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 1997  aprile 07 Lunedì calendario

Era bella Il Cairo degli anni Trenta, capitale di un regno indipendente, il bazar di Khan el Khalili vicino alla piazza dell’Opera, la moschea di Aq Sunqur; il giardino Ezbekiya che costeggia la Città Vecchia, la Reale Società Geografica alle prese con la mappatura del Deserto Libico, casella ancora vuota sulla carta dell’Africa, lo Zarzura Club di Ralph A

• Era bella Il Cairo degli anni Trenta, capitale di un regno indipendente, il bazar di Khan el Khalili vicino alla piazza dell’Opera, la moschea di Aq Sunqur; il giardino Ezbekiya che costeggia la Città Vecchia, la Reale Società Geografica alle prese con la mappatura del Deserto Libico, casella ancora vuota sulla carta dell’Africa, lo Zarzura Club di Ralph A. Bagnold, che non era un circolo di piacere, ma il vincolo che univa viaggiatori di nazionalità diverse, nel nome di un luogo mitico e ancora da scoprire... Crocevia internazionale, era uno straordinario concentrato di sognatori e truffatori, idealisti e affaristi: gli ”europei di sabbia” venivano chiamati, perché dal grande mare di dune che occupava due terzi dell’Egitto erano attratti e respinti, lo violavano e ne restavano inghiottiti, vi dilapidavano fortune o ne traevano fama e ricchezza...
• Fu all’Hotel Continental che nel gennaio del ’36 fece la sua apparizione , nel bel mezzo di un galà, un Antoine de Saint-Exupéry con la barba lunga e gli abiti lerci. Il portiere gallonato lo guardò con disgusto: «Non accettiamo mendicanti», disse seccamente. «Al diavolo, voglio una stanza, sono Saint-Ex», replicò l’altro sdraiandosi sullo scalone d’ingresso. Impegnato nel raid Parigi-Saigon, quattro giorni prima era precipitato con l’aereo nel deserto, e lì lo stavano cercando, come un canotto in mezzo a un oceano, l’aviazione inglese e quella francese, velivoli italiani e ricognitori egiziani... L’aveva trovato per caso una carovana di beduini.
• Fra il Continental e l’ufficio di Henri Munier, l’archeologo francese che re Fuad aveva voluto come guida prestigiosa della sua Società Geografica, c’era stato, nel 1933, il va e vieni di André Malraux e del capitano Corniglion-Molinier, tutti presi dal progetto di scoprire, per via aerea, le rovine di Saba. «Perché non andate alla ricerca dei Re Magi?», era stato il commento sarcastico di Munier, mentre Malraux s’intestardiva a raccontargli le storie della regina dal piede asinino che aveva una guardia scelta di nani e montava su un elefante inghirlandato con piume di struzzo...
• Erano un po’ dei profughi del destino, quei figli del Vecchio Continente che al Cairo finivano per fare base fra una spedizione e una ricerca di finanziamenti, una conferenza e la pubblicazione di un libro, un amore andato a male e uno scoperto in banca. Quasi sempre membri della buona borghesia o della nobiltà, erano i continuatori dei grandi esploratori che fra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del nuovo secolo avevano percorso in lungo e in largo, a piedi, a cavallo, a dorso di cammello, un continente rimasto estraneo alla modernità. Molto spesso non ne erano usciti vivi. Avevano la stessa incoscienza e le medesime motivazioni: quel misto di curiosità scientifica, inadeguatezza alla normalità, voglia del diverso, gusto della solitudine. Ciò che li differenziava era che, figli del loro tempo, avevano a disposizione la tecnica. L’aereo e l’automobile erano i nuovi mezzi di locomozione che il progresso prestava loro; e non se li lasciarono sfuggire. Fino a che lo scoppio della Seconda guerra mondiale non li costrinse a scelte in linea con il loro Paese d’origine, formarono l’unico vero internazionalismo che valesse, e valga, la pena di seguire: quello dello spirito, dell’affinità elettiva nel nome di un ideale e non di una classe, di una visione del mondo e non di una ideologia.
