Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 17 febbraio 1997
Lei è il fratello di Lord Chatwin?» si sentì apostrofare il dodicenne Hugh Chatwin al suo ingresso al Marlbourough College
• Lei è il fratello di Lord Chatwin?» si sentì apostrofare il dodicenne Hugh Chatwin al suo ingresso al Marlbourough College. Figlio di un avvocato, cresciuto nella quieta borghesia di Birmingham, il ragazzo non se la sentì di negare. Se Bruce, che in quella scuola era arrivato quattro anni prima, si faceva passare per un milordino, chi era lui per metter fine al travestimento?
• Vent’anni dopo, durante un viaggio in treno nella Germania orientale insieme con l’archeologo Stuart Pigott, al momento di vidimare i biglietti il controllore chiese: «Fahren Sie nicht in der ersten Klasse?», non viaggiate in prima classe? «Nein wir sind zweite Klasse», no, in seconda, rispose Pigott, ma Bruce Chatwin alla parola «Klasse» gli diede sulla voce con due sonori «Ja, Ja». Uscito il ferroviere, Pigott, un po’ perplesso, guardò l’amico: «Ma cosa volevi dire? Lo sai benissimo che non viaggiamo in prima». «Ah, di questo stavate parlando. Scusami, ma credevo che ci chiedesse: ”Sind Sie Aristokrat?”, siete degli aristocratici?, e naturalmente ho risposto di sì...».
• In questa passione un po’ infantile e un po’ grottesca, pur se temperata dall’autoironia, per l’aristocrazia e per il camuffamento, nell’ apparire quello che non si è e nell’essere quello che si vuole, nell’insolenza prodigiosa, tipica della giovinezza, biologica e/o mentale, che fa e disfa se stessa per inventarsi e per inventare continuamente, c’è tutto Chatwin uomo e scrittore. Susannah Clapp, cui si deve questo libro di analisi critica, testimonianze e pettegolezzi, With Chatwin. Portrait of a Writer (Jonathan Cape editore), ricorda come fosse impossibile pensare a lui come a un uomo maturo. «A 45 anni, ne dimostrava dieci di meno. E però, sedendogli vicino per un tè da Fortnum & Mason, ecco, inaspettata, una piccola rete di rughe disegnarsi dietro il suo sorriso. E ti veniva da pensare a Dorian Gray». Morì che non era nemmeno cinquantenne. Per il rito funebre, celebrato nella cattedrale greca di Santa Sofia a Londra, fu scelto per le letture il barbuto attore Peter Eyre. Questi arrivò in chiesa direttamente dall’Old Vic, dove stava provando Re Lear di Shakespeare. Indossava pantaloni da tuta neri, giacca e maglietta dello stesso colore: lo scambiarono per un pope e gli chiesero come si poteva passare dalla chiesa cattolica a quella ortodossa.
• «Ogni avventuriero nasce da un mitomane», sosteneva Malraux. Nel suo piccolo, Chatwin avrebbe sottoscritto. Tutta la sua vita l’ha passata fuggendo da quello che era per cercare di essere qualcos’altro: imbrogliando le carte, aggiustando quello che gli sembrava storto, ritoccando quello che non lo soddisfaceva. Viaggiatore d’eccezione in un’epoca, la nostra, che sembrava chiusa all’epica delle scoperte e delle differenze, ci ha lasciato l’immagine di un solitario ascetico, insofferente dei lussi, a proprio agio nei disagi. Non era vero niente. Elisabeth Chatwin, la moglie, ha raccontato di come si spostassero con portatori, bagagli, grandi tende e buoni libri da leggere. Lo scrittore australiano Murray Basil che fu con lui in India, disse che era «come viaggiare con Greta Garbo» per l’incredibile numero di valigie che si portava dietro. Di notte non rinunciava mai ai pigiami di seta e quanto al mangiare al sacco: «Una scatoletta di sardine e mezza bottiglia di Krug mi bastano». Quando si dice l’understatement...
• E però non era nemmeno tutto falso, perché rimaneva intatta la capacità, quando era necessario, a sacrificarsi, a non confondere il comfort con l’obiettivo prefissato, a non restare paralizzato in caso di contrattempi, a non barattare il fine per il mezzo. Anche il nomadismo, di cui è stato cantore ed esaltatore (Le vie dei canti, il volume sugli aborigeni australiani, è in tal senso il più significativo), a un esame più attento mostra qualche crepa. «Per essere un nomade spende un sacco di tempo nello stesso posto», diceva ironicamente Teddy Millington Drake, che con Chatwin divise letto e casa in Italia e in Grecia. Eppure pochi come lui hanno incarnato alla perfezione questa sindrome da irrequietezza.
