatriciana il 12 novembre è cominciato un processo per un’autobomba che se fosse andata a segno tu non saresti qui a intervistarmi. Questo lo devo ricordare, eh. Comunque la mia non è una trasmissione crudele, non c’è la corrida. Può essere successo qualche volta. Anzi, guarda, ti posso dire che in quindici anni di Costanzo Show è sicuramente successo. Ma che io ci abbia una vocazione a questo no, lo nego. Inoltre ti posso anche dire che nel contempo io, con lo Show, ho aiutato moltissime persone per diecimila problemi che c’avevano. Se poi vogliamo guardare le cose solo da una parte...».
• Io vedo un’evoluzione, anzi un’involuzione, da ”Bontà loro” in poi. In ”Bontà loro” tu eri quest’ometto grassoccio, anonimo, qualunque, che metteva in difficoltà i potenti. E avevi successo perché la gente poteva identificarsi con te. Dopo però diventi anche tu, a tua volta, un personaggio e un potente e il tuo atteggiamento cambia: sei forte con i deboli e accomodante, per non dir adulatorio, con i forti. un fatto che nel tuo Show non si è mai visto nessuno messo sotto di quelli che contano.
«Sarà. Però poi molti non vengono da me proprio per questo motivo, per timore di finire sotto. Guarda caso. Comunque io non affosso i deboli, al massimo smetto di fargli domande. Quello che dici può essere accaduto, certamente, ma come eccezione. Ma se fosse stata una costante del mio spettacolo non avrei retto quindici anni perché la gente, in un processo di identificazione col più debole, mi si sarebbe girata contro. Se il pubblico non mi ha voltato le spalle, eh, qualcosa vorrà pur significare».
• Guarda che la gente va pazza per gli spettacoli di umiliazione. Ad ogni modo tu rigetti l’accusa di cinismo che ti muove Doninelli?
«Io credo che la Tv sia uno strumento cinico. A me fanno arrabbiare particolarmente i programmi finti, quando si costruiscono affratellamenti o liti false, quando delle persone vengono gabellate per vere e non lo sono, perché questo è davvero il massimo del cinismo. Aggiungo però che la Tv è cinica di per sé, nella sua interezza, perché anche in un Tg alcune immagini sono di profondo cinismo, cosa che il giornale non ha perché c’è una mediazione diversa. Ma è cinica anche la telenovela che racconta una realtà inesistente e inganna la ragazza che ci crede».
• Ma è cinico, cinicissimo, anche il Talk Show. Quando tu o altri portate sul palcoscenico certe tragedie è evidente che per voi contano molto meno dello spettacolo che suscitano.
«Questa è la Tv del dolore. La facevo anni fa e non piaceva neanche a me. Si era innestato un meccanismo pazzesco che non sopportavo più, che mi metteva profondamente a disagio. E ho smesso. Da tre anni ho cambiato radicalmente programma. E l’ho fatto, visto che vogliamo parlare di cinismo, sapendo che avrei perso alcuni punti. Per fortuna mi è andata benissimo perché il pubblico abituato a seguirmi si è anche abituato a una diversa maniera di spettacolo. Ma il dolore da me non c’è più, non c’è più il malato, non c’è più il nano. Quel tipo di Tv l’ho fatta per quattro anni che reputo, nell’arco della trasmissione, i peggiori».
• A me il libro di Riccardo Bocca non è piaciuto. ”contro” in modo troppo unilaterale. Però c’è un’accusa molto precisa:, il sindaco Rutelli ti ha nominato consulente, a titolo gratuito, per le iniziative culturali e teatrali della capitale ma poi la gestione di una di queste è stata affidata, con relativo esborso miliardario, a Giuliano Perrone, un tuo socio d’affari.
«Non è un mio socio d’affari. Ma qui bisogna essere molto precisi (tira fuori un foglietto dalla tasca della giacca). Quando ci fu da far nascere, su un’idea mia, l’iniziativa del Tenda Comune, l’assessore alla cultura Borgna mi chiese se avevo da indicare qualcuno. E io feci il nome di Perrone che fa l’organizzatore di spettacoli da quarant`anni, per il Teatro Eliseo, per il Parioli, è il suo mestiere, c’ha un curriculum pazzesco. E siccome si parla di soldi le prime due edizioni, quelle del ’94 e del ’95, hanno reso 6.314.243 e 7.505.47l lire. Se si pensa che questo sia un affare... Io non ho preso una lira, né direttamente né indirettamente. Te lo giuro sulla testa dei miei figli, che possa smettere adesso di fare questo mestiere. Te lo giuro. Te lo giuro. Guarda io su questo mi ci sento male. E spero di poter chiarire tutto al più presto davanti alla magistratura. Non ho bisogno di far questo. Non ho bisogno di pagare altre tasse. Vivo bene così»
Mi fa piacere, non ho mai pensato che tu fossi materialmente un corrotto.
