Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 31 gennaio 2000
L’euro è ai minimi storici nei confronti del dollaro
• L’euro è ai minimi storici nei confronti del dollaro. Giovedì scorso, per la prima volta dal 4 gennaio 1999 (prima quotazione della moneta unica) l’euro è stato fissato dalla rilevazione della Banca Centrale Europea sotto la parità con il dollaro, a quota 0,9976. In poco più di un anno ha perso quindi il 15,3% nei confronti della valuta d’oltreoceano.
• Il flusso dei capitali va dall’Europa agli Stati Uniti. Romano Prodi, presidente dell’Ue, non è preoccupato: «Credo che il giudizio su una moneta dipenda dal tasso di cambio. Verrà il giorno in cui gli europei penseranno che l’euro è troppo forte...». Secondo Richard Kasmin, esperto dell’americana Donaldson, Lufkin&Henriette «Ci sono forti possibilità che l’euro possa restare a lungo al di sotto della parità». Dello stesso avviso Mark Thome della General Bank: «Tutti parlano della prossima ripresa dell’economia europea, ma il mercato valutario oggi è condizionato dai flussi di capitali. E oggi il flusso va dall’Europa agli Stati Uniti».
• Le autorità monetarie devono però restare calme. Per l’economista Rudi Dornbush è come quando uno si è comprato una automobile nuova: «Il momento del primo graffio sembra chissà che, poi ci si abitua. Non conta nulla che l’euro sia disceso sotto al dollaro, è un numero privo di senso. La sfiducia della gente? Sì, a mia madre fa impressione, perché pensa che i suoi marchi valgano di meno. Ma le autorità monetarie devono restare calme».
• Forse le cause del crollo dell’euro vanno cercate nell’astrologia. Fabrizio Galimberti sul ”Sole-24 Ore” di sabato: «L’euro è del Capricorno: incapace di tener duro quando le cose si fanno difficili. Il ricorso all’astrologia è necessario, dicono alcuni, per giustificare lo sgretolamento di fronte al dollaro. E il segno del dollaro? Difficile rimontare alla data di nascita, che non è precisa come quella dell’euro. Ma il segno dev’essere del Toro».
• L’euro debole è una manna per le esportazioni. Casomai il problema sono gli choc esogeni. La tesi di Romano Prodi, condivisa da molti economisti, è che lo scivolamento dell’euro non deve preoccupare: «Sarei molto preoccupato di fronte ad uno choc economico che colpisse uno dei Paesi dell’Unione. Quello sarebbe importante, non il cambio con il dollaro». Traduzione: l’euro debole, favorendo le esportazioni, può essere un ottimo propellente per il Vecchio Continente (una ricerca pubblicata lunedì scorso sul sito della Commissione Europea spiega che il calo dell’euro ha portato la competitività dell’industria Uem a livelli che non si vedevano dal 1985). I problemi vengono semmai dal caro petrolio.
• La speranza è che l’impennata dei prezzi del greggio sia ormai in esaurimento come sembrano dimostrare le quotazioni del Brent a Londra (prezzo al barile per fine marzo a 25,70 dollari, con un calo dell’1,7%) e del Wti a New York (-1,2%). José Gurria Trevino, segretario messicano delle Finanze in missione a Davos, ha detto che i prezzi «Presto torneranno normali, e il livello normale non è di 30 dollari a barile».
• C’è bisogno di una struttura politica che governi unitariamente l’economia dell’Unione Europea. Mario Deaglio sulla ”Stampa” di venerdì scorso: «La debolezza dell’euro non è tecnica ma politica. Riflette una reale contraddizione tra il desiderio di una crescita il cui potenziale è fortissimo, con l’ingresso nei settori del futuro, e la paura viscerale di perdere le cose buone del passato. Ma se non si scuotono di dosso simili debolezze, invece di trasformarle, l’Europa le cose buone le perderà davvero».
Tommaso Padoa-Schioppa: «L’autonomia della Bce è un valore fondamentale ma se sei indipendente senza qualcuno da cui essere indipendente sei solo isolato».
• Il cattivo esempio dei sindacati tedeschi. Tesi di Deaglio: dietro la crisi dell’euro e la crescita dell’inflazione in tutta Europa non c’è l’aumento del prezzo del petrolio (viste le difficoltà a sfondare la soglia dei 25 dollari a barile, ad inizio anno si sperava in una discesa, invece il 19 gennaio si era già a 28 dollari a barile); la spiegazione è un’altra: «Gli accenni di ripresa non erano ancora neppure confermati e già il sindacato IG Metall, punta di diamante del mondo del lavoro tedesco, ha avanzato richieste contrattuali che comportano forti incrementi reali nelle paghe». Le cose stanno dunque in questo modo: se le richieste dei sindacati tedeschi dovessero essere accolte, e se il loro diventasse un esempio per tutti i sindacati europei, i lavoratori meglio organizzati si approprierebbero di tutti i frutti della ripresa, prima ancora della loro maturazione, escludendo i soggetti più deboli.