• Gli archivi della britannica Royal Geographical Society sono il cimitero cartaceo che raccoglie il maggior numero di appunti, descrizioni, reportage di questi avventurieri cui quasi mai mancò il coraggio, quasi sempre la capacità di trasformare la materia delle loro scoperte in un affascinante viaggio letterario. Portati all’understatement, più a loro agio con la cloche che con la penna, legati a un’idea dell’esploratore come studioso, che presenta i dati, evita il folklore, non cura lo stile, perché ciò che importa è ciò che si è scoperto e non come lo si narra, i loro resoconti rimangono come documenti interessanti per gli specialisti, noiosi per il lettore comune. E i loro nomi, al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori, si sgretolano e si confondono, tendono a scomparire. Se la letteratura ha un pregio, esso consiste nel far riaffiorare dallo sterminato campo di memorie e azioni di cui è lastricata la storia, un nome, un’impresa, un’immagine. prerogativa dei grandi romanzieri riscrivere ciò che è già stato, reinventando, riempiendo i buchi neri che circondano questa o quella figura, dandogli una psicologia, fornendogli un’anima, rivestendola di sentimenti.
• Michael Ondaatje, lo straordinario autore de Il paziente inglese (Garzanti) da cui è stato tratto l’omonimo film pluricandidato all’Oscar, ha fatto proprio questo: il suo conte Lasdislaus de Almàsy, che, ustionato in modo irreparabile per l’abbattimento del suo aereo, giace in una villa toscana alla fine della guerra, è realmente esistito: in quella Cairo degli anni Trenta prima ricordata, fu un personaggio di spicco; fra gli esploratori del deserto ebbe un ruolo di rilievo; nello scenario bellico in cui quest’ultimo si tramutò, agì da protagonista. Ondaatje ne fa un personaggio romantico e disperato, vittima di un amore clandestino, un uomo ai margini della elegante società europea in Africa di scena in quegli anni. Sgranando via via piccole verità, le rimodella, le ricostruisce, le falsifica, facendole agire all’interno di una storia costruita su misura. Il suo Almàsy così, pur se non è del tutto vero, è verosimile: prende il posto dell’originale, si sostituisce all’uomo in carne e ossa che chiuse la sua esistenza terrena a Salisburgo, nel 1951... Non per le terribili mutilazioni che la fantasia narrativa di Ondaatje gli ha prestato, ma per insufficienza epatica. Ci fu chi sostenne che era stato avvelenato. Aveva 56 anni. Questa è la sua storia, la vera storia del Paziente inglese.
• Ungherese, nato nel castello di Bernstein nel 1895, Lazlo de Almàsy è, se così si può dire, un figlio d’arte. Agli inizi del secolo il padre, George Almàsy, ha guidato numerose spedizioni archeologiche in Medio Oriente. Ragazzino, s’appassiona di elettrica e di meccanica, adolescente, s’innamora del volo; costruito un aliante, si lancia dalle mura di casa. Tre costole fratturate sono il prezzo che paga: è il suo primo incidente aereo. I suoi studi li compie oltre la Manica, frequenta i collegi dell’upper class, ha un orecchio sensibile alle lingue. Francese, tedesco, italiano, inglese, arabo non avranno per lui segreti. Quando scoppia la Grande guerra, parte volontario. Tornerà dal fronte con tante decorazioni in più e una patria in meno: l’Impero austro-ungarico si è disintegrato nel conflitto, l’Ungheria è diventata una Repubblica, e alla sua guida c’è un comunista di nome Bela Kun. Dura 130 giorni il suo governo, poi l’ammiraglio Horty lo spazza via. Almàsy, che è di sangue blu, ma non è un vero conte, guarda e approva. Ma l’Ungheria, privata dal trattato di Versailles di due terzi del territorio, e piegata dalle condizioni di pace, gli sta stretta. L’Africa lo chiama.
