Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 agosto 1998
Nonostante la disponibilità di risorse, l’Africa è un continente poverissimo
• Nonostante la disponibilità di risorse, l’Africa è un continente poverissimo. Un cittadino del Camerun guadagna 653 dollari l’anno, uno della Costa d’Avorio 675, uno del Kenia 279, uno della Nigeria 254, uno dello Zaire 117. Cento dollari sono uguali a 180 mila lire. Un italiano guadagna in media 19.021 dollari, un americano 26.580.
• La vita media in Africa è brevissima e si accorcerà nei prossimi anni. La stragrande maggioranza della popolazione non supera i 50 anni, in molti paesi è decimata prima dei quaranta. La speranza di vita per gli uomini è di 52,3 anni in Kenya, 50 in Costa d’Avorio, 54,5 in Camerun, 50,8 in Nigeria, 51,3 nella Repubblica democratica del Congo (in Italia è 75,1 anni, in America 73,4).
• Il 90 per cento dei morti di Aids (dieci milioni) sta in Africa. Ogni anno ci sono quattro milioni di nuovi infettati. Senza soldi per le cure già disponibili da noi, i morti saranno presto 20 milioni. La speranza di vita di un africano è dunque destinata a scendere da 51,5 a 47,1 anni.
• In Africa si incrociano due assi strategici di importanza primaria. Il primo segue la linea dell’Equatore da Est a Ovest, dalla regione dei Grandi Laghi al Congo Brazzaville, attraverso Kenya, Uganda, Ruanda, Burundi, Ex Zaire e Angola. Si tratta si una regione tra le più ricche del mondo per giacimenti minerari e riserve di petrolio, una regione ancora da sfruttare. In questa zona negli ultimi due anni si sono verificati: il massacro dei Grandi laghi, la vittoria in Ruanda dei tutsi guidati da Paul Kagamè, la fuga del maresciallo Mobutu da Kinshasa (ex Zaire, oggi Republica Democratica del Congo), la fine dell’influenza francese nel continente, la caduta del regime di Pascal Lissouba nel Congo Brazzaville.
• Il secondo asse strategico va da Nord a Sud, dall’Egitto, lungo la valle dell’Alto Nilo, seguendo l’antico percorso che legava il Cairo a Città del Capo e che da anni è bloccato dalla guerriglia in Sudan. In questo contesto l’area più a rischio è nel Corno d’Africa, dove Etiopia ed Eritrea si combattono in una guerra che, attualmente sospesa, ricomincerà con la fine della stagione delle grandi piogge. Secondo i progetti americani, Melles Zenawi ad Addis Abeba (Etiopia) e Isaias Afeworki all’Asmara (Eritrea) avrebbero dovuto essere alleati per frenare la penetrazione islamica a sud (Eritrea, Somalia, Kenya) e a nord (Egitto).
• Aree d’influenza. Etiopia, Eritrea, Kenia, Uganda, Ruanda, Congo, Liberia sono legate agli Stati Uniti; Ciad, Repubblica Centroafricana, Gabon, Senegal, Costa d’Avorio alla Francia. La Nigeria (ex colonia inglese) e soprattutto il Sudafrica esercitano un’influenza locale. Il Sudan è alleato ai Paesi guidati dall’integralismo islamico.
• Negli ultimi due anni gli Stati Uniti hanno aumentato la loro influenza sull’Africa appoggiando la rivolta di Kabila contro il regime mobutista nello Zaire e favorendo il «governo illuminato» di Yoweri Museveni in Uganda. Sei mesi fa (dal 23 marzo al primo aprile) Clinton andò in tourneé in numerosi Paesi del continente (Ghana, Uganda, Ruanda, Sudafrica, Botswana, Senegal) e i giovani regimi etiopico, eritreo e ruandese si mostrarono aperti al mercato e alla democrazia. Avendo il Sudafrica come principale alleato, gli Stati Uniti temevano solo il Sudan islamico di Hassan El Turabi e di Omar el Bashir.
• Gli americani erano tranquilli. Pochi giorni fa il ”Wall Street Journal” aveva pubblicato in prima pagina un articolo sul nuovo hobby dei turisti americani: andare in canoa sui fiumi africani. Come principale pericolo venivano indicati gli attacchi di ippopotami.
• Venerdì scorso alle 10.35 l’esplosione di un’autobomba ha danneggiato l’ambasciata Usa a Nairobi, capitale del Kenia, e distrutto un palazzo: 83 morti (tra i quali 8 membri dell’ambasciata americana) e 2.140 feriti; alle 10.45 dello stesso giorno l’esplosione di un’ordigno a Dar Es Salaam, capitale della Tanzania, ha semidistrutto l’ambasciata americana e incendiato decine d’auto: 7 morti (tra i quali nessun americano) e oltre 70 feriti. L’esercito di liberazione dei luoghi sacri islamici ha rivendicato l’attentato con una telefonata al quotidiano egiziano ”Al Hayat”.
