Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 14 ottobre 1996
Per Benito Mussolini le pensioni erano sacre
• Per Benito Mussolini le pensioni erano sacre. Le leggi razziali del ’38, che privavano gli ebrei delle cariche pubbliche, delle cattedre e del diritto di frequentare la scuola, assicuravano invece la pensione. A chi non aveva raggiunto i requisiti minimi per averla, il duce garantì l’integrazione al minimo con contributi figurativi.
• Oggi esistono, come minimo, tre tipi di pensioni: le pensioni di vecchiaia, quelle di anzianità e le "baby pensioni".
Le "baby pensioni" sono quelle volute da Andreotti nel ’72. La Dc era al governo con i liberali, si trattava cioè di un esecutivo di centro-destra. Si stabilì che gli statali sarebbero potuti andare in pensione dopo soli 19 anni, sei mesi e un giorno di contributi versati e, se donne con figli, addirittura con 15 anni. I giornali battezzarono subito "baby pensionati" i burocrati mandati a casa con questo sistema.
• Baby pensionata? «Si, e felice di esserlo». Ermanna Cossio è una tranquilla signora della provincia friulana, che ha da poco superato gli "anta", con un marito dal cognome che sembra uno spazolino (Dentesan) e tre belle figlie di nome Vania, Silvia ed Elisa. Collabora con il signor Giorgio, il consorte, in un’azienda agricola di Terenzano Pozzuolo, in provincia di Udine, e fa una tranquillissima vita di paese. Con una particolarità. Sì, la signora Ermanna ha un record: è la baby pensionata più baby d’Italia. Andò in pensione tredici anni fa, ad appena 29 anni. Giudicate voi se si tratta di un primato positivo o negativo. Quel che è certo è che la signora Ermanna lo ha conquistato sgominando una schiera di pensionate attorno ai trent’anni che le contendevano la leadership. Era l’anno di grazia 1983. Una stagione-boom per le pensioni in calzoni corti, l’ultimo della cuccagna. I giornali inscenarono un’autentica caccai alla pensionata giovane e (perché no) aitante La prima a salire agli altari della cronaca fu la genovese Rosanna De Luca. Trentaquattrenne ex dipendente dell’Università cittadina. Poi fu la volta di Anna Chcchelani, anch’essa genovese, 32 anni e un assegno firmato Inps ogni mese in tasca. Lei, però, l’Ermanna, le stracciò tute, Quando entroò nel libro-paga dell’Inps aveva meno di trent’anni. Dappirma commessa in un apnaetteria, poi bidella di una scuola del suo paese. L’Ermanna appese grembuiule e gessetti al chiodo e iniziò a godersi la sua rendita mensile, che adesso ammonta a qualcosa più di un milione. Fatti due conti, si scopre che da allora la signora Ermanna dovrebbe aver incamerato dall’Inps almeno 150 milioni. Messi in banca, fanno proprio un bel gruzzoletto. Il tutto all’età in cui molti giovani sono ancora in cerca della prima occupazione. Andate a parlare a un ventinovenne disoccupato, magari con tanto di laurea, di pensione. vi guarderà come gli aveste nominato Babbo Natale. O l’Araba Fenice. Ma di questo, si capisce, la signora Ermanna non ha colpa. Al telefono anzi appare quasi mortificata, pure a tredici anni di distanza da quello ch
• Le baby-pensioni sono state abrogate quattro anni fa dal governo Amato. Sono però rimaste in vigore le "pensioni d’anzianità". Sono però rimaste in vigore le "pensioni d’anzianità". E cioè: si va in pensione con 35 anni di contributi, indipendentemente dall’età. Dunque anche prima dei 50 anni, se si è riscattato il servizio militare e/o gli anni d’università. In totale lo Stato spende per le pensioni di anzianità 46 mila miliardi l’anno. Fra i dipendenti pubblici le pensioni d’anzianità sono 742 mila, frai i privati un milione e 255mila. La riforma Dini dell’anno scorso ha cancellato questo tipo di pensioni, ma gradualmente e con un meccanismo molto complicato. In pratica le pensioni d’anzianità spariranno dal nostro sistema solo nel 2008.
• Secondo l’opinione generale, l’Italia sarà sempre più un paese di vecchi. Nel ’61 c’erano 9 persone ogni cento che avevano più di 65 anni. Adesso ce ne sono 16 su cento. Nel 2000 ce ne saranno 20 su cento e nel 2004 25.
• «Il nostro paese sta diventando una gerontocrazia, così che il potere e le risorse si concentrano nelle mani dei vecchi. Mi si dice che i vecchi diventano sempre più numerosi e quindi democrazia vuole che comandino loro. Ma di fatto essi comandano ai giovani di lavorare per loro, il che non è democrazia [...] Oggi si difendono le pensioni in quanto tali, anche quelle medio-alte, e i giovani corrono seri rischi di non avere nessuna pensione» (Vittorio Foa).
