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 1996  novembre 04 Lunedì calendario

L’Iri ha un capitale di 6

• L’Iri ha un capitale di 6.049 miliardi e debiti per 23.500 miliardi. Tre anni fa il ministro degli Esteri Andreatta fu convocato dal Commissario dell’Unione Europea, Karl Van Miert. Van Miert voleva che l’Iri riducesse il suo debito a "livello fisiologico" e cioè: se il capitale è di seimila miliardi, i debiti a loro volta non superino i seimila miliardi, cioè siano uguali al capitale. Andreatta trattò e ottenne questo: l’Iri avrebbe avuto tre anni di tempo per diminuire i suoi debiti "a livello fisiologico". I tre anni scadono il 31 dicembre prossimo e l’Iri ha ancora debiti per 23.500 miliardi.
• C’è un solo modo per ridurre questo debito: vendere qualche società. una sola società, posseduta dall’Iri, capace (forse) di far entrare in cassa ventimila miliardi: la Stet. Ma a settembre di quest’anno la Stet non era ancora stata venduta. Il 27 settembre perciò il ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi scrisse al commissario Van Miert una lettera in cui chiedeva una proroga di un anno. L’11 ottobre Van Miert rispose: non più di sei mesi. Cioè il prossimo giugno.
• La Stet fa tante cose, ma la sua attività principale riguarda i telefoni. La Telecom - cioè la vecchia Sip, quella a cui paghiamo la bolletta ogni due mesi - è posseduta dalla Stet. Ora, non solo l’Italia vuole vendere la Stet, ma anche gli altri paesi stanno vendendo - un pezzo per volta - le loro aziende telefoniche. In questo momento i tedeschi hanno messo sul mercato un pezzo della loro Deutsche Telekom. All’inizio dell’anno prossimo gli spagnoli cederanno la seconda tranche di Telefonica. In primavera i francesi daranno via una quota della loro France Télécom. Subito dopo gli svedesi venderanno Telia. In totale, gli Stati che nel prossimo anno privatizzeranno in tutto o in parte i loro telefoni sono quindici. Una società telefonica costa molto e per comprarla ci vogliono di sicuro anche capitali internazionali. Bisognerebbe vendere la Stet in un momento di calma e non mentre c’è la concorrenza di un’altra offerta. Ecco perché, a parte tutti gli altri problemi, andrebbe bene novembre 1997. Oppure febbraio, nella cosiddetta "finestra" che si creerà tra le vendite tedesca e spagnola, e la vendita francece. Ma per febbraio non saremo pronti.
• Come mai per febbraio non saremo pronti, visto che si sa da un pezzo che la Stet deve essere venduta? Per la questione dell’Authority. L’Authority è l’organismo che dovrebbe occuparsi di vendere la Stet e, poi, quello che dovrebbe fissare le tariffe per il pubblico. Secondo molti l’Authority è o dovrebbe essere anche un’"Autorità di garanzia dell’interesse pubblico". In ogni caso, l’Authority che ci interessa sta nel primo articolo del disegno di legge Maccanico, dove è previsto che sia formata da un presidente e da otto membri eletti dal Parlamento ed equamente divisi tra maggioranza e opposizione. Se non si approva questo disegno di legge e non si istituisce l’Authority, non si può vendere la Stet. E il disegno di legge è ora al Senato, da dove non riesce a muoversi. Lo bloccano soprattutto quelli che la Stet non intendono privatizzarla. E lo blocca anche chi magari non sarebbe contrario a privatizzarla, ma non desidera che diventino legge altri parti del disegno. Il provvedimento, infatti, non regolamenta solo il mercato della telefonia e delle comunicazioni, ma anche quello delle televisioni. e poiché prevede limiti alla concentrazione delle risorse televisive, se approvato così com’è porterebbe all’obbligo per Rai e Mediaset di cedere una rete. Al partito di quelli che non vogliono la privatizzazione Stet, si affianca perciò il partito misto Rai-Mediaset di quelli che non vogliono intaccare in nessun modo il duopolio televisivo. Ecco perché la legge è ferma, l’Authority non passa, la Stet non si può vendere e Ciampi è costretto a chiedere proroghe a Van Miert.