Credo anzi, pensa un po’, che tu non sia particolarmente interessato al denaro.
«Non lo sono stato mai nella vita».
• Penso invece che tu sia molto interessato a mantenere il tuo successo e la tua posizione, anche in modo molto spregiudicato. Nel senso che si favoriscono gli amici, si stangano i nemici, si fanno pressioni per avere o negare favori.
«Fammi un esempio, se credi, aiutami a rispondere».
Uno riguarda ”l’Indipendente”. Quando io lanciai su quel giornale il Manifesto degli apoti contro la Tv finto-impegnata, in realtà banalizzante, tua e di Santoro, ricevemmo una telefonata di Irene Pivetti, di cui tu eri consulente, che ci chiedeva di smetterla.
«Eh no. Questa te la spiego. La mia protesta non era contro il Manifesto ma contro una vignetta in prima pagina con me con le braccia spezzate e un titolo che diceva ”Colpirne uno per educarne cento”. Quella mattina incontrai la Pivetti e le dissi che quella vignetta era un’istigazione a delinquere».
Beh, intanto ti rivolgesti alla Pivetti e non al direttore del giornale... Altro esempio: incontri Maurizio Belpietro, neodirettore del ”Tempo”, e a proposito del libro di Bocca gli dici: «Sei giornali importanti non ne hanno parlato, se non ne parli nemmeno tu fan sette».
«Ma sicuro. Io di un libro di infamie mi auguro che i giornali ne parlino il meno possibile. Ho diritto a difendermi».
• tutto un modo di fare. Io credo, Costanzo, che questo tuo modo poco elegante, diciamo così, di difenderti dipenda dal terrore di perdere la tua posizione, perché dai l’impressione di poter vivere solo nella rappresentazione, cioè nella Televisione.
«No, vivo anche nella realtà. Però è vero che ci sono in me, da sempre, una malinconia e una noia profonde. E credo che il mio presenzialismo abbia a che fare con questo. In molti momenti della mia vita per tenere a bada la malinconia e non cadere in depressione ho cercato il frastornamento, ho preso un impegno dopo l’altro. Io sono un produttore di malinconie, le posso esportare nello Zaire. Quando avevo sei o sette anni io stavo ore davanti a una finestra, a un vetro, e dicevo: ”Mi annoio”. Credo di aver passato i restanti cinquant’anni a combattere questa noia per non cadere nel buco nero della depressione. E sono anche convinto che i chili in più che ho preso intorno ai dieci anni derivino da questa malinconia. E anche questo è stato determinante, perché io ho sempre cercato di essere ”qualcosa” anche a prescindere dai chili in più».
• Mi pare che ti sia riuscito. Anche troppo. Non credi che tu, Santoro, Funari e in genere tutti i teledivi siate diventati troppo importanti, siate usciti dai ”parametri” occupando un ruolo di maître à penser per i quali non siete culturalmente attrezzati?
«Sono perfettamente d’accordo con te. Io per primo trovo sbagliato e assurdo che si sia giunti a questa situazione. Il mezzo ci amplifica. Troppo. Ma è solo colpa delle persone che fanno televisione (e fra i nomi che hai fatto io ne inserirei anche altri) o non piuttosto di una sostanziale carenza della politica, della mancanza di pensatori e filosofi, della carenza dei giornali che non fanno altro che scimmiottarci o inseguirci? Siamo andati solo a coprire dei vuoti. Ma resta lo stesso sbagliato, anche perché la Tv è un mezzo superficiale».
• In un tuo libro, Smemorie, hai scritto: «Rispondere lo ritengo un obbligo, dire la verità un optional». Ti sei attenuto a questo bizzarro vangelo anche stavolta?
«No. Sono stato sincerissimo con te. Perché ti reputo una persona di grande onestà intellettuale».
Ti ringrazio. Anche se questa potrebbe essere l’ultima paraculata.