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 1998  aprile 06 Lunedì calendario

Le occupazioni in Italia iniziano negli anni Settanta con i ”circoli del proletariato giovanile” dell’Autonomia Operaia

• Le occupazioni in Italia iniziano negli anni Settanta con i ”circoli del proletariato giovanile” dell’Autonomia Operaia. Il più famoso di quei circoli è certamente il Leoncavallo, di via Leoncavallo a Milano. Venne dedicato a Fausto e Iaio, due militanti uccisi dagli spacciatori del quartiere che li avevano minacciati. Raccontando la morte di Fausto e Iaio i giornali scrissero che s’era trattato di una guerra fra bande.
• All’estero i Centri Sociali praticamente non esistono. In Italia invece ce ne sono molti: solo a Roma quattordici. Il ricordo dell’Autonomia Operaia è lontano e sfumato, fatto più di pratiche e di linguaggio che di sostanza. Ci si chiama compagni e si cita spesso la ”lotta di classe”. Altra parola chiave: ”internazionalismo”. l’unica, tra l’altro, che ha una certa corrispondenza con la realtà: esiste veramente, infatti, una rete internazionale di contatti a sostegno dei ”popoli in lotta”, siano essi i Baschi o l’ultima tribù amazzonica minacciata dalla distruzione della foresta pluviale. Le case occupate sono una cosa diversa.
• «Squattare» significa: «occupare le case» e quant’altro. Gli squatters italiani si rifanno agli occupanti di case inglesi e tedeschi e ai Kraakers (spaccaporte) olandesi: la differenza sta nel fatto che qui è più difficile e non esistono sussidi di sorta. Il riferimento politico è l’anarchia di matrice stirneriana (Max Stirner, autore de L’unico e la sua proprietà, anarchico individualista vissuto nella prima metà dell’Ottocento). Lo scopo immediato di uno squatter è quello di compiere una sorta di rivoluzione privata. Siamo dunque lontanissimi, per esempio, dal comunismo alla Bertinotti.
• Ragionamento di uno squatter: «La società non mi fornisce i mezzi per vivere (casa, cibo, tempo), ma caso mai solo quelli per sopravvivere (lavoro salariato uguale sfruttamento). La società è crudele con me, con i miei amici, con gli animali, mi avvelena con i suoi cibi e con le sue fabbriche. Il meglio che posso aspettarmi da questo mondo è la morte lenta nell’omologazione. Invece io do un bello scossone e mi prendo ciò che voglio».
• In realtà lo squatter poi si prende ben poco: il massimo a cui può aspirare è un casone abbandonato privo di tutto. Per rendere abitabile questo casone si lavora per mesi: si spalano via quintali di pattume, si fanno dei lavori, molte volte duri e complessi, e appena sono terminati spesso si viene buttati fuori a botte dalla Polizia. Mentre ti picchiano i poliziotti gridano: «Così la prossima volta non lo farai più!». Ottengono in realtà l’effetto opposto: con le ossa rotte per il lavoro al casone, magari avevamo cominciato a pensare: chi me la fa fare alla fine ’sta vita da occupante, ribellarsi magari ci vuole, però è faticoso... E invece i poliziotti, menandoci, era come se ci avessero detto: ragazzi, avevate proprio ragione. Questa società da cui volevate scappare è veramente di merda.
• Chi ”squatta”? Ce n’è di tutti i tipi. Emarginati veri, ragazzi e ragazze con famiglie difficili alle spalle, stranieri nomadi che usano il casone come un albergo internazionale, quelli senza soldi che non possono permettersi una casa, i disoccupati che non sanno che fare ed anche persone felici e tranquille. Per molti l’occupazione è una fase, un passaggio: si occupa per qualche anno, si fanno tutte le esperienze possibili, poi si torna alla normalità. Un lavoro, una casa in affitto e agli ex compagni di squatting la frase: «Sai non potevo fare altrimenti». Qualche volta si ritorna persino nella cittadina di provincia dalla quale si era partiti, disposti ormai a dedicarsi ad una vita tranquilla, magari di naturista integrale.
• Quelli del ritorno alla natura e alle radici hanno dato inizio ad una moltitudine di piccole imprese agricole, spesso ben funzionanti. Producono alimenti biologici, li distribuiscono in Italia, importano prodotti ”equi e solidali” dai Paesi del Terzo Mondo e li vendono all’interno della rete delle autogestioni. Se la Toscana è piena di casali chic, l’Umbria lo è di casali di ex occupanti che coltivano farro.