• Come tutti coloro che sfuggono la massa e detestano l’uniformità, Chatwin si era creato un’uniforme da lavoro e una da riposo. Nell’epoca del vestire libero, quando ogni regola è disattesa e ogni capriccio è ammesso, non c’è altra strada per rimanere distinto che il crearsi un proprio stile, identico e ripetitivo nelle sue minime differenze. Pantaloni color kaki tagliati al ginocchio, una specie di sahariana dello stesso colore con spalline e tasche a soffietto, calzettoni e scarponi. Una celebre foto di Lord Snodown l’ha immortalato con quest’ultimi a tracolla. Viaggiava così in Africa come nel Galles. Quando non era in movimento, il blu e il verde scuro erano i suoi colori preferiti. Camicie Brooks Brothers blu (nessuno è perfetto), giacche con sempre una punta di blu, loden del tipo a mantella. Non c’era nulla di spontaneo in ciò nel senso che ogni capo era frutto di prove e tentativi, in cerca del proprio stile, e ciononostante alla fine il tutto diveniva qualcosa di innato. Non avrebbe potuto essere altrimenti. Non c’era vetrina dove non si fermasse a specchiarsi. Secondo un suo amico, Gabriele Annan, «gli piaceva essere bello. Non per pavoneggiarsi. Per risplendere».
• Nato durante la guerra, cresciuto nel clima della ricostruzione, maggiorenne ai tempi della swinging London, con i miti e i riti della sua generazione ebbe poco a che spartire. Nell’epoca del rock rimase fermo alle canzoni di Nöel Coward, il geniale commediografo dei ruggenti anni Venti, cantore e fustigatore dell’upper class britannica: conosceva a memoria i musical americani degli anni Trenta, ma ignorava i beniamini televisivi del momento. A scuola disdegnava rugby e cricket e affinava il suo gusto per il collezionismo. La sua stanza al college aveva una carta da parati bianca e verde pastello, mobili antichi inglesi e piccoli capolavori dell’arte italiana. Durante le visite guidate per i genitori, i portieri del Marlbourough la facevano vedere con orgoglio. «Il nuovo non mi impressiona», confessò anni dopo a Michel Ignatieff, che lo intervistava per la rivista ”Granta”. «I progressi in letteratura mi sembrano finire tutti in un cul de sac».
• Come capita spesso a chi scopre di essere nato in ritardo rispetto al proprio tempo elettivo, si costruì un mondo su misura, ma invece di chiudersi in esso cercò di farlo scivolare fra le maglie del presente. Entrando da Sotheby’s, la celebre casa d’aste, combinò il suo amore per il passato e per il bello, con la necessità di trovare un lavoro. La fortuna gli sorrise. Erano gli anni in cui esplodeva la passione per gli Impressionisti e la pittura del primo Novecento e alla Goldschmidt Sale si celebrava la più grande vendita di Manet, Cézanne, Van Gogh, Renoir di tutti i tempi, la regina Elisabetta la visitava, scortata da Sir Antony Blunt, il grande critico non ancora smascherato come quinta colonna di Mosca, fra il pubblico che la sera affollò l’asta sedevano William Somerset Maugham e Margot Fontayn... Sotheby’s creò, per star dietro a quel mercato, un dipartimento indipendente; nel giro di pochi anni Chatwin ne divenne il responsabile.
• Qui Chatwin perfezionò il suo estetismo, una certa propensione dandistica, la passione per il travestimento, per le personalità molteplici, fattori combinati insieme tenacemente per dar vita a una sorta di mitologia personale, dove la finzione si trasformava in verità e la verità sembrava una menzogna. Nel libro di Susannah Clapp c’è un’immagine che riassume e condensa la leggenda chatwiniana già allora in opera. Lo si vede attraversare a passo di carica un salone di Christie’s, la casa d’aste rivale, seguito da un codazzo di impiegati e appassionati tesi nel prendere appunti. Puntando il dito in rapida successione, verso le opere esposte, il giudizio è rapidissimo: «Questo è un falso, questo è un falso, questo è un falso, questo è un falso assoluto, questo è un orribile falso». «Cosa succede quando Chatwin osserva un quadro?», chiese lo scrittore Francis Wyndhamn a un comune amico. «Il quadro cade», fu la risposta. Nell’ambiente lo chiamavano «L’Occhio».