• C’è tuttavia un altro problema a complicare il panorama, ed è questo: alla fine del 1996 l’Iri avrà perso altri 2.900 miliardi. Questa perdita è dovuta a molti fattori, ma il principale è il dissesto dell’Alitalia (un’altra azienda posseduta dall’Iri), per la quale si sono dovuti sborsare quest’anno 1.500 miliardi. In ogni caso, con un capitale di 6.000 miliardi e perdite in corso d’anno per tremila, scatta un articolo del nostro Codice civile (il numero 2446). Questo articolo impone ai soci di una società che abbia perso più di un terzo del suo capitale: o di mettere nuovi soldi (cioè ricapitalizzare) o di abbattere il capitale (cioé dichiarare che il capitale della società non è più di seimila miliardi ma di tremila) oppure fallire. L’Iri non può fallire, pena sanzioni gravissime da parte dell’Unione europea, dato che risulterebbe a quel punto insolvente. E non può neanche abbattere il capitale, per via dei debiti di 23.500 miliardi. I soci dell’Iri dovrebbero dunque mettere soldi nell’Istituto. Ma chi sono i soci dell’Iri? Ce n’è uno solo, il ministero del Tesoro. E dove potrebbe prendere tremila miliardi, il ministero del Tesoro? Dai cittadini, naturalmente: bisognerebbe chiedere al ministro delle Finanze, cioè al governo, di mettere una nuova tassa. Cosa impossibile, e non solo per ragioni politiche (di passata, notiamo che i dodicimila miliardi necessari a salvare dal fallimento il Banco di Napoli sono esattemente l’importo dell’eurotassa che ci verrà chiesta a dicembre).
• Mettere altri soldi nell’Iri però è impossibile anche perché il commissario Van Miert, cioè la Ue, non ce lo consentirebbe. L’Unione europea ha questa regola: lo Stato non può dare soldi ad aziende - né pubbliche né private - che non hanno nessuna speranza di salvarsi. Ci sono polemiche a non finire per gli aiuti che i tedeschi hanno ricevuto per la Volkswagen. E gli italiani, a quanto pare, non potranno in nessun caso far lo stesso per il problema Iri. Per risolvere il quale, dunque, non resta che far arrivare soldi con qualche trucco oppure vendere qualcosa che crei meno problemi della Stet.
• Il ragionamento è questo: se non si possono dare soldi all’Iri, gli si potrà almeno regalare un’azienda ricca, che abbia denaro? Per ora Van Miert non ha detto di no. L’azienda ricca è anche stata individuata: sarebbe la Gepi, un’altra società interamente posseduta dal ministero del Tesoro. Come mai la Gepi, un’azienda pubblica con 243 dipendenti e un capitale di 2.200 miliardi, è anche così ricca da poter risolvere almeno temporaneamente, i problemi dell’Iri? E’ una storia interessante. Dal ’71 fino al 1993, questa società si è occupata di aziende decotte o comunque in crisi. Doveva salvarle o, almeno, salvare i lavoratori: «Non c’erano limiti al tipo di attività svolta: dal tessile all’abbigliamento (il preferito), dal metalmeccanico alla cantieristica raccogliendo indifferentemente aziende con 5 o con 200 dipendenti. L’unico criterio di scelta pareva essere quello dell’assenza o della scarsa possibilità di fare reddito. Nel ’76 poi la Gepi aveva ricevuto il compito di provvedere ai lavoratori espulsi dall’industria: li assumeva e poi li metteva in cassa integrazione, facendoli passare per apposite società di reimpiego. Per lo più scatole vuote che dovevano servire come serbatoio della forza lavoro in esubero. A fine ’93 la Gepi era intervenuta in 300 casi ed aveva costituito ben 427 società per reimpiegare circa 110 mila disoccupati, nonché 21 società per gestire cassaintegrati. Sull’altro fronte aveva 91 aziende di cui 20 non operative e 71 in lotta per non chiudere. Il «carrozzone finanziato ovviamente con fondi pubblici, marciava spedito: nessuno, né il governo né tanto meno i sindacati avevano voglia di intaccare le fondamenta di quel sistema di ammortizzazione sociale» (Stefano Tamburello). Nel ’93 la Gepi passò al Tesoro. Ed ecco che cosa è accaduto da quel momento: «Allo scopo statutario di "concorrere al mantenimento e all’accrescimento dei livelli di occupazione compromessi da difficoltà transitorie di imprese industriali", la Gepi ha ricevuto e riceve dalla Cassa depositi e prestiti, facente capo al Tesoro, prestiti non soltanto a tasso agevolato, ma soprattutto con rimborso a carico dello Stato nel senso che, quando maturano rate di ammortamento dei mutui, i relativi importi, invece di essere pagati dalla Gepi al suo creditore Tesoro, vengono da quest’ultimo trasferiti a patrimonio netto della Gepi stessa [...] Al 31 dicembre 1995 gli apporti del Tesoro per questa via ammontavano a 1.642 miliardi di lire. Nel solo esercizio 1995 il flusso di nuovi apporti fu di 661 miliardi. Invece di impiegare questi soldi per gli scopi statutari di promozione dell’occupazione, la Gepi se li è messi in banca e ce li ha tenuti per tutto l’anno. Ciò si desume dai seguenti due fatti: in primo luogo, a fine esercizio la liquidità ammontava a 1.717 miliardi, di cui 1.676 miliardi erano crediti verso le banche per investimenti mobiliari "prevalentemente effettuati in operazioni di pronto contro termini e polizze di credito". In secondo luogo i proventi finanziari su questa liquidità furono pari nel 1995 a 162 miliardi, segno che con un tasso di rendimento lordo di circa il 10% la massa liquida era stata lasciata disponibile per tutto l’anno. Nonostante questi giganteschi proventi finanziari, la Gepi presentò nel 1995 una perdita netta pari a 60 miliardi» (Riccardo Gallo). Come è evidente, se Van Miert fosse rigoroso fino in fondo, dovrebbe vietare anche il trucco di conferire la Gepi all’Iri.
