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 1998  marzo 09 Lunedì calendario

Lunedì scorso la settima Commissione di revisione del dipartimento dello Spettacolo ha negato il visto della censura al film Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, che sarebbe dovuto uscire nelle sale il 6 marzo

• Lunedì scorso la settima Commissione di revisione del dipartimento dello Spettacolo ha negato il visto della censura al film Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco, che sarebbe dovuto uscire nelle sale il 6 marzo. La decisione dei censori ha creato problemi ad un’altra commissione del Ministero dello Spettacolo, che aveva concesso al film un finanziamento di oltre un miliardo di lire. La società produttrice del film ha presentato ricorso, ed è prevedibile che, alla fine, il film verrà proiettato nelle sale con divieto ai minori di diciotto anni.
• La VII Commissione di revisione del dipartimento dello Spettacolo (in tutto sono otto), presieduta dal magistrato Domenico Nardi, concede il ”visto” ai film esprimendo uno tra questi tre giudizi: film per tutti, film vietato ai minori di 14 anni, film vietato ai minori di 18 anni. Il film può anche essere bocciato. Della commissione fanno parte Elda Turco (docente di Diritto della navigazione), Angela Santucci Galli (pedagoga), Leonardo Ancona (ex direttore dell’Istituto di psichiatria e psicologia all’Università cattolica Gemelli di Roma), Giuseppe Virgilio (giornalista, presidente dell’Aci di Catanzaro), Severino Bianchi (rappresentante delle industrie cinematografiche, non ha votato perché giunto in ritardo), Turco Bulgherini (docente di Diritto), Ornella Ciuti (regista, ha votato contro la censura ritenendo sufficiente un divieto ai minori di diciotto anni).
• Testo della Motivazione con la quale la Commissione ha negato il visto al film (tra parentesi le repliche dei due registi): 1) Si ravvisa nel film una rappresentazione spregiudicata, di natura psico-patologica, riguardante una cultura che non esiste se non nella forzatura deteriore di chi tende a degradare la dignità del popolo siciliano, del mondo italiano e dell’umanità («Le vere offese sono le raffiche di luoghi comuni appioppati da un certo cinema, da Buzzanca alle Piovre»). 2) Si ravvisa inoltre una palese violazione dell’articolo 21 della Costituzione in quanto offensivo del buon costume, inteso come insieme delle regole esterne del comportamento che stabiliscono ciò che è socialmente approvato e tollerato specie riguardo alla sfera delle relazioni sessuali tra individui (« la motivazione più assurda, l’articolo 21 tutela proprio la libertà d’espressione»). 3) Si ravvisa, altresì, una violazione palese degli articoli 402 e seguenti del Codice Penale, in quanto il film esprime un esplicito atteggiamento di disprezzo verso il sentimento religioso in generale e quello cristiano in particolare, disconoscendo al sacro e alle sue componenti (dogmi e riti) le ragioni di valore e di pregio a esso riconosciute dalla comunità. Difatti, il diritto di esprimere opinioni dissacratorie o miscredenti trova un limite non superabile nel rispetto dovuto al sentimento religioso della collettività («Il nostro è un film profondamente e disperatamente religioso [...] Un richiamo a un Dio lontano, forse sconfitto da un Male sempre più trionfante. Ma forse quei censori troverebbero blasfemo anche il grido di Cristo in croce: Dio mio perché mi hai abbandonato?»). 4) Si sottolinea infine lo squallore di scene chiaramente blasfeme e sacrileghe, intrise di degrado morale, di violenza gratuita e di sessualità perversa e bestiale, con sequenze laide e disgustose («Fosse così, visto che i maniaci sessuali abbondano, sbancheremmo il botteghino. Invece dobbiamo avvisarli: se vi aspettate scene osé non chiedete indietro i soldi. Nel film non c’è nulla d’erotico»).
• «La cosa più avvilente e oltraggiosa, nei casi di censura, è quando il censore fornisce la sua ”motivazione”. come se il boia spiegasse al cadavere perché lo ha ucciso» (Michele Serra).