• Noi occidentali abbiamo una certa indifferenza verso i morti africani. Nessuna televisione italiana e nessun quotidiano ha un corrispondente nel continente. La conferenza stampa della Casa Bianca di venerdì scorso ha dedicato cinque minuti alle stragi di Nairobi e Dar es Salaam e mezz’ora al Sexgate. Anche i terroristi che hanno piazzato le bombe disprezzano gli africani: per fare uno sgarbo agli Stati Uniti hanno massacrato centinaia di indigeni.
• Kenya e Tanzania non sono nemici degli Stati Uniti: sono paesi pacifici, scelti dai commandi terroristici perché sprovvisti di apparati di sicurezza. I rapporti tra Usa e Kenya, ad esempio, non sono più quelli della Guerra fredda, quando il regime di Arap Moi costituiva un baluardo contro l’espansione sovietica in Africa. Nel Paese non esiste un sentimento anti-americano, tant’è vero che pochi giorni fa è stato a Nairobi Robert Rubin, segretario del Tesoro statunitense, e a settembre arriverà il segretario del Commercio. In Kenya sono però presenti molti movimenti della guerriglia armata sudanese, somali, estremisti hutu burundesi che combattono contro il regime di Bujumbura.
• L’attentato del ’92 a Buenos Aires. Sarebbe stato molto più difficile compiere un attentato in America, in Israele, in un qualsiasi paese dell’Europa occidentale. Secondo Edward Luttwak, esperto del centro di studi strategico internazionale di Washington, gli attentati di venerdì ricordano quello che nel ’92 distrusse l’ambasciata israeliana a Buenos Aires: «Come allora, è stato scelto un facile bersaglio fuori aerea, con obiettivi indiretti, più psicologici che politici [...] Gli attentatori hanno voluto attaccare il nemico non per un chiaro progetto politico, ma quasi per una soddisfazione personale, un senso di rivincita».
• I nemici di Washington. Tra i movimenti più attivamente antiamericani vi sono: la ”Jihad islamica” e il ”Gruppo islamico” che, attivi in Egitto, sono guidati dallo sceicco cieco Abdel Rahman, attualmente in carcere negli Stati Uniti; il Fronte internazionale islamico dell’emiro saudita Osama bin Laden: forte di un patrimonio di 450 miliardi di lire raggruppa le formazioni radicali islamiche; gli islamici palestinesi di Hamas: guidati da Ahmed Yassin, hanno ricevuto ingenti aiuti iraniani per opporsi alla pace in Medio Oriente; il movimento sciita filo iraniano Hezbollah (il partito di Dio): guidato dallo sceicco Mohammed Hussein Fadlallah si batte contro Israele e Usa. Il Sudan, guidato dal governo di Hassan el Turabi, riceve aiuti dall’Iran, ospita terroristi islamici, ha come obiettivo l’esplosione di una rivoluzione islamica che destabilizzi i regimi affamati e corrotti dell’Africa nera. La Libia, impegnata a ottenere la sospensione dell’embargo imposto dagli americani nell’86 e la fine delle sanzioni decretate dall’Onu nel ’93, è al momento piuttosto prudente. In Iran l’opposizione conservatrice guidata dall’ayatollah Ali Khamenei si batte contro la politica del neo leader iraniano Khatami, favorevole ad una distensione verso gli Stati Uniti. L’Iraq di Saddam Hussein resta il principale nemico.
• Il 6 agosto un’organizzazione islamica armata egiziana, la Jihad, aveva preannunciato rappresaglie contro gli Stati Uniti, accusati di aver pianificato l’estradizione in Egitto di sette dei suoi militanti, sei dei quali risiedevano in Albania (il settimo in un altro paese dell’Est). Gli estradati sono accusati da America ed Egitto di appartenere a un gruppo impegnato nella guerra santa contro Stati Uniti e Israele, e di cooperare con i mujahiddin del Kosovo. La Jihad è preoccupata soprattutto per la sorte di Ahmed el Naggar che, già condannato per numerosi attentati, pare destinato al patibolo.
• In pochi mesi l’equilibrio creato in Africa dagli americani è crollato: tra Etiopia ed Eritrea è scoppiata la guerra (gli Usa non hanno ancora deciso con chi schierarsi); il Congo è devastato dalla guerra civile ed è prossimo ad uno scontro col Ruanda (che dispone dell’esercito meglio attrezzato del continente) per complesse ragioni che hanno sciolto l’alleanza nata nel ’96 contro Mobutu. Per la prima volta i nuovi leader africani intervengono nelle questioni di altri Paesi e hanno ambizioni imperialiste.
• Il problema di Clinton è che è armato di parole ma non di risorse. Il Congresso dovrebbe approvare quest’anno una nuova legge quadro per rivitalizzare il commercio americano con l’Africa (oggi fermo all’1 per cento). I programmi di di assistenza e di finanziamenti agevolati restano modesti. Gli investimenti privati tardano. La partnership che Clinton cerca in Africa è ancora tutta da costruire e lascia comunque ampio spazio allo sviluppo di una politica europea in Africa.