• Di questi tempi è tornata alla ribalta la faccia nascosta e meno presentabile del mercato antiquario: trafugamenti, acquisti illegali su commissione, contrabbando d’oggetti. Chatwin non ne fu immune, per interesse e per diletto, per conto terzi e per conto proprio. Si attagliava perfettamente al suo lato un po’ infantile di concepire l’avventura. Al Cairo lui e un altro mercante d’arte attraversarono la frontiera fingendosi australiani, il cappellone da farmer ben piantato sulla testa. Era stata un’idea di Bruce, convinto che la fama di ferocia che quest’ultimi si erano lasciati in Egitto dai tempi della Grande guerra avrebbe tenuto lontano i doganieri. Andò tutto bene, ma per caso: entrambi avevano passaporti britannici e, qualora ci fosse stato un controllo minimamente accurato, sarebbe saltata agli occhi la bizzarria del travestimento a dispetto dell’effettiva nazionalità. In Francia, mandato a recuperare un Cézanne, si vestì da pittore, con tanto di paletta per i colori, la tela incriminata arrotolata sotto il braccio. Al momento di dichiarare a chi appartenesse, replicò: «Moi-meme, jé suis peintre». Per la serie non dare nell’occhio...
• Nello spartiacque sottile che separa il reale dall’immaginario, Chatwin si accomodò con assoluta naturalezza, nelle piccole come nelle grandi cose. In Patagonia, uno dei suoi libri più belli, racconta, fra l’altro la storia di Butch Cassidy, il celebre fuorilegge le cui tracce si persero in Argentina. Nicholas Rankin, che sul bandito stava scrivendo una biografia, telefonò a casa di Bruce per uno scambio di informazioni. All’apparecchio una voce rispose che Mister Chatwin non era in casa. « a proposito di Butch Cassidy che chiamo», insistette Rankin. «Butch Cassidy? Perché, è in città», fu la risposta. Ospite in Toscana nella dimora medievale di Gregor von Rezzori, gli fu data la torre di segnalazione vicino al corpus principale della casa affinché lavorasse al suo romanzo Sulla collina nera in perfetta tranquillità. La domestica dei von Rezzori andò dai suoi padroni: «Quanta gente c’è nella torre?», chiese. «Solo il signor Chatwin»... «Ma io sento parlare un sacco di persone, uomini, donne, bambini...». Stava provando ad alta voce l’effetto di una scena di massa del suo romanzo.
• Allorché, bisessuale, contrasse l’Aids, realtà e fantasia si saldarono. A molti amici raccontò di essere affetto da un’infezione causatagli da un fungo cinese, rarissimo. Gli specialisti in malattie tropicali che lo avevano in cura dissero che lo stesso virus era stato riscontrato in un certo numero di contadini della Cina settentrionale e in un’orca ritrovata sulle coste africane. «Ha frequentato contadini o orche?», gli chiese il responsabile dello staff medico. «Contadini», fu la risposta. Quando però la ”London review of Books” pubblicò sul tema dell’Aids un lungo articolo, Chatwin prese carta e penna e scrisse una lettera in cui, dopo aver polemizzato per l’uso terroristico del termine, concludeva. «La sindrome da Immuno deficienza (HiV) non è una Caduta degli dei in stile gay, è un altro virus africano, molto pericoloso, che rappresenta la più grande sfida per la medicina dai tempi della tubercolosi, per la quale, in ogni modo una cura verrà trovata». La lettera, firmata, aveva come intestazione The Oxford Team for Research into Infectious Tropicale Diseases, Oxford University. Chatwin, però, di quel team non faceva parte, anche perché quel team non esisteva. Un anno dopo, a una serata di beneficenza per la lotta all’Aids, arrivò, non invitato, alla cena che la concludeva. Era sulla sedia a rotelle, spettrale eppure allegro. «Non sono un ospite, faccio parte delle vittime», si scusò sorridendo. Gli organizzatori gli trovarono subito un tavolo.
