Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 7 aprile 2003
L’Iraq, con il suo retaggio glorioso, le sue abbondanti risorse, la sua popolazione colta e qualificata, è pienamente in grado di muovere verso la democrazia e vivere in libertà: sono parole di George W
• L’Iraq, con il suo retaggio glorioso, le sue abbondanti risorse, la sua popolazione colta e qualificata, è pienamente in grado di muovere verso la democrazia e vivere in libertà: sono parole di George W. Bush (il 26 febbraio). Qualcuno non è d’accordo: il Council for Foreign Relations di New York avverte che la ricostruzione sarà «difficile, disorientante, pericolosa». Joseph Wilson, un diplomatico Usa che ha lavorato a Bagdad, dice che sarà «un lavoraccio».
• Le esperienze americane a Panama, Haiti, in Afghanistan generano dubbi. L’Iraq è più complesso e in una zona più volubile. Il Paese fu forgiato dai britannici, che persero 20.000 soldati per conquistare tre abbandonate province Ottomane ricche di petrolio. Gli amministratori coloniali pensarono di poter scavalcare i capitribù delle campagne e le élite urbane sunnite imponendo un governo rappresentativo. La rivolta tribale del 1920, soppressa solo con l’iprite, li convinse altrimenti. La monarchia supportata dai britannici, che aveva largamente reintrodotto il vecchio ordine di classe, sopravvisse invece fino al 1958.
• Tre Colpi di Stato dopo, Saddam ha consolidato il suo potere con un misto di petrodollari, astuzia e spietatezza: alla fine degli anni ’70 aveva costruito un impressionante Stato in cui l’intimidita obbedienza dei cittadini era compensata da generosi servizi statali. L’ideologia abbracciata, il Baathismo, professa un ”Rinascimento Arabo” laico e socialista ispirato ai fascismi europei. Le disparate identità irachene sono state unite in un opprimente nazionalismo arabo che nella pratica ha significato giocare con le differenze etniche, tribali e religiose, o schiacciare brutalmente le resistenze della minoranza. Nel tempo, l’inflessibile adulazione per Saddam ne ha fatto un eroe mitico, nonostante abbia condotto il Paese alla guerra e alla rovina.
• L’Iraq è un Paese frantumato. Tra guerre e sanzioni Onu, ha attraversato un processo di demodernizzazione e frammentazione sociale. Le élite istruite sono fuggite. Il laicismo si è ritirato in risposta alla manipolazione della religione operata dal regime per sostenere la sua legittimità. I redditi sono precipitati a un decimo rispetto al 1980. La sopravvivenza di molte persone dipende dal governo: direttamente, attraverso la distribuzione del cibo, o indirettamente, attraverso impieghi statali. Un bambino su quattro è malnutrito. In un posto senza fiducia nelle istituzioni civili, ma pieno di armi a buon mercato, le appartenenze religiose, etniche e di clan dominano.
• Fuori dalle forze armate ufficiali, il regime può contare su 30.000 membri del clan di Saddam, al-Bu Nasir; 30.000 sono gli affiliati ad altri clan leali al regime; gli appartenenti alle otto sovrapposte agenzie di sicurezza sono tra 80.000 e 200.000, un altro milione di persone può essere raccolto tra funzionari del partito, informatori e profittatori. E qui finisce il supporto a Saddam, in un Paese di 25 milioni di persone. Molti si uniscono al Baath solo per proteggere la famiglia, o per meschine ricompense come un automatico aumento del 10 per cento nei voti dei figli agli esami scolastici. Molte delle tribù leali lo sono solo perché il raìs ha comprato i loro leader con armi e Land Cruiser Toyota. Khaldoun Naqeeb, un sociologo kuwaitiano che ben conosce l’Iraq, spiega: «Non si può mai contare sulla lealtà delle tribù, il meglio che si può fare è affittarla».