• Molti osservatori ritengono che la Bce alzerà presto i tassi d’interesse (secondo Norbert Walter della Deutsche Bank saliranno fino al 4% nel corso dell’anno in tre tappe, di cui una a primavera e una entro l’estate). Le rivendicazioni dell’IG Metall sono un ulteriore incentivo per la Bce? «La banca centrale non reagisce all’evoluzione dei salari tedeschi, ma ai rischi di inflazione. Può ritenere che aumenti troppo forti non siano una buona politica, ma queste rivendicazioni non dovrebbero sfociare in rialzi particolarmente importanti. Rispetto al 1999, è probabile che i datori di lavoro abbiano un atteggiamento più fermo».
• Il problema della domanda. Antoine Brunet, economista del Crédit Commercial de France a Parigi, avverte tuttavia che se i salari nominali non vengono adeguati almeno parzialmente al tasso d’inflazione la domanda interna in Eurolandia rischia di soffrirne. Se i consumatori calano c’è il rischio di un rallentamento della crescita (già abbastanza debole).
• La debolezza dell’euro ci farà importare inflazione? L’euro debole è un fatto positivo perché aumenta la competitività dell’industria e attira gli imprenditori che intendono investire all’estero (si veda in proposito una recente ricerca di A.T.Kearney citata sul ”Sole-24 Ore” del 28 gennaio), ma c’è il rischio di vedere un’impennata del prezzo delle importazioni (in Germania siamo al +8,2% annuo, peggior livello dal 1985). Pedro Solbes, commissario responsabile per gli affari economici e monetari, pensa però che anche se l’euro rimanesse tutto l’anno a questo livello contro il dollaro, l’aumento del prezzo dei prodotti importati avrebbe un impatto sull’inflazione limitato allo 0,4%, portando il tasso 2000 dall’1,5% all’ 1,9%, sotto, seppur di poco, alla soglia del 2% (superata la quale la Bce non garantisce più la stabilità dei prezzi).
• Da temere è il timore dell’inflazione. L’economista francese Jean Paul Fituoussi: «Se si comincia a temere un’inflazione che non raggiunge il 2% significa che non si vuole una crescita del Pil. Da temere è il timore dell’inflazione».
• L’Europa ha bisogno di riforme strutturali. Secondo John Lonski, capo economista dell’agenzia di valutazione del credito Moody’s, quello che spinge al ribasso la moneta europea è «L’insoddisfazione degli investitori nei confronti del ritmo dei processi di liberalizzazione e deregolamentazione delle economie europee, dell’incapacità di ridurre l’onere fiscale. Gli investitori internazionali al momento preferiscono non avere sorprese spiacevoli tipo le dichiarazioni del cancelliere tedesco Gerhard Schröder sull’indesiderabilità della scalata di Vodafone alla Mannesmann». Dopo aver sottolineato la necessità di riforme strutturali, Lonski precisa che non sta esprimendo la linea di Moody’s ma quello che sente nei quotidiani contatti con gli investitori: «Scetticismo è la parola che meglio definisce il loro atteggiamento nei confronti dell’Europa in questo momento».
• La debolezza dell’euro e la crescita inflazionistica sono dunque il riflesso di problemi strutturali che hanno origine lontana. Quali? Paolo Glisenti sul ”Messaggero” di venerdì: «Dieci anni di estremo rigore fiscale da parte degli americani e di minore attenzione all’equilibrio delle finanze pubbliche da parte europea sono senza dubbio un’eredità che oggi pesa molto. Gli Stati Uniti hanno utilizzato gli anni Novanta per portare in forte attivo il bilancio federale . Gli europei si sono invece accontentati perlopiù di contenere la spesa per interessi, lasciando immutati i deficit strutturali legati in gran parte al sostegno della previdenza sociale. Oggi i governi europei devono così continuare a tassare il lavoro per quasi la metà dei salari soltanto per coprire l’attuale costo degli enti previdenziali che si occupano di pensioni e di assistenza. In America da tempo questo non è più necessario, al punto che i surplus di bilancio pubblico potranno essere adesso accantonati per pagare le pensioni delle generazioni future e per garantire assistenza a una popolazione che invecchia rapidamente».
• Il primo anno dell’euro sembra approfondire, più che far superare, la contrapposizione di vedute tra americani ed europei. Marcello De Cecco su ”Affari&Finanza” del 24 gennaio: «Interessante l’argomentazione che l’euro offre una scusa ai politici nazionali per ritardare le necessarie riforme, dal momento che rende facile scaricare le colpe della disoccupazione sulla politica della Bce».
• New Economy. Mentre l’Europa era alle prese con la crisi della moneta unica, a Davos politici industriali e banchieri discutevano della cosiddetta Nuova Economia, quella cioè basata su istruzione, innovazione, ricerca, mercati dei capitali efficienti, flessibilità del lavoro, immigrazione qualificata: un’economia, insomma, nella quale la moneta conta poco. Tanto è vero che Microsoft e Intel dominano il mondo con i loro prodotti nonostante il superdollaro. Federico Rampini sulla ”Repubblica” di sabato: «L’euro può continuare a precipitare senza che questo faccia nascere automaticamente una Silicon Valley in ogni regione d’Europa [...] Persino il mestiere del banchiere centrale forse non è immune dai rischi di obsolescenza tecnologica. Dornbush ha lanciato una provocazione non del tutto gratuita: ”Nel futuro di questa economia globale persino l’euro sarà troppo piccolo. Con la diffusione di Internet basterà un’unica valuta mondiale: il mezzo di pagamento elettronico. Lo chiameremo il dollaro Aol”. Dalle iniziali di America Online».