• In uno scrittore il rapporto con la verità è sempre complesso. Nel caso di Chatwin è irresolvibile tanto per lui quest’ultima si confonde con la propria visione del mondo, nella quale correlazioni, intuizioni e personaggi rispondono a un preciso canone etico ed estetico. «Nel suo mondo tutti gli anatroccoli erano cigni», ha raccontato sua moglie Elisabeth, e mai definizione, nella sua semplicità, è più appropriata. Paul Theroux, viaggiatore e romanziere, una volta lo rimproverò per la mancanza di dettagli e di precisione di cui erano lastricati i suoi testi. «Se scrivi un libro di viaggi, devi dire la verità», lo accusò. «Non credo nella verità», fu la risposta. In realtà, parlavano due linguaggi diversi. Theroux, che ha sempre alternato reportage e narrativa, vedeva i due campi separati, Chatwin li ha sempre mischiati, ritenendo la propria verità artistica superiore o, in ogni caso, più interessante, di quella reale. Da Le vie dei canti a Utz a Il viceré di Ouidah (tutti i suoi libri sono editi in Italia da Adelphi) le storie che egli racconta sono così intrecciate di vissuto e di immaginato da far uscire una plausibilissima e perfettamente logica altra dimensione.
• Nella biografia della Clapp, Chatwin come scrittore e come uomo vien fuori con pregi e difetti, idiosincrasie e passioni. Se qualcosa manca, è sul versante delle idee, che la Clapp trascura, ritenendo più interessante raccontare la sua abilità di cuoco, i suoi piatti preferiti, le ambiguità sessuali... Ed è probabile che al grande pubblico post ideologico che ha fatto di Chatwin un oggetto di culto senza preoccuparsi di capirne il perché, vada bene così. Salman Rushdie l’ha definito, dal punto di vista politico, «un innocente», nel senso non propriamente positivo del termine, ma non è vero. Le sue idee in materia erano chiarissime e per nulla ingenue. Non si era appassionato al comunismo sovietico né ai «cataclismi» della rivoluzione culturale cinese, né al marxismo in salsa hippie-pacifista. Rifiutava ogni totalitarismo, non credeva alle «magnifiche sorti e progressive», e quindi a un concetto indefinito di progresso; non riteneva i sistemi di governo esportabili come fossero un paio di scarpe: detestava «l’internazionalismo specioso». Non amava il sistema capitalistico basato sul consumo e sul profitto, ma rifuggiva da ogni terzomondismo d’accatto così come da ogni neocolonialismo di ritorno. In più era affascinato dalle individualità, dai personaggi d’eccezione, dagli avventurieri che si mettono in gioco, si compromettono, ma riescono ugualmente a conservare la loro dignità, la loro autonomia di giudizio.
• Gran seduttore anche con la parola, poteva risultare odioso o amabile, difficilmente noioso. Sapeva prendere in giro e si lasciava prendere in giro. A Jonathan Hope, un suo amico antiquario, segnalò due giavellotti antichi di fattura asiatica, seppelliti in un negozio di anticaglie di Ludlow, nel Galles. «Potremmo comprarne uno a testa», gli disse. Poi partì, senza far sapere né per dove né per quanto. Hope andò nel negozio e fece l’acquisto. Mesi dopo alcuni amici gli dissero che Chatwin raccontava in giro che lui aveva fatto la scoperta e Hope, più bravo, l’affare. «Ma guarda che uno è tuo, come d’accordo», gli disse Hope quando finalmente riuscì a mettersi in contatto. «No grazie, mi piace più la storia come la racconto io». In un’altra occasione, nella villa Malcontenta di proprietà dei Landsberg, identificò un pezzo di marmo sotto una consolle come parte di una scultura greca. I padroni di casa gliene fecero omaggio. Trasportata nel suo appartamento di Hyde Park, la descrisse in un articolo come «il posteriore di un kùros greco arcaico». Gli intimi la ribattezzarono ”il Culo”. Gli ultimi mesi di vita segnati dalla malattia sono, nel racconto che ne fa la Clapp, commoventi. Sino alla fine Chatwin sognò di scrivere un’opera su Rimbaud. Lo affascinava quel suo abbandono improvviso della poesia, ad appena vent’anni. Aveva elaborato una teoria in proposito: il fuggire da ciò che era stato, l’alcol, la droga, i nervi a pezzi, e il viaggiare per l’Europa e poi in Egitto ad Aden e in Abissinia, era un modo per allontanarsi dal male e ritrovare la sanità mentale e fisica perduta. Così sarebbe stato per lui. «Se riesco a rimettermi in piedi e a camminare, mi salvo», era l’idea con cui si dava forza. Solvitur ambulando, camminando si risolve... Morì come Rimbaud, nel sud della Francia.