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 2003  febbraio 03 Lunedì calendario

Cassazione

• Cassazione. Martedì la Suprema Corte ha rigettato la richiesta di trasferimento a Brescia dei processi milanesi Imi-Sir/Lodo Mondadori e Sme in cui sono imputati Silvio Berlusconi (solo nel secondo) e Cesare Previti. I nove giudici della Corte hanno stabilito che sui giudici di Milano non c’è una situazione di ”legittimo sospetto”. Il giorno dopo la decisione della Cassazione, il premier ha risposto ai giudici con un videomessaggio: «Contro di me c’è un’incredibile persecuzione giudiziaria». E poi: «In una democrazia liberale i giudici applicano la legge, non fanno politica e non fanno resistenza a chi è stato scelto dagli elettori per governare». Dopo l’attacco di Berlusconi, il sostituto procuratore generale in Cassazione Nino Abbate ha chiesto «un intervento diretto del capo dello Stato che possa riportare quel clima di serenità indispensabile per affrontare le eventuali riforme». L’Associazione nazionale dei magistrati ha accusato il premier di «mettere in crisi alla radice la fiducia dei cittadini nella giustizia indipendente».
• Reazioni. «Nella maggioranza la decisione della Cassazione ha messo in difficoltà i moderati trattativisti e rilanciato le tesi dei fautori della resa dei conti costi quel che costi (a che serve mediare e ammorbidire le posizioni in campo legislativo se poi i risultati sono questi in termini di sentenze?), nell’opposizione è avvenuto l’esatto contrario. Sono i riformisti e i fautori del dialogo istituzionale che possono vantare un punto a proprio favore, richiamandosi alla requisitoria del Procuratore generale (fosse stato per Borrelli e per i suoi fan, il legittimo sospetto sarebbe scattato, eccome) e rivendicando il lavoro svolto in Parlamento (in realtà soprattutto al Quirinale) per rendere il dispositivo della legge Cirami sostanzialmente innocuo: il che non sarebbe avvenuto ove fosse prevalsa la linea aventiniana suggerita da Cofferati e dai girotondini, ora in evidente imbarazzo» (Giovanni Sabbatucci).
• Bombe. «Nell’Ulivo prevale la circospezione e il tentativo di depotenziare, circoscrivendola, la sentenza. E si capisce perché. Se caricata politicamente e brandita contro il Cavaliere e il governo, la pronuncia della Cassazione rischia di diventare una bomba ad altissimo tasso distruttivo: un’arma in più, forse decisiva, per la piazza e che i leader dell’opposizione troverebbero grandi difficoltà a maneggiare o semplicemente arginare. La spinta girotondista - comprensiva di quel vasto mondo anti-berlusconiano che comprende anche Cofferati, Di Pietro e Bertinotti - e la voglia di scaricare quel masso davanti alla soglia di palazzo Chigi potrebbe innescare una reazione che rischierebbe di travolgere e mettere ai margini l’attuale quadro di comando del centro-sinistra» (Carlo Fusi).
• Ribaltoni. «La sinistra ha sempre sostenuto che la cosiddetta legge Cirami era stata fatta dalla maggioranza per consentire agli imputati eccellenti di sottrarsi al giudizio. Corollario: la Cassazione non garantisce nulla, è difficile fidarsi, siamo all’impunità per i potenti. Il centro-destra rivendicava invece l’obbligo di varare una legge che fungesse da diga allo strapotere di alcuni pubblici ministeri e che garantisse processi corretti e non inficiati da pressioni, anche di piazza, e pregiudizi. La Cassazione, dunque, come supremo garante. Ora la Cassazione per la sinistra è diventata il simbolo di un ordine giudiziario corretto e veramente imparziale e per la destra si è trasformata in uno strumento di nequizie» (Paolo Gambescia).
• Caricature. «La legge che ha reintrodotto nell’ordinamento il ”legittimo sospetto” è stata spesso e volentieri trasformata in due opposte e mortificanti caricature. Uno strumento per ”mettere in riga” i giudici secondo certi suoi fautori. E un meccanismo salva-colpevoli secondo i suoi più accaniti detrattori. I lavori parlamentari sulla cosiddetta legge Cirami e il dibattito istituzionale che li ha accompagnati - per chi ha saputo e potuto seguire davvero quella vicenda nonostante lo stordente frastuono delle invettive nelle aule di Camera e Senato e malgrado le escandescenze alla Flores d’Arcais subito fuori di esse - hanno fatto sì che il testo varato fosse qualcosa di assai diverso dall’una e dall’altra cosa. Che consegnasse, cioè, ai destinatari - i cittadini e i giudici di Cassazione - una regola garantista ben iscritta, infine, nel nostro ordinamento. Una regola che, sin dalla sua prima applicazione, ha spiazzato tutti coloro che di essa avevano fatto appunto caricatura» (Marco Tarquinio).