• Come risponderanno gli iracheni all’occupazione? I 4 milioni di curdi certamente esulteranno, così come le potenti tribù sunnite della valle dell’Eufrate, che si sono sempre opposte al clan di Saddam, proveniente dalle valli del Tigri. La minoranza cristiana (3 per cento) avrà paura che il laicismo del Baath sia rimpiazzato dall’islamismo. La classe mercantile di Bagdad e Mosul si aspetterà di subire vandalismi, sciacallaggi, e comunque è consapevole che la sua influenza diminuirà. Molti iracheni approveranno la ”liberazione” solo quando vedranno tangibili benefici in sicurezza, libertà, cibo. Se tutto questo arriverà alla svelta, la maggior parte della popolazione sarà certamente grata. Molti, va detto, manterranno profondi rancori contro gli Usa: le bombe americane, dopo tutto, hanno ucciso migliaia di soldati e civili iracheni e la colpa delle sanzioni, che hanno tolto a molti dignità e speranze cui erano abituati, è attribuita più a Washington che a Saddam.
• Qualcuno paventa che l’Iraq diverrà di fatto un protettorato degli Stati Uniti, e lo rimarrà per anni. James Fallows, tra i massimi esperti americani di disarmo, ha scritto un saggio sulla Seconda guerra del Golfo pubblicato dalla rivista ”Atlantic” con il titolo Il cinquantunesimo Stato americano. [2] Fonti militari Usa dicono che probabilmente gli anni di permanenza delle truppe Usa saranno cinque, con almeno 100.000 soldati. L’apparato militare americano dovrà utilizzare le strutture ammministrative esistenti, inclusi funzionari del Baath che, almeno ai livelli più bassi, conserveranno il posto di lavoro, mandando su tutte le furie gli esiliati iracheni: speravano di far pulizia del Baath con purghe sul modello della Germania post nazista.
• Gli americani promettono che non resteranno in Iraq un minuto più del necessario. Per far presto, dovranno fare appello a tutte le risorse disponibili: esiliati, sceicchi tribali, esponenti religiosi, la parte migliore della tecnocrazia di Bagdad. Molti compiti andranno svolti da subito: processare centinaia di membri del Baath colpevoli di atti criminali; smobilitare un esercito di 400.000 uomini e una polizia di 80.000; evitare rappresaglie; ricostruire il sistema giudiziario; dissuadere i curdi dalle rivendicazioni su Kirkuk; contenere l’influenza della milizia armata sciita che, base in Iran, attende da 23 anni di esportare la sua rivoluzione islamica.
• Quanti soldi serviranno per costruire il nuovo Iraq? L’ufficio del bilancio del Congresso stima un costo annuale di 250.000 dollari per ”peacekeeper”. Moltiplicato per una forza di 100.000 uomini fanno 25 miliardi di dollari l’anno, più o meno l’attuale pil iracheno. Gli aiuti umanitari immediati per 5 milioni di persone costeranno 500 dollari a testa, per un totale di altri 5 miliardi di dollari. La ricostruzione delle infrastrutture per portare l’Iraq alla situazione del 1990 costerà altri 25 miliardi di dollari, 100 se si mettono nel conto scuole, università, ospedali ecc.
• L’Iraq è pieno di petrolio. Il guaio è che sta sottoterra e gli impianti per l’estrazione sono in pessime condizioni. Le esportazioni ante-guerra, 2,5 milioni di barili al giorno, fruttano 15 miliardi di dollari l’anno. Per aumentare l’esportazione di un milione di barili al giorno serve un investimento di almeno 7 miliardi di dollari. Arrivare a 6 milioni di barili richiederebbe almeno altri 20 miliardi in 10 anni. A quel punto, l’Iraq potrebbe cominciare a pagare per il suo sviluppo, e potrebbe perfino pagare i debiti che già gravano sui suoi conti, tra 60 e 140 miliardi di dollari.
• Gli incassi petroliferi iracheni al momento sono gestiti da risoluzioni Onu. I britannici vogliono anche in futuro un importante ruolo delle Nazioni Unite, modello Kosovo (una robusta forza militare che non era sotto il mandato Onu lavorò proficuamente insieme a un’amministrazione civile dell’Onu). Ma il Kosovo fu un’operazione militare della Nato, e la Francia vi partecipò. Questa volta gli europei sono fortemente divisi, e c’è da chiedersi se al momento della ricostruzione dell’Iraq le parti riusciranno a recuperare lo spirito e l’arte del compromesso.
