Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 9 settembre 2002
Allegorie - «Sono stato sino in tarda età un ipoteso, vale a dire con pressione molto bassa, al massimo 120, incidente che costa solo qualche capogiro quando ci si alza da uno scaffale a terra a uno scaffale alto in una libreria, e per il resto rappresenta una buona assicurazione sulla vita
• Allegorie. «Sono stato sino in tarda età un ipoteso, vale a dire con pressione molto bassa, al massimo 120, incidente che costa solo qualche capogiro quando ci si alza da uno scaffale a terra a uno scaffale alto in una libreria, e per il resto rappresenta una buona assicurazione sulla vita. Subito dopo l’11 settembre ho dovuto iniziare, per impegni presi molto prima, una serie di viaggi aerei attraverso l’Europa, che è durata sino a metà dicembre. Salivo in aereo, leggevo le notizie dei giornali, vedevo due sedili più avanti un signore che, se non era arabo, si era travestito perfettamente da arabo, riflettevo che se fosse stato un terrorista si sarebbe travestito da banchiere svizzero, mi calmavo, arrivavo alla meta e guardavo la televisione, e mi eccitavo di nuovo. Così di seguito per tre mesi. Verso Natale non mi sentivo bene, ho fatto dei controlli, la mia pressione era salita a 180 e sono stato definito paziente a rischio. Mi ci sono voluti tre mesi di cure e diete per ricondurla ai livelli di prima. Ecco, credo che il mio caso sia una buona allegoria della situazione del mondo dopo il crollo delle Twin Towers» (Umberto Eco).
• Equilibrio. «In pochi secondi abbiamo perso l’equilibrio. J.B. Pontalis, scrittore e psicanalista, descrive le due torri, nella loro imperturbabile verticalità, come una colonna vertebrale in stato di implosione. E aggiunge che il crollo è spesso peggiore della morte. Abbiamo avuto in un attimo la rivelazione che era stato colpito qualcosa di essenziale, fuori e dentro di noi» (Jean Daniel). [2] Percentuale di americani che ritengono che la loro vita sia cambiata dopo l’11 settembre: 68. Che pensano non sia ancora tornata alla normalità: 56. Bambini che confessano di pensare all’11 settembre più volte la settimana o almeno qualche volta al mese: 6 su 10.
• Un colpo grande e fortunato. «Per Osama bin Laden e gli altri militanti radicali della jihad l’11 settembre 2001 è stato una gigantesca provocazione, un grande colpo per far uscire il loro movimento dalla spirale di declino politico nella quale versava sin dai primi anni 90» (Gilles Kepel). [4] «L’11 settembre è stato un colpo fortunato di Osama bin Laden che non si ripeterà, non l’inizio di una nuova tendenza» (Francis Fukuyama).
• Il mondo musulmano dopo l’11 settembre 2001. «Non si è unificato dietro bin Laden e soci, i quali, dopo i primi entusiasmi suscitati in certi giovani del Medio Oriente, del sub-continente indiano e in pochi figli d’immigrati in Occidente, non sono riusciti a sfruttare la loro impresa [...] Appena le truppe musulmane dell’Alleanza del Nord apparvero in prima linea contro i talebani, i più influenti predicatori islamici, come lo sceicco egiziano Qardhawi, che dal Qatar anima l’emissione religiosa del canale televisivo panarabo Al Jazira , rifiutarono di appoggiare il regime di Kabul per non compromettersi. E negarono alla sua lotta il carattere di jihad, privandolo di ogni significativo sostegno islamico transnazionale. Questi stessi predicatori avevano rapidamente preso le distanze dagli attentati dell’11 settembre: avevano rifiutato ai loro autori la qualifica di martiri, definendoli suicidi che bruciavano all’inferno. Per loro, infatti, la spirale radicale scatenata da bin Laden rischiava di trascinare il mondo dell’Islam in uno scontro immediato e suicida con l’Occidente, tenuto conto della sproporzione di forze» (Kepel).
• La provocazione cruenta dell’11 settembre «aveva il duplice obiettivo di esporre la vulnerabilità della superpotenza americana e di trascinarla nella trappola afghana che, si sperava a Kabul, sarebbe diventata il suo cimitero, come era successo per l’Urss negli anni Ottanta. Questo non si è verificato. Il regime dei talebani è stato eliminato. Al suo posto, il governo di Karzai, che per ora assomiglia a un protettorato di americani e Onu» (Kepel).