• Emendamenti. «Se la Cassazione ha respinto la richiesta di trasferimento dei processi Berlusconi e Previti, sarebbe merito (o colpa) dell’emendamento che alla Camera ha riscritto di fatto la legge Cirami, in ossequio - come si disse allora - a una richiesta del Quirinale. L’emendamento in questione recita: ”Quando gravi situazioni locali, tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone.....” si rimette il processo ad altro giudice. Quel ”gravi situazioni locali” infatti non c’era nel testo licenziato dal Senato. Apparve solo dopo. E quando uscì fuori ci fu chi notò grande disappunto sul volto del presidente della commissione Giustizia della Camera Gaetano Pecorella. L’emendamento recava la firma dei relatori della Cirami alla Camera, Gianfranco Anedda (An) e Isabella Bertolini (Fi). ”Lo firmo solo per disciplina di partito”, fece sapere Anedda» (’la Repubblica”).
• Occasioni. «In realtà, con la decisione della Suprema Corte di lasciare il processo dov’è, il Cavaliere ha perso solo l’occasione di un rinvio, di una boccata d’ossigeno forse salutare e comunque non risolutiva, ma non ha ancora perso la partita. stato solo costretto a rasdddoppiare la posta. Una condanna a Milano sarebbe per lui fonte di grave imbarazzo [...] ma sarebbe sempre meglio di una condanna a Brescia o a Perugia (dove non è detto che tiri aria migliore). Mentre un’assoluzione ottenuta nella sede a lui più ostile avrebbe, quella sì, il carattere di una liberatoria pressoché definitiva. E consentirebbe alle ali dialoganti di maggioranza e opposizione di riprendere in mano il dossier giustizia senza l’assillo di terremoti giudiziari incombenti» (Sabbatucci).
• Transizioni. «Sino alla noia si è detto che è necessaria una riforma. Sino alla noia si è affermato che tutto è andato in frantumi allorché la magistratura si è scrollata di dosso una lunga sudditanza al potere politico. Quel che forse non si è a sufficienza chiarito è ciò che sottostà a tali circostanze: la necessità, imposta dalla stessa transizione, di superare organicamente un rapporto di commistione (prima di subordinazione poi di non - insubordinazione tra magistratura e sistema politico) sancito dalla Costituzione materiale ma a ben vedere anche da quella formale. Creando al suo posto una distinzione, nell’autonomia, tra le prerogative dell’uno e dell’altro potere. E invece. Il centrodestra ha continuato a cercare scorciatoie legislative. Il centrosinistra a dire, in sostanza, che il problema non esisteva. Il compromesso conservazione-innovazione, indispensabile nella transizione, è così saltato» (Massimo De Angelis).
• Idee. «Gestire la transizione, facendo le riforme, è una decisione politica che va presa. Essa ne presuppone però un’altra, da entrambe le parti. Il centrosinistra dovrebbe abbandonare l’idea che la Casa delle libertà è una alleanza elettorale e basta, che ha per perno un partito di plastica e un leader che vuole sfuggire a guai giudiziari. Se non supererà tale idea, il centrosinistra sarà fatalmente attratto dalla suggestione della spallata a Berlusconi per via giudiziaria. Il centrodestra, da parte sua, deve abbandonare l’idea speculare a quella degli avversari, secondo cui vi è stato in Italia una sorta di tentato golpe giudiziario e che il Polo prima e la Casa della libertà poi hanno la loro ragion d’essere nel contrastare tale spauracchio. Giungendo infine, anche qui fatalmente, a una resa dei conti tra poteri» (De Angelis).
• Sagre. «In astratto tutti convengono sulla necessità di quella che una volta si chiamava ”una stagione delle riforme”, nella pratica non si riesce ad uscire dall’arena della lotta politica spicciola. Ciò significa che le riforme si fanno, quando si fanno, a pezzi e bocconi, sulla spinta di qualche contingenza o sull’onda emotiva di qualche ”sacro furore” ideologico. Ce n’è per tutti, visto che il metodo, chiamiamolo così, non è esclusiva del governo attuale. Con esso si è impastato di tutto, dalle due legislazioni sulla cosiddetta ”devolution” (dovute a due maggioranze di diverso colore) alle riforme per la scuola e l’università, agli interventi sulla sanità pubblica, infine ai vari scampoli di intervento sul sistema giudiziario. Di tutto s’è prodotto, tranne che legittimazione, occasioni di progresso, momenti di maturazione del paese. stata la sagra dei pasdaran d’ogni colore» (Paolo Pombeni).