• Capelli castani lisci, stempiato, alto e un po’ curvo. Lazlo de Almàsy alla metà degli anni Venti è al Cairo: frequenta i circoli aristocratici, riannoda i fili delle sue amicizie scolastiche: dai college britannici escono i Newbold, i Bagnold, i Clayton East, i King, i Ball... tutti nomi che si incroceranno nelle spedizioni di quegli anni, ora in competizione ora alleati, mai nemici, pronti a scambiarsi consigli e suggerimenti. Con il principe F. A. di Liechtenstein attraversa in macchina l’Africa Orientale. L’utilizzo delle ruote sulla sabbia è allora considerato una pazzia. Nel suo Sudan Notes and Records proprio Newbold scrive, ancora nel 1928, che «solo mezzi cingolati possono avere qualche chance di attraversare il deserto. Penetrarvi con delle auto leggere sarebbe impossibile nel migliore dei casi, oppure disastroso». Almàsy dimostra che non è così. Monta degli speciali pneumatici a bassa pressione e attraversa il Sudan e l’Egitto: è il 1929.
• Delle sue scoperte e dei suoi viaggi traccia un resoconto puntuale in Récentes explorations dans le dèsert Lybique: 1932-1936, pubblicato dalla Sociéte Royale de Géographie d’Egypte. Grazie alla cortesia della London Library e all’efficienza amicale di Aridea Fezzi Price chi scrive lo ha potuto consultare. un documento d’epoca, pieno di tavole fuori testo, riproduzioni di pitture rupestri, vedute aeree, foto delle spedizioni, con una cartografia che illustra tutte le varie rotte: in rosso quelle mai percorse prima di allora, in arancione quelle già battute da altri esploratori. Fra i dipinti fotografati, ”I nuotatori”, rosse figurine della grotta di Wadi Sora scoperte da Almàsy nel 1933 ai piedi del massiccio di Gilf el-Kebir. «Il disegno dà un’eccellente idea della distorsione dei corpi visti sott’acqua», scrive l’autore. straordinario vedere immagini di nuotatori nel cuore del Deserto di Libia, in un luogo dove oggi per centinaia di chilometri intorno, non c’è acqua».
• Un nome ossessiona Almàsy in questi suoi viaggi in macchina e in aereo, durante i quali incidenti anche mortali rimandano spedizioni già approntate, costringono a cambi di equipaggio, comportano nuove ricerche di fondi. Nel 1931 il suo Gipsy I Moth si spacca in un atterraggio di fortuna, nel ’32 muoiono il principe Kemal El Dine, con cui sta curando la fondazione di un Istituto del deserto, e sir Robert Clayton East, con il quale si sta preparando a sorvolare il perimetro nord di Gilf el-Kebir. La vedova deciderà di continuare il sogno del marito scomparso, ma ad Almàsy preferirà un altro compagno. Il nome in questione è quello di Zarzura, «l’oasi dei passerotti», ovvero la «villa bianca simile a una colomba»: sul portone d’entrata è scolpito un uccello nel cui becco ci sono le chiavi della città. Posta, si dice, al centro esatto dei due milioni di chilometri quadrati di cui consta il deserto, è un nome mitico che affonda nei millenni, ma è dall’inizio del secolo che si è cominciato a ricercarla con delle spedizioni ad hoc. Newbold la situa nel Sudan, il colonnello de Lancey Forth nel Grande Mare di Sabbia fra la Libia e l’Egitto, il colonnello Wilson nel Deserto Libico meridionale. Per Almàsy Zarzura è un’oasi periodica, cioè un’oasi di pioggia, e perciò non può che trovarsi in una zona montagnosa. Al centro del Deserto Libico c’è la catena di Gilf el-Kabir, la «grande scogliera», come il principe Kemal El Dine l’ha battezzata. lì che si deve cercare. Il suo primo viaggio è senza esito, anche se sorvolando il massiccio in aereo gli si spalancano sotto tre valli alberate, ma da Gilf el-Kebir Almàsy ne raggiunge una, dove c’è l’oasi di Kufra, allora occupata da un insediamento italiano. Quando se lo vedono spuntare dal deserto, da cui nessuno era mai apparso, cominciano a capire perché gli arabi lo abbiano soprannominato «Il Padre delle Sabbie».
