Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 29 luglio 2000
I racconti della Kolyma
• All’ingresso di tutti i lager sovietici, c’era la scritta: «Il lavoro è una questione di onore, di gloria, di valore e di eroismo».
• Il lager della Kolyma sorgeva dove la Taiga siberiana si fonde col deserto nordico della Tundra. Uno dei pochi arbusti che sopravvive in quelle zone è il mugo: sempreverde, appartiene alla famiglia delle conifere e raggiunge l’altezza di due-tre metri. Ha una sensibilità meteorologica infallibile: avverte l’arrivo dell’inverno con qualche giorno di anticipo, curvandosi e comprimendosi al suolo. Rimane in quella posizione, sotto la neve, fin quando non sente, sempre anticipo, la primavera. Allora si scuote di dosso il ghiaccio, si raddrizza, leva gli aghi al cielo. D’inverno è possibile ingannarlo accendendo un falò: il mugo esce dal letargo per poi tornarvi appena si spegne il fuoco.
• Chi stava alla Kolyma da qualche tempo era in grado di stabilire la temperatura senza termometro. Se respirando l’aria esce con rumore, ma si riesce comunque a respirare senza difficoltà, la temperatura è di 45 gradi sotto zero. Se la respirazione è rumorosa e provoca affanno, 50 gradi sotto zero. Al di sotto dei 55 gradi, lo sputo gela in volo.
• «Era difficile trovare nel Paese una sola famiglia i cui parenti o amici non avessero subito persecuzioni o repressioni».
• Chi era accusato di crimini politici, durante il processo e in attesa della sentenza, prima di essere spedito al lager, era imprigionato nel carcere moscovita della Butyrka. Lì il vitto non era malvagio, si giocava con scacchi fatti di mollica di pane e pure a shangai, coi fiammiferi.
• «Uno dei principali sentimenti del lager è l’immensità della mortificazione».
• impossibile distogliere lo sguardo dal cibo che scompare nella bocca di un altro uomo».
• «L’enorme porta a due battenti si spalancò e nella baracca di transito fece il suo ingresso il dispensiere. Si soffermò nell’ampia striscia di luce mattutina riflessa dalla neve azzurra. Da ogni parte lo guardarono duemila occhi: dal basso, da sotto i tavolacci, dritto in faccia, di lato, dall’alto dei tavolacci a quattro piani dove quelli che conservavano ancora un po di forza si arrampicavano con una scaletta. Oggi era il giorno dell’aringa, e dietro al dispensiere avevano trasportato un enorme vassoio di compensato che si piegava sotto il peso di una montagna di aringhe tagliate in due. Dietro al vassoio veniva il sorvegliante di turno col suo bianco pellicciotto di montone rovesciato che scintillava come il sole. Le aringhe le distribuivano al mattino: mezza a testa, un giorno sì e un giorno no».
• «Basta dire ad alta voce che il lavoro è pesante per essere fucilati. Per qualsiasi osservazione, anche la più inoffensiva, nei confronti di Stalin, c’è la fucilazione. Restare in silenzio quando tutti gridano urrà a Stalin: anche questo basta per essere fucilati».
• «Il terreno sassoso e il ghiaccio perpetuo si rifiutano di accogliere i morti. Bisogna trivellare, far saltare in aria il terreno».
• Due detenuti intenzionati a fuggire si fecero amico un prigioniero poco sveglio, gli diedero razioni supplementari di cibo e gli confidarono i loro progetti di evasione. Una volta fuggiti, dapprima divisero con lui la scorta di viveri che si erano portati appresso, quindi arrostirono il detenuto stesso (in parte lo mangiarono subito, il resto lo misero nello zaino).
• Durante un trasferimento di prigionieri, un capoconvoglio scese e fece l’appello. La pioggia sbiadì l’inchiostro e non fu possibile leggere i numeri ma solo i nomi. L’ultimo era Alias Berdy e mancava all’appello. Si trattava di un equivoco, ovvero del soprannome di un detenuto, ma nessuno se ne accorse. Il capoconvoglio, temendo di essere punito per quella che credeva essere un’evasione, così risolse la faccenda: andò nel più vicino villaggio, arrestò il primo asiatico che gli capitò a tiro, distrusse i suoi documenti, gli affibbiò l’identità di Alias Berdy e lo caricò sul vagone.
• Tra i detenuti della Kolyma, oltre ai molti "articoli 58", cioè condannati per vari reati politici (traditori della patria, attività controrivoluzionarie ecc.), c’erano anche malavitosi. Le loro condizioni di vita erano molto meno dure, non dovevano lavorare, compivano angherie sui "politici" e li uccidevano impunemente. Il partito li considerava "amici del popolo".
• Lo sceneggiatore Andrej Fiodorovic Platonov era un cantastorie. La sera, nella baracca, intratteneva i malavitosi con racconti tratti dalla letteratura (Dumas, Doyle, Wallace). In cambio otteneva protezione dai soprusi e qualche crosta di pane. Una volta disse che, se fosse sopravvissuto alla Kolyma, avrebbe scritto un racconto sulla sua esperienza, intitolato ”L’incantatore di serpenti”. Venti giorni dopo morì. Mentre lavorava, alzò il piccone, barcollò e cadde con la faccia sulla pietra, consumato dalla fame, dal gelo, dalla fatica.
• «Il massacro di milioni di uomini compiuto in tutta impunità poté riuscire proprio perché quegli uomini erano innocenti».
• «La vita tornava a me malgrado la mia stessa volontà».