• C’è dunque la probabilità che il trucco della Gepi non venga ammesso. E c’è una certezza: la Gepi, da sola, non basterebbe a rifondere l’Iri dei tremila miliardi di quest’anno. Assieme alla Gepi, bisognerebbe regalare all’Istituto, per esempio, la Mei (Microelettronica italiana) oppure il Mediocredito centrale oppure la Banca Nazionale del Lavoro. «Ma ciò significherebbe dare nuova vita all’Iri e contraddire apertamente quella visione di uno Stato "arbitro" dell’economia che più volte il governo ha affermato - e comunque anche questa soluzione incontrerebbe la probabile opposizione della commissione europea che la considererebbe una forma nascosta di aiuto allo Stato» (Francesco Giavazzi).
• Il rinforzo dell’Iri, con il regalo di aziende ricche, non è possibile anche per questa ragione: negli accordi di tre anni fa tra Unione europea e governo italiano si stabilì che il denaro per pagare i debiti andava raccolto con dismissioni. Se non si può rafforzare l’Iri, si potrebbe allora indebolirla? Il progetto sarebbe questo: togliere all’Istituto le società Stet, Autostrade e Finmeccanica e passarle al ministero del Tesoro. Il ministero del Tesoro le venderebbe poi direttamente e magari anche a pezzi (la Stet). Il problema dell’Authoriity sarebbe rinviato a dopo la vendita. Sembra la via maestra, ma è piena di ostacoli. Come ognuno può facilmente immaginare, esistono due partiti: quello dei privatizzatori e quello degli antiprivatizzatori. Bisogna intendersi sul termine "antiprivatizzatori". Siccome non si può sostenere che le aziende pubbliche debbano essere vendute, gli antiprivatizzatori si battono perché siano vendute "in un certo modo". Questo "certo modo" è fatto di molte cose. Prima di tutto, dicono gli antiprivatizzatori, bisogna "spezzare" il meno possibile. Per esempio, la Stet possiede a sua volta una quantità di società: Telecom, Tim, Stream, Sirti, Mmp, eccetera. Si potrebbero vendere una per una e far incassare allo Stato molti miliardi in più (almeno diecimila), rispetto alla vendita della Stet tutta insieme. Ma in questo modo, sostengono gli antiprivatizzatori, non ci sarebbe più una strategia complessiva delle Telecomunicazioni. E anche il dato dei diecimila miliardi in più - aggiungono - è tutto da vedere.
• Sentiamo come ragiona Ernesto Pascale, amministratore delegato della Stet. Perché questo no allo spezzatino? Non frutterebbe ben 10 mila miliardi in più? «Intanto, secondo calcoli più seri e oggettivi, l’eventuale beneficio finanziario per l’Iri sarebbe di tremila miliardi...» E dice niente? «Un momento: questi sono calcoli astratti. I titoli della Stet sono penalizzati in Borsa perché se ne attende una vendita massiccia. Se si decidesse lo spezzatino, il calo si sposterebbe sui titoli delle singole società. La verità è un’altra, temo». E quale? «Con lo spezzatino, qualcuno che non ha la forza di entrare nelle privatizzazioni in blocco alla Stet spera di strappare qualche boccone per sé...» Pascale non dice a chi pensa (pensa alla Fiat, a Berlusconi, a De Benedetti, a gruppi stranieri) ma aggiunge: «Il fatto è che per la Stet è essenziale andare sui mercati internazionali, perché la liberalizzazione le farà perdere quote di mercato in Italia; ma andare all’estero comporta investimenti che si ottimizzano solo se il gruppo rimane integro [...] Non siamo chiusi né alla liberalizzazione né alla privatizzazione. Ma tutto ciò va fatto, senza sacrificare il patrimonio di professionalità, risorse e strutture del gruppo». Ancora: «E’ giusto privatizzare la Stet al più presto, costituendo un nocciolo duro di azionisti in prevalenza italiani».