• L’idea che si discute più spesso tra gli ”squatters” è quella del rovesciare il mondo. Ma senza sapere bene né come né perché. In definitiva che importa sapere il come e il perché? La scelta di sistemarsi fuori della società è un atto della volontà egoistico e assoluto. Lo squatter dice: non mi piace quello che ho davanti e non voglio far nulla per farmelo piacere; quindi faccio ciò che voglio. Una giustificazione ”esterna” e internazionale è arrivata negli ultimi dieci anni da altri paesi europei: i ”casseurs” francesi (che sono emigranti, poveri e disoccupati, totalmente distanti da qualsiasi ideale politico, vivono da incazzati, spaccano tutto e svuotano le vetrine), i manifestanti che si scontrarono con la polizia durante i moti contro la ”poll-tax” della Thatcher in Inghilterra, i punx che durante i vari ”Caos Tag” di Hannover per tre giorni fecero a botte con la polizia e devastarono il centro della città per il puro gusto di farlo (ora non si può più, se si ha un aspetto minimamente punk si viene fermati a cinquanta chilometri dai confini cittadini). Insomma, un gran casino e niente da pensare, o troppo da pensare. Che è quasi come niente.
• Buona parte dell’ispirazione arriva dal ”no-future” dei punk del ’77, sul quale però cresce la politicizzazione anarco-ecologista-radicale dei Crass, storica punk band hardcore dei primi ’80. L’anarchismo è rientrato in gioco da lì. Prima si badava solo a bere birra a pinte. Poi venne l’era in cui si doveva essere rivoluzionari. Oggi si legge Bonanno (Alfredo, anarchico siciliano, infaticabile scrittore di pamphlet rivoluzionari, in carcere per l’inchiesta condotta dal giudice Marini). importante divertirsi, fatto ritenuto di per sé rivoluzionario.
•  comunque improbabile che dei cari giovani (buoni davvero e generosi), i loro adorati cani, una manciata di case occupate e qualche pietra (usata male e poco) possano bloccare il Fondo Monetario Internazionale o i cantieri dell’Alta Velocità. La sovversione degli squatters ha una cifra più estetica che politica, più giocosa che rivoluzionaria, ricorda più il gesto artistico che quello militare. Non è certamente una richiesta d’aiuto. Gli squatters non vogliono aiuto da nessuno e non hanno bisogno di mediazioni. Vogliono vivere come pare a loro e accettano anche il fatto che poi si finisca in galera: in fondo sfuggire alla repressione poliziesca è qualcosa che può tenere occupata una vita e che aiuta a non sentire la noia.
• Si potrebbe dire che l’insensatezza della vita sia la ragione principale dei loro gesti: salvare quattro boschi spelacchiati non serve a cambiare il mondo e dentro di sè lo squatter lo sa, ma perché non prendersi la libertà di farlo ugualmente? Perché non esercitare questa sorta di ”diritto di resistenza” contro la propria vita, perché non annullarsi nell’etica del barbone e provare (o cercare di provare) quello che sentirono gli uomini e le donne della Comune o gli indios dell’Amazzonia? Chi può impedirglielo? Chi può impedirgli di farsi del male (o del bene, chi può dirlo?) se l’hanno deciso? D’altro canto se il cittadino modello esce dal circuito ”produci-consuma-crepa” lo fa in maniera molto più dirompente per se stesso e per gli altri. Sarà meglio un gruppo di straccioni illusi pieni di cani e anellini o il figlio modello di famiglia ricca di Cadrezzate - Varese che prende a fucilate in faccia mamma-papà-fratello o del benzinaio che innaffia di benzina figli e moglie e fa cadere il cerino acceso?
• Naturalmente non è credibile che possa essere accettata la pratica delle occupazioni, ma le manganellate riempiono di senso un modo di comportarsi del quale spesso nemmeno gli squatters sono pienamente convinti. Il modo migliore per far cessare un’occupazione è non fare niente. Dopo tutti i mesi passati nel casone ci si stanca di metter toppe ovunque. Se l’occupazione è iniziata d’estate, l’inverno è duro. Se è iniziata d’inverno, d’estate tutti vogliono andare in vacanza in Spagna o in Marocco. Quella dell’occupante è una vita semplice, fatta di cose davvero banali e se si è arrivati a sceglierla evidentemente si è spinti da una grande e indefinita insoddisfazione. Quando il rimedio non funziona più, ricomincia la noia. I concerti punk, i rave, le bevute e ”il pane integrale di Pegli” stufano tutti: puoi farlo un anno o cinque o dieci e poi sei stufo. Magari, visto che hai perso tutto quel tempo ad aggiustare ruderi abbandonati, non decidi certo per una carriera politica o una laurea in ingegneria (magari fai il contadino, o il libraio o apri una rivendita di dischi), ma comunque ti stanchi di vivere in posti umidi e sporchi. E allora, la casa occupata vede passare tante facce nuove, sempre più giovani, e c’è ricambio. Ma ad un certo punto anche il ricambio termina, si rimane in tre e la casa poi resta vuota e torna al Comune, che per averla indietro non ha dovuto far nulla. Quest’ultimo problema è poi relativo: ai Comuni il più delle volte gli stabili occupati non servono. Ho frequentato non so quanti posti già occupati da altri e ne ho occupati a mia volta almeno tre: tutti quelli che sono stati sgomberati e chiusi sono rimasti lì a marcire. Dopo un po’ erano uguali a prima, prima che gli straccioni li occupassero, voglio dire. In compenso, quelli che ne sono stati scacciati sono andati ad occupare altri posti.