• Resistenza. «La resistenza alle forze americane e alle truppe fedeli a Karzai, in passato confinata alle province di Kandahar, Khost, Paktia e Paktika, si è estesa durante l’estate a quasi tutte le aree Pashtun (negli ultimi dieci mesi i soldati Usa dispersi in missione, e presumibilmente morti, sarebbero stati ben 110). La decisione di combattere gli americani sarebbe stata presa da leader locali, che hanno poco o nulla a che fare con i Taliban e al-Qaida. I crescenti sentimenti anti-Usa sono nutriti dal comportamento dei comandi americani, che non vanno tanto per il sottile nella lotta al terrorismo: bombardamenti indiscriminati, come quello del banchetto di nozze a Oruzgan, o interrogatori feroci dei nemici di Karzai e dei presunti fiancheggiatori dei Taliban» (Paolo Galimberti).
• Alleanze. «I comandanti tagiki, uzbeki e hazara hanno deciso di mettere nel mirino le forze americane, alleandosi saltuariamente (ma in alcuni casi anche strategicamente) con i Taliban sopravvissuti per continue azioni di guerriglia e imboscate. esattamente quello che accadde ai sovietici. La resistenza afgana impiegò un anno per organizzarsi e cominciare a combattere apertamente le truppe di Mosca. Ma durante quell’anno si ”scaldò” mirando agli alleati afgani dei russi, bersagli più facili e meno protetti, con uno stillicidio di attacchi. Da quando Kabul è stata liberata dai Taliban sono stati almeno cinque gli attentati contro personalità del governo filo-occidentale di Karzai, mentre non si contano le esplosioni di bombe a Kabul e nelle altre principali città» (Galimberti).
• I signorotti sono tornati a spadroneggiare, «ciascuno nel loro piccolo feudo. A Jalalabad, dove le bande armate sono tornate a dettare legge e i campi a riempirsi di papaveri da oppio, comanda Haji Abdul Qadee. A Mazar-I-Sharif nessuno insidia il potere del generale uzbeko Dostum. Herat ha riaperto le porte a Ismail Khan, tagiko appartenente alla setta islamica degli sciiti, che agisce come un califfo autonomo, forte del sostegno del vicino Iran sciita. A Kandahar è tornato a regnare Haji Gul Agha. Ma nella lista dei nemici di Karzai bisogna inserire anche alcuni ex combattenti tagiki della Alleanza del Nord, che a malincuore hanno ceduto il potere ai pashtun di Karzai. Forti tuttora nella regione della capitale, hanno il controllo di tutto l’apparato di sicurezza, dalla polizia ai servizi segreti. Come l’ex presidente Rabbani, il potentissimo ministro della Difesa, Fahim, e l’astuto consigliere per la Sicurezza interna, Yonus Qanuni» (Renato Caprile). [8] «La guerra ai taleban è finita, la guerra d’Afghanistan è un’altra storia».
• Osama Bin Laden è vivo o è morto? Yossef Bodansky, responsabile della Task force sul terrorismo del Congresso Usa: «Ritengo che sia ancora in vita e si nasconda indisturbato in Pakistan. Nessuno osa toccarlo perché il regime ha contratto molti debiti con al-Qaida: i terroristi hanno fatto molti lavori per conto dei pachistani».
• Il tesoro di al-Qaida. «Il ”Washington Post” ha rivelato come il gruppo abbia messo al riparo in Sudan il proprio tesoro. Dozzine di lingotti d’oro, affermano fonti della sicurezza, sono state contrabbandate dal Pakistan verso Dubai - a bordo di piccole imbarcazioni - e dal centro commerciale nel Golfo Persico hanno proseguito verso il territorio sudanese. [...] La sorveglianza delle banche sospette ha spinto i cassieri di al-Qaida a scovare canali finanziari più sicuri. Come una vera holding la formazione radicale, con l’aiuto di gruppi nordafricani (algerini, tunisini), ha diversificato le proprie attività. In Estremo Oriente i suoi manager hanno rilanciato il tradizionale traffico degli stupefacenti: le coltivazioni dell’oppio, nonostante il conflitto, sono intatte. In Africa e Sud America i ”rappresentanti” si sono dedicati alle pietre preziose. In Europa le cosiddette ”formiche” hanno aperto decine di call center e negozi. Nei paradisi fiscali - come le Bahamas - hanno fondato nuove società. Nei paradisi turistici - Seychelles e Mauritius - sono sorte iniziative di copertura per cellule in fuga dalla trappola afghana» (Guido Olimpio).