• Zarzura rimarrà un mistero. Nel suo Libian Sands Travel in a dead World (Anche questo testo lo dobbiamo alla cortesia della London Library e all’efficienza amicale di Aridea Fezzi Price) Ralph A. Bagnold, che è il fondatore dello Zarzura Club, di cui sono soci onorari tutti quelli che si dannano per localizzarla, racconta le serate al Caffè Greco del Cairo, al ritorno dalle spedizioni: fiumi di birra gelata, cocktail di rhum, whisky, succo di lime e salsa Worcester... un circolo cosmopolita: i venti di guerra hanno preso a soffiare, ma ancora si può pensare di essere un domani leali avversari e non nemici metafisici. In Libian Sands Bagnold non sa trattenere l’ammirazione per la campagna antiribelli in Libia degli italiani: «Un capolavoro di organizzazione, specialmente per ciò che riguardava i due corpi di spedizione da ovest. Trecento chilometri su un territorio difficile e praticamente sconosciuto attraverso campi di dune impossibili da attraversare senza un’esperienza in materia. E invece, non solo si congiunsero a tempo e luogo debiti, ma così facendo operarono in raccordo con il terzo corpo avanzante». C’è ancora spazio per la sportività.
• Le rivalità sono di tipo scientifico. Per le pitture rupestri di Ain Dua, Almàsy entra in competizione con il conte italiano Ludovico di Caporiacco e con il tedesco Leo Frobenius. Quest’ultimo ammette che il merito della scoperta va all’ungherese; Caporiacco, invece, nel suo Nel cuore del Deserto Libico pubblicato nel ’34, sostiene che è suo. Lo tradiscono un radiogramma inviato in Italia al momento del ritrovamento, in cui parla della «scoperta sensazionale dell’esploratore Almàsy», e un articolo dello stesso tenore redatto per ”Il gazzettino di Venezia”. Scrive Almàsy nella sua monografia già citata. «Posseggo varie lettere del professor Caporiacco in cui si conferma il mio ruolo, nonché le prime informazioni da lui date ai giornali e il primo racconto da lui fatto della scoperta di cui mi si riconosce il merito. Dispongo, infine, delle testimonianze dei miei compagni, i dottori Bermann e Kàdàr. Tutti questi materiali sono a disposizione: lascio alla comunità accademica il compito di decidere fra il professor Caporiacco e me».
• Almàsy, dunque, non è un avventuriero sprovveduto. Al gentleman venuto nel deserto un po’ per spleen, un po’ per scommessa, si sostituisce poco a poco un cultore della materia. E però non è uno scienziato che si muove in base a calcoli e precisi studi sul campo. Il suo livre de chevet è Le storie di Erodoto... Ne Il Paziente inglese Ondaatje, con il colpo d’ala del grande narratore, si serve di Erodoto per far raccontare a Katharine, la giovane moglie di Geoffrey Clifton che di Almàsy diverrà l’amante, la vicenda di Candaule, della sua sposa e di Gige. l’esibizionismo del re di Lidia, che gode nel mostrare al suo servo Gige le bellezze della consorte a perderlo, così come Clifton, esibendo Katharine, la getterà nelle braccia di Lazlo. Ma Erodoto, per il vero Almàsy, è colui che sull’Egitto, il Deserto Libico e la Valle del Nilo, ha detto la verità già nel quarto secolo prima di Cristo. Un intero capitolo del suo libro è dedicato a un puntiglioso raffronto fra ciò che lo storico greco descrisse e ciò che le scoperte di duemila anni dopo confermeranno. Persino i buoi con le corna all’incontrario che li costringono a camminare all’indietro per evitare di conficcarle nel terreno, i carri a quattro cavalli, gli etiopi che parlano con uno stridio di pipistrello si dimostrano non leggende ma realtà. Alla fine dell’800 il tedesco Hornemann s’imbatte negli indigeni Tibu, la cui voce somiglia al fischio degli uccelli; nel 1933 nelle grotte di Uweinat Almàsy scopre dei dipinti che presentano vacche dalle corna ricurve, nel ’34 Gautier e Reygasse dell’università di Algeri portano in superficie, alla frontiera di Tripolitana, graffiti raffiguranti carri con due ruote e con tiro a quattro...