• A Berlino c’è il famoso quartiere di Kreuzberg che siccome era a ridosso del Muro non valeva nulla e ci abitavano i turchi. I Punx e gli Autonomen presero ad occuparne le case. Non volevano che venissero demolite e facessero posto ad un orribile serie di palazzi di cemento (ne costruirono solo uno ed è davvero orribile). Quando cadde il Muro le occupazioni dilagarono ad Est dove c’erano un sacco di stabili che non valevano nulla e su cui gli speculatori non avevano ancora messo le mani. Le occupazioni tedesche si sono ridotte, assottigliate, normalizzate, perché il sussidio di disoccupazione e gli aiuti statali ai poveri e agli studenti hanno trasformato gli occupanti in affittuari, disposti a pagare un piccolo canone (non ”simbolico”) pur di sistemarsi con tranquillità in una casa alla quale ci si era già affezionati. La municipalità di Berlino ha provveduto poi a regalare al ”Movimento” un grande e bell’edificio ed ora tutti sono lì a discutere dei mali del mondo. In Germania non si occupa più nemmeno un centimetro quadrato. La noia è un bruttissimo nemico da battere.
• Gli ”squatter” sono superati. I titoloni sui giornali sono il segno che qualcosa si è cristallizzato e si è fermato. Ora l’alternativa vera sta non più nel prendersi un posto in cui abitare rifiutando di pagarlo, ma nel rifiutare del tutto l’abitare in un solo posto. cosa più interessante e molto ambita diventare un ”traveller”, cioè un nomade viaggiatore che si stabilisce su un camion e mette su famiglia, poi con il proprio camion si unisce ad una carovana e va in giro per il mondo a organizzare rave e feste sciamaniche e chimiche che durano per vari giorni. Queste tribù nomadi sono belle e variopinte, piene di cani e di bambini. Nessuno di questi nuovi zingari ha il minimo interesse per una casa: non saprebbero che farsene. In Inghilterra è stata emessa una legge contro i travellers, si chiama ”Criminal Justice Bill” ed in sostanza proibisce di spostarsi in convogli di più di tre automezzi e di fare feste all’aperto con musica ”ritmata e ripettitiva” anche se il proprietario del terreno è d’accordo. Le tribù nomadi allora si sono spostate sul continente, soprattutto in Francia, e hanno preso ad organizzare grandiosi raduni (in gergo ”teknival”, contrazione di techno e festival) e lunghissimi rave. Poi anche la Francia ha deciso di buttarli fuori, e allora le carovane si sono dirette verso la terra promessa dell’occupante, i Paesi dell’Est, Bulgaria, Romania, Slovacchia. Qui legge e polizia sono concetti relativi e le tribù, felici, vagano ballando fra le steppe balcaniche.
• Ero uno squatter, oddio, sempre un po’ borghese e amante delle docce (quando non erano disponibili in loco sopperivano all’uso quelle dei centri d’accoglienza). Non sono mai stato amante dei cani e i gatti nelle case occupate si sporcano troppo (poi ci sono i cagnacci che li mordono). Belle le mattine all’alba con le tronchesi: si facevano saltare con un colpo netto le catene delle porte e dentro le case buie e silenziose si scoprivano angoli d’incanto e oggetti-tesoro: che emozione quel cassone di metallo che poi sarebbe diventato una cucina! Si faceva pulizia, si spalancavano le tende per tener lontani i topi e le altre porcherie, poi si sprangavano porte e finestre per tenere a bada gli intrusi. Un compagno telefonava alle radio e ai giornali (sempre i soliti però, quelli di ”movimento”: oggi ci sono i cellulari e l’e-mail ed è tutto diverso). Dopo un po’ arrivava la polizia, batteva alla porta. Tu da dentro li mandavi a quel paese e dicevi quello che si usa dire in questi casi: «Questo è un gesto politico!». Si faceva passare una bandiera da qualche buco e si sperava di resistere almeno quarant’otto ore. Dopo 48 ore non possono mandarti via se non con un’ordinanza del Comune. Poi, se tutto è andato bene, la prima cena d’occupazione con tanto vino. Se tutto era andato male i lividi e l’appuntamento con l’avvocato. Poi ancora: pulire il posto, togliere dalle pareti gli strati antichi di muffa, scovare i fili dell’elettricità e i tubi dell’acqua, aiutati in questo da ragazzi e ragazze pratici della materia che son più di quanti s’immagini. E una volta pronti, con la casa messa a posto e la polizia tenuta lontana, l’angoscioso dilemma di sempre: che fare?