• Interdipendenza. «Forse i terroristi hanno una migliore comprensione del significato di interdipendenza di quanto l’abbiano gli Usa. Sanno perfettamente di essere parte di un’infrastruttura internazionale che nessuna nazione può controllare da sola - per quanto potente possa essere. Sanno perfettamente di non correre particolari rischi perché i paesi nemici ”ospiti”, che loro sfruttano, sono già stati attaccati e distrutti; perché i terroristi hanno strutture mutevoli, mobili e flessibili cui non occorre necessariamente una particolare nazione di riferimento. Possono annidarsi presso e tra i loro nemici (in Pakistan o in Egitto, in Germania o in Florida). Se li si sradica dall’Afghanistan, compariranno in Indonesia, o in Sudan o nelle Filippine; oppure terranno per qualche tempo un basso profilo, mescolandosi nei bassifondi di popoli della stessa etnia (come stanno facendo i sopravvissuti Taliban in Afghanistan) o sfrutteranno il multiculturalismo dei loro nemici (come forse stanno facendo gli immigranti o i lavoratori stranieri a Marsiglia o a New York). Interdipendenza significa che il terrorismo non può essere decapitato: perché è un sistema il cui tessuto connettivo è più importante delle singole cellule di cui è formato. Perché per ogni terrorista catturato o ucciso, ce ne sono dozzine che aspettano dietro le quinte, e la morte di quello davanti sarà solo un ulteriore incentivo per quello a cui tocca» (Benjamin Barber).
• L’Islam ha dei confini di sangue. «Non perché l’Islam sia sanguinario di fondo. Ci sono più fattori in gioco. Uno è il sentimento storicamente condiviso fra i musulmani di essere stati soggiogati e sfruttati dall’Occidente. Un altro è il rancore per forme concrete della politica occidentale, soprattutto per il sostegno che l’America dà allo Stato di Israele. Il terzo fattore è il ”rigonfiamento demografico” nel mondo arabo. Il gruppo più consistente è fra i 15 e 30 anni. Questi giovani non trovano lavoro nei Paesi di nascita. Tentano di andare in Europa o si lasciano reclutare per la lotta contro i non-musulmani. Al-Qaida paga molto bene» (Samuel Huntington).
• Ma chi è il nemico? «Non il terrorismo, termine che indica solo una tattica generica che non offre bersagli idonei a una guerra. La ”guerra al terrorismo” non è altro che fumo agli occhi, una deliberata omissione della semplice verità che i dirottatori dell’11 settembre erano arabi musulmani, motivati da interpretazioni amplificate di risentimenti vecchi e nuovi comuni agli arabi e ai musulmani [...] Anche senza la dettagliata analisi degli specialisti, è abbastanza ovvio che gli ingegneri supertecnologizzati che da lontano hanno ispirato, se non condotto, gli attentati sono sì religiosi alla massima potenza, ma anche molto secolari nelle loro aspirazioni. Ciò che desiderano più di tutto sono la forza militare e il potere politico» (Edward Luttwak). [13] «Dietro al-Qaida non c’è più l’islam di una volta. C’è un islam estremamente moderno, modernizzato, che utilizza in maniera raffinata le tecniche e i metodi della modernità fino a diventare una sorta di ideologia sempre più totalitaria [...] Vedono l’11 settembre come punizione per l’Occidente ateo, miscredente, individualista, intriso di edonismo e materialismo. Nell’Occidente c’è tutto, il meglio e il peggio» (Olivier Clément).
• Paure. Per il 33 per cento dei newyorchesi un nuovo attacco terroristico è ”assai probabile”, per il 39 è ”abbastanza probabile”. L’autobomba o l’attentato suicida sono la minaccia più temuta (28 per cento), seguiti da un attacco biologico (20), chimico (20) o da una bomba in un luogo affollato (10). Solo il 3 per cento teme una strage nucleare.
• Dalla strategia alla tattica. Rohan Gunaratna, autore di Inside al-Qaida. Global network of terror: «Al-Qaida è praticamente intatta, più pericolosa e più reattiva. Oggi è il primo vero gruppo terroristico multinazionale: è presente in almeno 94 paesi, ha membri di 40 nazionalità, agisce coordinandosi con centinaia di altri gruppi di fede islamica, sciiti o sunniti che siano. Il suo modo di operare si è evoluto. Prima dell’11 settembre, era concentrata nella pianificazione di lungo periodo e nella realizzazione di attacchi considerati strategici, come le autobombe alle ambasciate americane nell’Africa orientale, l’assalto alla fregata militare Uss Cole e poi gli aerei kamikaze su New York e Washington. Ora gli attentati appaiono più di tipo tattico. [...] I pianificatori di al-Qaida stanno osservando il comportamento dei vari servizi di sicurezza. Se riescono a identificare una sola falla allora sfrutteranno immediatamente l’occasione per un attacco di tipo strategico. Certamente più passa il tempo più saranno capaci di farlo».