• La via che perseguono quelli che abbiamo definito gli "antiprivatizzatori" è infatti questa: o un nocciolo duro costituito dalle banche oppure un azionariato diffuso, cioé lo sparpagliamento in mezzo al pubblico del capitale in milioni di quote insignificanti (metodo Eni). I privatizzatori sostengono che queste due strade portano a false privatizzazioni. Il "nocciolo" duro non potrebbe essere costituito che da banche a capitale pubblico. Dunque, sarebbe una falsa vendita. L’azionariato diffuso, all’apparenza democratico (è quello a cui puntano i sindacati e Rifondazione), lascerebbe intatto l’attuale management. Questo management dirige l’Iri e le sue aziende dai tempi della Dc e del Psi ed è fortemente sensibile ai desideri dei partiti: Pascale, in particolare, viene assegnato in quota An (anche se lui nega).
• Il braccio di ferro tra privatizzatori e antiprivatizzatori passa all’interno del governo. Schematicamente: Palazzo Chigi sta con gli antiprivatizzatori, il ministero del Tesoro con i privatizzatori. Prodi è stato presidente dell’Iri per molti anni, il suo sottosegretario Micheli è direttore generale dell’istituto in aspettativa. Schierati dalla loro parte, Rifondazione comunista e i sindacati. I privatizzatori stanno al ministero del Tesoro: Ciampi, il suo sottosegretario Filippo Cavazzuti e il direttore generale Mario Draghi. L’idea di togliere Stet, Autostrade e Finmeccanica all’Iri e di assegnarle al Tesoro per una vendita senza impacci è di Draghi. Prodi, quando la faccenda è venuta fuori, ha detto che si trattava di "idee, appunti presi tanto tempo fa". Micheli ha semplicemente fatto capire che quel progetto non esiste. Dietro a Ciampi, Cavazzuti e Draghi sta D’Alema con il Pds. Le posizioni del Polo sono più vicine a quelle di D’Alema che a quelle di Prodi. Fini ha annunciato il ritiro di tutti gli emendamenti al disegno di legge Maccanico (erano seimila): se quel disegno andrà avanti a questo punto sarà solo colpa di Prodi e di Rifondazione.
• Intanto, un’azienda della Stet, cioè la Seat (elenchi telefonici e pagine gialle) sta effettivamente andando sul mercato e dovrebbe essere venduta entro gennaio.
• Ci si può chiedere che cosa sia, in definitiva, un "mercato libero" e se convenga oppure no. Secondo la definizione del Rapporto Ciampi presentato ai capi di Stato europei, un mercato libero non dipende tanto dalle privatizzazioni, quanto dalla possibilità che si sviluppi un regime di concorrenza. Per il pubblico sembra conveniente: in regime di concorrenza i prezzi forzatamente si abbassano (non c’è più bisogno, crediamo, di fare esempi). Ma un altro punto è interessante: esiste un rapporto tra libertà economica e corruzione pubblica. Secondo uno studio della Chafuen y Guzman, una classifica stilata sulla base della combinazione dei due elementi (che risultano inversamente proporzionali: a maggiore libertà economica corrisponde minore corruzione) mostra che al primo posto nel mondo c’è la Nuova Zelanda (massima libertà economica, minima corruzione), all’ultimo la Russia, la Cina e la Nigeria (minima libertà economica e massima corruzione). Prima della Russia c’è il Brasile. Prima del Brasile l’Italia.
• Alberto Pinna, sul "Corriere della Sera" del 1° novembre 1996 (venerdì scorso): «Aosta. L’inchiesta Phoney Money si abbatte su Stet e Guardia di Finanza nell’imminenza di passaggi cruciali - privatizzazioni, cambi ai vertici - e colpisce l’amministratore delegato Ernesto Pascale e il generale Nicolò Pollari, Capo di Stato Maggiore. Due avvisi di garanzia, perquisizioniin uffici e abitazioni: Pascale è sospettato di aver fatto parte dell’organizzazione segreta che tramava per condizionare le nomine ad alto livello negli apparati dello Stato; Pollari di favoreggiamento [...] A coinvolgere l’amministratore delegato della Stet (fatturato consolidato di 37 mila miliardi, utile di 2.500 miliardi) è stato probabilmente il non del tutto chiaro legame con Enzo De Chiara, amico del presidente Clinton e uomo di fiducia (per non meglio precisati "affari internazionali") dell’Amministrazione americana. De Chiara è risultato consulente delle Ferrovie dello Stato. Una coincidenza ritenuta non casuale dalla Procura di Aosta, emersa lo scorso maggio. Quasi certamente Pascale è stato chiamato a confermarla dal sostituto Monti come "persona informata dei fatti", come pure non devono essere sfuggiti al magistrato i risvolti di un brusco ridimensionamento del potente amministratore delegato, confermato, smentito e poi ancora confermato nel giugno scorso. A Pascale, fra l’altro era stato sottratto - con neanche troppo sottinteso riferimento al "caso De Chiara" - il potere di firmare contratti di collaborazione eccedenti i 200 milioni».