• Lo scoppio della Seconda guerra mondiale trova un Almàsy ben inserito nella società cairota. Gli è stato chiesto di organizzare l’aeroporto e di sovrintendere alla flotta a vela di Faruk I, succeduto al padre Fuad nel ’36. Gli inglesi, che hanno appoggiato il colpo di Stato con cui quest’ultimo ha sciolto il Parlamento esercitano un dominio nascosto ma pressante. Durante un ricevimento allo Shepeard’s Hotel, un Almàsy in dinner jacket si vede venire incontro un emissario del re. «Sua Maestà è spiacente, ma deve revocarle il permesso di soggiorno». Gli inglesi non vogliono avere tra i piedi uno che si muove per il deserto come se fosse a casa sua . Un aereo lo attende per riportarlo a Budapest. In Ungheria Almàsy non rimane a lungo: ha 45 anni, è tenente della riserva. Il governo Horty è alleato della Germania, ma si barcamena in un’accomodante neutralità. Dal teatro di guerra africano Rommel chiede che Almàsy sia aggregato al suo Commando. ”Il padre delle sabbie” ritorna in Egitto. Non come esploratore, come asso dello spionaggio.
• Con l’armata di Rommel in Libia è il titolo del libro che, nel 1943, Almàsy pubblica in patria. Le sue imprese gli sono valse la croce di ferro, e le racconta senza iattanza. Non può dilungarsi sulla più celebre, perché riguarda un’operazione segreta, chiamata in codice Salaam. consistita nel far entrare al Cairo, dalla Libia, John Eppler, ”l’uomo del Nilo”, che nella capitale egiziana doveva montare una base di reclutamento e di informazioni. Ce lo ha portato percorrendo 2.500 chilometri di deserto: lo ha depositato come un pacco alla periferia di Assiout, sull’Alto Nilo, poi è riscomparso fra le dune. Al Cairo Eppler sarà aiutato da un ufficiale egiziano esperto in radiotrasmittenti: si chiama Anwar Sadat e guiderà l’Egitto negli anni Settanta... Quando Rommel si è congratulato per l’esito dell’impresa, Almàsy ha replicato: «Avrei potuto portarmi dietro un’intera armata». Lo specialista sa quello che vale. La fine della guerra lo coglie a Budapest. Allorché i soldati russi lo arrestano, è un uomo malato. Al processo è accusato di essere un criminale di guerra: gli rinfacciano il suo libro e il suo appoggio a Rommel. Almàsy si difende dicendo di aver fatto il proprio dovere: ufficiale dell’esercito ungherese, ha ricevuto dal capo di stato maggiore dell’aviazione, generale Valdemer Kenesse, l’ordine di recarsi in Egitto e di affiancare i tedeschi: ha ubbidito. In Ungheria c’è in quel momento un governo di coalizione nazionale, i comunisti non sono ancora egemoni e la Repubblica popolare non è stata ancora proclamata. Il tribunale lo proscioglie dalle accuse.
• Almàsy non perde tempo e riparte per l’Egitto. Faruk lo accoglie a braccia aperte. Lo nomina consulente della sua aviazione e nel 1951 lo mette a capo di un’erigenda associazione di esperti del deserto. Almàsy non fa in tempo a vederla operante. Ammalato, viene trasportato in aereo a Salisburgo dove muore pochi mesi dopo. In patria, su di lui, cala il silenzio. Dura per circa quarant’anni, fino a quando cioè il comunismo non esce ingloriosamente di scena. Allora, a fatica, si riprende a tessere il filo della storia nazionale. Due anni fa, in occasione del centenario della nascita, il Museo geografico gli ha dedicato un grande convegno e per l’occorrenza è stato emesso un francobollo commemorativo. Il romanzo di Ondaatjie e il film che ne è stato tratto completano ora il quadro. Almàsy torna ad avere il posto d’ordine che in vita si era meritato. Il ”paziente inglese” è guarito.