• Riforme. «Sarebbe un nuovo imperdonabile errore se una parte della sinistra ancora legata ad una visione giustizialista e catartica del processo, con l’aggiunta dei girotondini vari, assumesse la decisione della Cassazione come cartina di tornasole della bontà e della correttezza sostanziale e formale, di tutte le inchieste della magistratura. Le cose non stanno affatto così. Troppi pubblici ministeri hanno istruito processi e portato avanti tesi accusatorie senza riscontri, hanno fatto processare centinaia di imputati, poi assolti, in una visione salvifica del ruolo e della funzione. A chi continua a pensare al giudice come lo descrive la Costituzione, il garante dei diritti, tutore della collettività secondo le norme e le leggi, non basta una decisione della Suprema Corte per cancellare le tante prevaricazioni e il mancato rispetto delle regole che hanno caratterizzato troppi processi. E che hanno reso l’amministrazione della giustizia spesso non credibile. Ci voleva e ci vuole una riforma. Una riforma vera. Che non sia punitiva nei confronti della magistratura ma che restituisca credibilità all’istituzione" (Gambescia).
• Vulcani. «La riforma della giustizia passa da una rottura del rapporto di colleganza fra pubblici ministeri e giudici (separazione delle carriere), da una radicale riforma dei sistemi di reclutamento, formazione e avanzamento in carriera dei magistrati, dalla costruzione di meccanismi (interni all’organizzazione giudiziaria) di severo controllo sull’operato del singolo magistrato che, come accade in tanti altri Paesi occidentali, siano compatibili con il principio dell’indipendenza del giudice. Purtroppo, i progetti in merito del ministro della Giustizia, per quel che li si conosce, non sono fin qui apparsi davvero convincenti e risolutivi. [...] A questo punto, camminiamo su un vulcano pronto ad esplodere» (Angelo Panebianco).
• Scontri. «Basta avere ascoltato le durissime parole pronunciate da Berlusconi per sapere che cosa accadrebbe se mai dal tribunale di Milano uscisse per lui una sentenza di condanna. Ci troveremmo coinvolti in una sorta di ”giudizio di Dio”. Berlusconi chiamerebbe probabilmente alle urne gli elettori e ne verrebbe fuori uno scontro frontale fra centrodestra e magistratura (con la sinistra politica ridotta al ruolo di ruota di scorta dei magistrati). Alla fine, comunque si concluda il duello, avrebbero, avremmo, perso tutti. Il prestigio del presidente del Consiglio, e quindi del governo, anche sul piano internazionale, sarebbe distrutto, e la magistratura italiana ne uscirebbe totalmente delegittimata agli occhi di metà del Paese. A tutti noi non resterebbe che contemplare le macerie fumanti del nostro sistema istituzionale» (Panebianco).
• Paradossi. «Se i giudici del Tribunale di Milano fossero (ancora) asserviti alla sinistra e volessero favorire la propria parte politica non avrebbero altra scelta che assolvere Berlusconi. Perché, se lo condannassero, andremmo a nuove elezioni, che la sinistra palesemente paventa e che, senza Prodi, perderebbe. Se, invece, come sostiene la Cassazione, le cose a Milano fossero davvero cambiate e i giudici sentenziassero in piena autonomia, potrebbero (forse) condannarlo. Ma, in tal modo, farebbero ”oggettivamente” - come direbbe Scalfari - il gioco del centrodestra, che andrebbe a elezioni anticipate e le vincerebbe. Insomma, la questione, comunque la si rigiri, ruota attorno alle sorti giudiziarie di Berlusconi e finisce puntualmente in polemica» (Piero Ostellino).
• Avvocati. «Perché ciò accada è presto detto. Perché il centrodestra ha rincorso in Parlamento i processi, invece di fare politica giudiziaria. Dice realisticamente Gerardo D’Ambrosio: ”Nessuno si sarebbe scandalizzato se all’inizio della legislatura si fosse detto che, avendo vinto le elezioni con il maggioritario ed essendo necessario assicurare il governo del Paese per tutta la legislatura, bisognava introdurre un correttivo (l’autorizzazione parlamentare a procedere, n. d. r.) per evitare che l’esercizio della funzione di presidente del Consiglio fosse pregiudicata dai procedimenti penali”. Né penso ci sarebbe stato da ridire se il centrodestra avesse proceduto alla riforma del sistema giudiziario con la separazione delle carriere fra pubblico ministero e giudice; con l’aggiornamento dei sistemi di reclutamento, formazione e avanzamento dei magistrati; con il miglioramento dei meccanismi di controllo del loro operato e disciplinari, eccetera, eccetera. Caro Berlusconi, se si fanno eleggere in Parlamento i propri avvocati, invece di gente capace di fare politica, il risultato è che gli avvocati fanno gli avvocati anche in Parlamento e producono ”leggi personali” per uso processuale (come l’inutile Cirami), invece di ”leggi generali” a uso della collettività (le riforme)» (Ostellino).