• I commissari vengono nominati dalla presidenza del Consiglio «secondo criteri rigorosi. Nel senso che tengono conto scrupolosamente delle raccomandazioni. C’è l’addetto stampa di un sottosegretario allo Spettacolo da sistemare? O un sedicente regista in credito con la beneficenza pubblica degli indecorosi articoli 28 da ricompensare? Niente di meglio che una bella nomina a censore di Stato. Ne esistono per tutti i gusti: psicologi, pedagoghi, giornalisti, persino un generale in pensione. Scarseggiano le donne, che un minimo di buon gusto lo conservano ancora. E mancano i preti, che magari qualche battuta sulla religione la lascerebbero passare. In compenso abbondano i baciapile. Il presidente è un magistrato, il cui voto vale doppio. Lo stipendio non è un granché: 50.000 lire lorde a seduta, una volta alla settimana, più i rimborsi spese per l’aereo, l’albergo, il ristorante e il bus (il taxi no, è censurato) [...] Ogni settimana i censori si riuniscono in una saletta romana e vedono due pellicole» (Massimo Gramellini).
• Totò che visse due volte ha ricevuto un finanziamento pubblico di un miliardo e 178 milioni, che avrebbe dovuto essere versato in questi giorni dalla Banca Nazionale del Lavoro. La commissione che ha approvato il contributo era composta dalla scrittrice Dacia Maraini, dai giornalisti Oreste De Fornari, Mario Fortunato, David Grieco, dai professori Mario Verdone e Gian Piero Brunetta e da Giulio Baffi. Sulla ”Repubblica” Brunetta spiega che il copione esprimeva alla perfezione «Un mondo che sulla pagina appariva più grottesco, disgustoso, estremo, rivoltante, insopportabile, che in passato, e che al tempo stesso era attraversato da una limpidezza di intenzioni e da una disperazione autentica per le condizioni attuali della Sicilia e per l’impossibilità di riconoscervi non solo la resurrezione, la semplice presenza di Cristo. Ciprì e Maresco sembravano voler fare un viaggio in alcuni gironi di un inferno siciliano, tutto sommato facilmente reperibile in terra, terribile e privo di ogni luce di speranza». A chi accusa la Commissione, sostenendo che gli ultimi film finanziati hanno preso dallo Stato 149 miliardi e ne hanno incassati al botteghino solo 9, Mario Fortunato risponde che «Il compito della commissione di cui faccio parte non è misurarsi con le logiche di mercato».
• «Chi pensa che la libertà di pensiero vuol dire anche libertà di bestemmiare, insultare le convinzioni più intime e preziose, rappresentando le bestialità più turpi in associazione con le realtà più alte per altri, pochi o tanti che siano, e pensa che imprese come questa siano da promuovere con denari pubblici, sta da una parte. Chi pensa il contrario, senza privilegi per nessuno, ma nel rispetto di tutti, pochi o tanti che siano, sta dall’altra» (Rosso Malpelo).
• «Vengo dalla campagna toscana, dove la bestemmia è stata coltivata come una forma d’arte. Chi bestemmia manifesta, in forma di solito concisa, un’opinione sull’Altissimo o su figure a lui contigue; si muove dunque in un ambito che richiederebbe uno stile nobile e alto, ma è una caratteristica del bestemmiatore sceglierlo basso e volgare: ne deriva un cortocircuito espressivo che rende la bestemmia degna di interesse e, nei casi più felici, di un franco elogio [...] Oggi si bestemmia di meno perché si crede di meno. Il bestemmiatore si scaglia contro un Dio che, a suo giudizio, usa male le risorse dell’Onnipotenza [...] Forse, in simili casi, l’Altissimo si comporta come certe star: è contento che si parli di Lui, bene o male non importa». (Giovanni Mariotti).
• «Che la libertà sia un valore non riteniamo si debba discutere. Quello che ci chiediamo è se sia l’unico» (Giuseppe Savagnone).
• «Anni fa un altro cineasta radicale come Friedkin, in L’esorcista, aveva filmato una scena in cui una ragazzina si masturbava con un crocifisso. Ma la colpa, lì, era del diavolo. E il film non fu censurato».
• «Quando, venticinque anni fa, la Francia liberalizzò la pornografia, attuò il principio saggio e produttivo, che i vizi non vanno puniti, vanno tassati. Mise una gabella onerosa sui film proibiti, e con il ricavato finanziò la ricerca culturale. Tassò il letame per sostenere il raccolto. Oggi si è finanziato il raccolto per sostenere il letame» (Carlo Nordio).
