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 2000  marzo 20 Lunedì calendario

Taiwan - Superficie: 36

• Taiwan. Superficie: 36.179 chilometri quadrati (circa un ottavo di quella italiana). Popolazione: 21.7 milioni. Capitale: Taipei. Moneta: dollaro di Taiwan. Lingua: cinese (ufficiale), hukka, taiwanese. Pil: 283 miliardi di dollari. Reddito pro capite: 26 milioni di lire l’anno (quello cinese è 1.7 milioni). Forze armate: 376 mila soldati (l’esercito della Repubblica Popolare è composto da 2 milioni e 840 mila unità). Spese per la difesa (per cento del Pil): 4.9.
• Storia. 1663: l’impero cinese conquista l’isola. 1895: al termine della guerra cino-giapponese Taiwan passa sotto il controllo di Tokyo (ritornerà cinese nel 1946, al termine della seconda guerra mondiale). 1949: sull’isola si rifugiano le truppe del generale nazionalista Chiang Kai-shek, sconfitto da Mao nella guerra civile, insieme ai soldati arrivano circa due milioni di profughi. 1954: trattato di difesa con gli Usa. 1971: la Repubblica Popolare Cinese entra a far parte dell’Onu e ottiene l’espulsione di Taiwan. 1975: muore il generale Chiang Kai-shek. 1978: gli Stati Uniti riconoscono ufficialmente la Repubblica Popolare Cinese ma continuano ad appoggiare militarmente Taiwan. 1987: viene abrogato lo stato di emergenza e la legge marziale, prime riforme democratiche. 1991: Taiwan mette fine allo stato di guerra rinunciando all’uso della forza per la riconquista della Cina continentale. 1996: prime elezioni democratiche, viene eletto presidente Lee Teng-Hui, rappresentante del Kuomintang, l’ex partito unico che ha governato dal 1949.
• Le elezioni a Taiwan innervosiscono molto i dirigenti della Cina comunista. Nel marzo del 1996, in occasione delle presidenziali lanciarono 4 missili nel braccio di mare che separa i due paesi per intimidire gli elettori e convicerli a non votare il candidato presidenziale Lee Teng-Hui, che fu poi eletto con altissime percentuali (gli Usa risposero ai missili mandando in zona la più imponente formazione navale dalla guerra nel Vietnam). Pechino rischia di ripetere lo stesso errore schierandosi 4 anni dopo contro ”l’indipendentista” Chen Shui-bian.
• I cinesi potrebbero rimanere prigionieri della propria retorica: far seguire alle minacce un ultimatum dal quale non potrebbero sganciarsi senza perdere la faccia. Secondo una relazione dell’Istituto Internazionale di studi strategici di Londra una guerra tra Cina e Taiwan sarebbe una catastrofe per tutta l’area del Pacifico: «Se la Cina oserà scatenare un’invasione dipenderà soprattutto dalla forza e dalla leadership degli Stati Uniti».
• Libro bianco cinese su Taiwan. Il 28 febbraio il governo cinese ha pubblicato un ”libro bianco” nel quale si minacciano «misure drastiche che non escludono l’uso della forza militare» se Taipei rinvierà ancora le trattative per la riunificazione.
• Alle elezioni svoltesi sabato si erano candidati in tre: Lien Chan (Kuomintang), 64 anni, nato nella Cina settentrionale. stato primo ministro e attualmente è vice premier; James Soong (indipendente), 58 anni, anche lui cinese di nascita, è uscito dal Kuomintang dopo aver aiutato il presidente attuale a conquistare il potere, è indagato per corruzione; Chen Shui-bian (Partito democratico progressista, Dpp), il vincitore, soprannominato da tutti ”A Chen”, 49 anni, è l’unico nato sull’isola. Ex sindaco di Taipei, avvocato e politico travolgente, è stato anche in carcere per la sua attività di difensore dei perseguitati politici negli anni della dittatura di Chiang Kai-shek. Era il più inviso ai cinesi per il suo indipendentismo ma durante la campagna elettorale ha molto moderato le sue richieste. Al momento della vittoria ha annunciato che non ci sarà alcun referendum sull’argomento.
• La Cina aveva definito Chen un nemico e aveva minacciato la guerra nel caso gli elettori l’avessero votato. Ma gli esperti internazionali prevedono che gli accorti dirigenti di Pechino sapranno esprimere una politica più realistica. «Anche allo scopo di non compromettere i rapporti strategici ed economici con gli Stati Uniti (Washington ha convocato l’ambasciatore cinese invitando il suo governo a moderare i toni della propaganda). Per salvare la faccia troveranno una scappatoia. Probabilmente sospenderanno ogni azione in attesa dell’insediamento del nuovo capo di Stato, il 20 maggio, e poiché in questi due mesi Chen farà offerte di dialogo e concederà gli scambi commerciali diretti che la Cina invoca da 15 anni, il PCC sentenzierà ”Attendiamo la prova dei fatti” e affermerà di aver piegato l’avversario».
• La Cina non è in grado di scatenare un attacco massiccio e credibile su Taiwan. L’esercito di Taipei ha armamenti sofisticati e sarebbe capace di difendersi infliggendo pesanti perdite all’aggressore. I cinesi potrebbero essere pronti tra qualche anno quando saranno dotati di mezzi bellici più moderni. Nel frattempo potrebbero optare per pesanti forme di pressione, ad esempio una sorta di blocco navale nello stretto di Taiwan o la conquista simbolica di qualche isolotto minore».
• Vera arma per piegare l’isola: la confisca dei beni dei taiwanesi. «Ricchi tycoon, piccoli imprenditori e oscuri faccendieri di Formosa hanno immobilizzato oltre lo stretto qualcosa come 38 miliardi di dollari di investimenti. Una cifra colossale che fa di Taipei il principale investitore estero in Cina».