• Ermanno Gorrieri, fra i più attenti studiosi dello stato sociale, dice che il sistema pensionistico deve la sua iniquità alla riforma del ’69. Allora si passò dal sistema di capitalizzazione (con la pensione valutata in base al numero dei contributi versati) a quello di ripartizione (contributi versati in un monte comune e poi ripartiti fra tutti). I veri guai arrivarono con il calcolo della pensione sull’ultimo periodo contributivo (gli ultimi cinque anni per i dipendenti privati e l’ultimo per quelli pubblici) e non sulla media dell’intero arco contributivo. In questo modo sono stati favoriti quelli che avevano possibilità di carriera e penalizzati gli operai che hanno solo cinque scatti di qualifica.
• Ci sono studi sulla situazione futura dal punto di vista economico. L’ultimo è quello di David Miles, professore di Economia dell’Imperial College all’università di Londra e consulente della Banca d’investimento americana Merryl Linch. Secondo Miles, il problema dello sbilancio futuro è comune a tutti i paesi ricchi (il gruppo dei Sette), cioé in tutti i paesi ricchi a un certo punto le somme erogate per le pensioni da pagare saranno più alte dei contributi versati dai lavoratori. Lo sbilancio sarà però più grave in Italia, Germania, Francia e Giappone. Per l’Italia in particolare: il valore attuale netto dei contributi previdenziali meno le pensioni erogate fino al 2070, più le attività esistenti degli schemi pensionistici pubblici e privati dà un deficit previdenziale di quasi due volte e mezzo il Pil.
• Il Fondo monetario internazionale ha fotografato la situazione previdenziale italiana nell’Outlook di giugno. Chi ha cominciato a lavorare adesso verserà in contributi, nel corso della sua vita, da 300 a 450 milioni in più di quanto riceverà come pensione. Chi, invece, è già a casa, prende circa 150 milioni in più di quanto ha pagato.
• C’è poi anche questo fatto: se uno se ne va in pensione da giovane non se ne sta certo con le mani in mano. Ci sono dati, infatti: continuano a lavorare il 13,9 per cento di chi ha tra i 56 e i 69 anni, il 6,5 per cento di chi sta tra i 70 e i 74 anni, il 3,5 per cento di chi ha superato i 75. Gli anziani svolgono soprattutto attività in proprio (artigiani, commercianti, liberi professionisti), alcuni sono imprenditori, dirigenti, impiegati e operai.
• A tutto questo bisogna aggiungere le svariate leggi e leggine che hanno favorito questo o quello. La legge Mosca ha regalato ai dipendenti di partiti, sindacati e cooperative i contributi mai versati all’Inps. In questo modo 30 mila persone sono andate in pensione mostrando un semplice attestato e l’Inps ha rinunciato a mille e seicento miliardi di incassi. Ci sono poi una quantità enorme di truffe, come si sa, tra i cosidetti "pensionati invalidi" (De Mita ha sostenuto negli anni Ottanta che questi privilegiati del Sud controbilanciavano i privilegiati del Nord che prendevano la cassa integrazione e continuavano a lavorare in nero). Le pensioni d’invalidità sono sette milioni e costano più di 57.700 miliardi l’anno. Per Giancarlo Iacovelli, ex capo dei medici legali Inps, cinque di questi sette milioni sono falsi invalidi. Per Giovanni Motzo, ministro della Funzione Pubblica nel governo Dini, i falsi invalidi sono due milioni e 800 mila.
• Perciò, prima o poi, qualcosa si dovrà fare. Polo e Banca d’Italia vorrebbe che si abolissero senz’altro le pensioni d’anzianità. Se la Finanziaria avesse tagliato tutte le pensioni diverse da quelle di vecchiaia, avrebbe risparmiato 27 mila miliardi. Un intervento sulle sole baby-pensioni porterebbero un contributo modesto, appena 2-300 miliardi. Inoltre è dubbio che colpire i soli baby-pensionati sia costituzionale. Un "contributo di solidarietà" dello 0,5 per cento per chi ha la pensione di vecchiaia e dell’1,5% per chi ha la pensione di anzianità produrebbe 2.000 miliardi ’97 e poi, via via crescendo, 3.200 nel 2001. I deputati pidiessini vorrebbero adesso un contributo di solidarietà generalizzato a tutti, pensionati e lavoratori dipendenti, col quale si sostituirebbe l’aumento degli estimi catastali. Ma c’è il no di Bertinotti.
• Esistono poi i prepensionamenti: le aziende in crisi risolvono il loro problema scaricando sull’inps i lavoratori a cui non possono più pagare lo stipendio. Il ministro del Lavoro, Tiziano Treu, ha chiesto al Parlamento di bloccarli.
• Totali. In totale, lo Stato spende in pensioni 246 mila miliardi l’anno, cioè il 17,6% del Prodotto Interno Lordo. In percentuale più della Francia (14,9%) e della Germania (15,6%), ma meno dell’Olanda (19,1%). Una spesa così elevata non dipende dall’importo eccessivo delle pensioni (il rapporto fra la pensione media e il Pil procapite è del 57,8 contro il 57,2 dell’Unione europea) ma come abbiamo visto dalla situazione demografica gli italiani non fanno figli, la vita si allunga e la popolazione invecchia.
• Le pensioni di vecchiaia sono quelle "normali" e si prendono a 62 anni per gli uomini e a 57 per le donne.