• Non è solo un problema di cinema, bestemmie o pornografia. In realtà è in atto un’offensiva contro la libertà di pensiero: la legge sulla privacy di Rodotà, la guerra di D’Alema al ”Corriere della Sera”, l’insofferenza verso il lavoro dei giornalisti e l’emanazione di provvedimenti volti a renderne difficile il lavoro, se non a soggiogarli, sono fenomeni che spingono in una direzione ben precisa. Una prova del malessere che affligge i giornalisti si può trovare nel progetto del deputato di Forza Italia Giuseppe Rossetto, che suggerisce di estendere a consiglieri provinciali, comunali e regionali e ai magistrati l’insindacabilità per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni, chiedendo in cambio che nessuno di questi soggetti possa querelare chi li critica sulla stampa. La proposta è contenuta nell’emendamento numero 13 all’articolo 55 del nuovo testo della Costituzione in esame alla Bicamerale.
• La legge sulla privacy (n.675 del 1996) risolve pochi problemi e ne crea molti. Entro il 31 marzo tutti i giornalisti italiani dovranno notificare al garante il possesso di archivi contenenti dati ”personali” (in pratica qualunque informazione, dalla data di nascita al numero di telefono) su persone fisiche o giuridiche. Il Garante vorrebbe costruire una sorta di albo degli archivi esistenti nel Paese, al quale ciascun cittadino potrebbe rivolgersi per sapere se il suo nome è contenuto in qualche archivio e, eventualmente, per rettificare dati sbagliati o chiedere di essere cancellato. Nella migliore delle ipotesi, all’origine del provvedimento c’è un’evidente ignoranza dei meccanismi di raccolta e gestione delle informazioni: sono la professionalità, il senso di responsabilità di ogni testata e le leggi esistenti a far decidere cosa pubblicare e cosa no. L’unica regola possibile è il buon senso.
• Il codice per la stampa studiato dal garante per la privacy Stefano Rodotà fissa all’articolo 1 la ”tutela del domicilio”: «Ma vale anche per la Villa Vanda di Gelli, dove vengono trovati gli elenchi della P2? [...] Per l’attico di De Mita ristrutturato a carico dell’Inpdai con lavori che per la sola falegnameria costarono 250 milioni?» (Gian Antonio Stella). Per l’articolo 2 vanno evitati riferimenti a congiunti ed altri parenti non interessati ai fatti: « un ”gossip” superfluo scrivere che Vittorio Dotti, ex avvocato di Berlusconi e capogruppo di Forza Italia alla Camera, era l’uomo di Stefania Ariosto, cioè della teste Omega?». L’articolo 3 sancisce che «la sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie raccolte non hanno alcun rilievo sul loro ruolo». All’articolo 4 si stabilisce che «salvo motivi di interesse pubblico il giornalista non fornisce notizie o pubblica immagini o fotografie di soggetti coinvolti in fatti di cronaca comunque lesive della dignità della persona»: «Qualche settimana fa un neonazista veneziano è stato fermato con l’accusa di aver mandato lettere anonime di insulti infami a persone e organismi della comunità ebraica: ha davvero diritto all’anonimato come ha deciso il magistrato? O hanno piuttosto diritto i suoi vicini di casa di sapere con chi hanno a che fare? E i vicini di casa di un pedofilo pescato in flagrante?» (Gian Antonio Stella). A metà febbraio una sentenza della Cassazione ha stabilito che «il diritto di cronaca non esime di per sé dal rispetto dell’altrui reputazione e riservatezza, ma giustifica intromissioni nella sfera privata solo quando possano contribuire alla formazione di una pubblica opinione su fatti oggettivamente rilevanti per la collettività [...] Diverso è il caso delle persone impegnate nella vita politica o sociale le cui vicende private possono risultare d’interesse pubblico». La sentenza respingeva il ricorso di Emidio Novi, ex direttore de ”Il Giornale di Napoli”, condannato (diffamazione aggravata) per un articolo del ’90 dal titolo ”La moglie di Maradona innamorata di Coppola”. Per la Suprema Corte Novi non era giustificato neanche dall’aver diffuso una notizia già pubblicata da altri giornali, perché così facendo aveva accresciuto il numero di persone cui era pervenuta.
• «Non leggo i giornali, pubblicano solo quello che dico io». (Napoleone III).