• «I tre grandi protagonisti della partita strategica taiwanese, Cina, Taiwan e Stati Uniti fondano le loro politiche proprio sull’ambiguità, la doppiezza, gli ondeggiamenti. In questo triangolo la sfiducia è totale. La Cina diffida di Taiwan, sempre più lontana sul piano economico e anche su quello politico, da quando negli anni ’80 ha svoltato verso la democrazia. E diffida dell’America che desidera partecipare al suo sviluppo ma vede in lei una aspirante e temibile superpotenza. Taiwan rifiuta gli ”abbracci fraterni” d’una Cina che ha come obiettivo numero uno dei suoi programmi di riarmo proprio la riconquista dell’isola, ma ha anche paura del protettore americano, tentato di costringerla a patteggiare con i comunisti per proseguire la marcia di avvicinamento a Pechino. E l’America è preoccupata tanto dall’acceso nazionalismo cinese quanto dai problemi creati dai governanti di Taipei, i quali provocano la Repubblica Popolare con dichiarazioni quasi indipendentiste, proprio allo scopo di indurre Pechino a minacciare guerra e Washington ad armare Taiwan».
• Tra Taipei e Pechino c’è un armistizio che nessuno vuole rompere per primo. «A lungo l’atteggiamento cinese si era incardinato sulla minaccia di intervenire militarmente contro Taipei, solo se nell’ex Formosa si fosse verificato uno dei seguenti avvenimenti: proclamazione dell’indipendenza, intervento straniero. Data la loro alta improbabilità, in pratica ciò equivaleva all’accettazione dello status-quo, cioè l’esistenza di due Cine, una legittima (quella comunista) e l’altra no, ma pur sempre due entità di fatto. Pechino poteva, paradossalmente, fare affidamento sulla permanenza al potere del Kuomintang, cioè proprio dei suoi più acerrimi nemici. Chiang Kai-shek prima, i suoi eredi politici poi, condividevano infatti, con speculare e contrapposta assolutezza ideale e programmatica, l’obiettivo storico della riunificazione, anche se per loro ovviamente i ”ribelli” da domare stavano sul continente. Ma proprio perché, al pari della Repubblica Popolare, i nazionalisti proiettavano quel traguardo in un orizzonte temporale indefinito, si adattavano tanto quanto i loro nemici ad un modus vivendi, conflittuale solo quanto può esserlo un armistizio che nessuno vuole rompere».
• Se due paesi esistono di fatto, e ospitano regimi tanto diversi, perché inseguire la chimera di una futura riunificazione e non sancire in forma definitva e chiara la divisione? «Pechino ha cominciato a preoccuparsi seriamente quando ha capito che quei fermenti culturali non erano più espressione di un malcontento elitario, e potevano riversarsi in concrete scelte politiche».
• Lien Chan, candidato del Kuomintang: «Figlio di ricchissima famiglia, sposato ad una ex miss Taiwan, è dinosauro nel senso che è assai poco espansivo, goffo quando arringa la folla con il giubbotto impermeabile e in testa il cappello da baseball con una farfallina come stemma, emblema che il vecchio Kuomintang ha scelto per dimostrare che è in mutazione: settanta anni da crisalide dispotica ora lieve farfalla. Comunque non ha nemmeno un briciolo del carisma di Lee Teng-Hui, il primo presidente democraticamente eletto della Repubblica cinese di Taiwan che si ritira perché è ormai ottantenne, ma che fino a ieri si diceva che, segretamente, appoggiasse A Chen, il candidato indipendentista dell’opposizione, non questo Lien Chan che è tanto mandarino cinese vecchio stile da imbarazzarsi se deve alzare la mano e fare con l’indice e il medio la V di vittoria».
• Annette Lu, candidata alla vicepresidenza per i progressisti: «Forse a Pechino si dicono: "Il Kuomintang è morto, noi ancora no”. Ad ogni modo sono tutti e due dinosauri che ancora ci alitano addosso».
• I tre candidati hanno ignorato i temi economici perché le cose vanno bene. Neil Stovicek, economista di National Securities: «L’economia taiwanese continua a godere di ottima salute e i fondamentali restano solidissmi». Prodotto interno lordo nel ’99: +5.7 per cento. Previsioni per quest’anno: +6.5 per cento. Il debito estero ammonta praticamente a zero. «I forzieri dell’isola traboccano valuta estera: a gennaio le riserve sono lievitate ulteriormente raggiungendo il livello record di 111 miliardi di dollari, una cifra che fa di Taiwan la terza potenza valutaria mondiale, alle spalle di Giappone e Cina [...] In quarant’anni l’economia di Formosa ha mutato pelle ben quattro volte. Dalla prima rudimentale industria agroalimentare alle fabbriche di giocattoli, ombrelli e scarpe; dalle manifatture pesanti all’ingresso nel Gotha dei produttori mondiali dell’information technology. Progressivamente tutte le produzioni ad alto contenuto di manodopera, quelle che hanno fatto la ricchezza dell’isola, sono state trasferite in Cina, dove il costo del lavoro è decine di volte inferiore. Sull’isola è rimasto il meglio: elettronica, computer, meccanica di precisione, fibre, biotecnologie».
• I veterani della guerra annoiano le nuove generazioni. I giovani sotto i trent’anni, un quarto degli elettori, hanno votato compatti per Chen Shui-bian perché «non ne possono più del Kuomintang dei veterani e dei loro dannati racconti sulla guerra civile, e naturalmente non hanno alcuna voglia di riunificarsi a una Repubblica Popolare povera e repressiva».