• Gli Usa devono mascherare qualsiasi forma di gestione diretta del petrolio, cui non intendono rinunciare. Da un editoriale di ”Limes”: «Gli interessi delle majors americane potranno essere garantiti attraverso il loro ritorno a pieno titolo in tutto il settore dell’upstream (ricerca, produzione, strategia politica dei prezzi inclusa). A titolo di maquillage, conviene rimettere in piedi la compagnia petrolifera nazionale (Iraq National Oil Company), simbolo del controllo autoctono delle risorse, ma con un board di assoluta obbedienza americana. Esso stipulerà un ventaglio di contratti upstream con la Exxon Mobil e con altre corporations a stelle e strisce, cui si aggancerà la British Petroleum. [...] Anche nel downstream (raffinazione, trasporto e commercializzazione) le majors angloamericane – compresa la Halliburton del vicepresidente Cheney – giocheranno da primattori, acquisendo nuovi contratti per la modernizzazione del settore».
• Se la guerra va bene, si dice, il vero vincitore sarà la Halliburton, i cui interessi coincidono con quelli di molti membri dell’Amministrazione Bush. Come farà Washington a scacciare i sospetti? La situazione è complicata dal fatto che per svolgere molti dei lavori in programma non c’è società più qualificata: riguardo ai servizi petroliferi, Halliburton ha nel mondo un solo rivale, Schlumberger, d’origine francese. Se si guarda alle forniture militari, la divisione Kellog Brown & Root della Halliburton ha un curriculum senza rivali: ha costruito il centro di detenzione di Guantanamo Bay, Cuba, dove vengono trattenuti i sospetti terroristi; possiede e gestisce strutture militari britanniche, inclusi i cantieri navali di Devonport, fornisce supporto logistico e si occupa della manutenzione dei sottomarini appartenenti alla Royal Navy. Infine, va ricordato che la società si è fortemente sviluppata sotto presidenze democratiche (Clinton). Nel ’99, quando dirigeva la Halliburton impegnata nei Balcani, Cheney disse in un’intervista che «la prima persona a dare il benvenuto ai nostri soldati quando arrivano e l’ultima a dir loro good-bye quando partono è un nostro impiegato». Una riedizione in Iraq potrebbe causare alla Casa Bianca qualche mal di testa.
• La popolazione dovrebbe essere la seconda grande risorsa irachena. Negli anni Settanta gli alti livelli di istruzione, sanità ecc. avevano fatto del Paese un modello di progresso. Tre quarti della popolazione attuale sono però nati dopo il 1980. L’analfabetismo si è gonfiato, i migliori lavoratori sono emigrati, la prosperosa classe media è stata rovinata dalle sanzioni. [1] Da ”diario” del 31 marzo ’99: «Il blocco decretato dopo la guerra del Golfo ha minato l’intero sistema educativo nazionale: dalle università, dove la fuga dei cervelli continua costante malgrado il costo esorbitante che comporta l’uscita dal Paese (400 mila dinari, a fronte di uno stipendio medio mensile dei funzionari statali di 5 mila), giù giù fino alla scuola elementare, dove l’assenteismo è ormai la norma e nelle scuole non mancano solo libri e computer, ma banchi, lavagne, a volte addirittura porte, spesso anche acqua e luce [...] I fiori all’occhiello dell’apparato accademico iracheno – i settori scientifici e della medicina, in passato strettamente legati ai programmi militari del ministero della Difesa – privati di mezzi e di contatti con l’esterno, versano in uno stato di assoluta decadenza. ”E’ già tanto se riusciamo a diplomare qualche infermiere”».
• Gli americani vorrebbero fare dell’Iraq liberato un modello per il ”nuovo Medio Oriente”, «un esperimento nazionale per l’esperimento regionale» che dovrebbe condurre in qualche anno al crollo del regime clericale iraniano, all’apertura della Siria, alla radicale riforma del regime saudita. [5] Naqeeb spiega che per prosperare la democrazia ha bisogno di alcune condizioni di base: le élite devono accordarsi sulle regole del gioco; il pubblico deve accettare i risultati; ci dev’essere un concetto di giustizia condiviso e la legge dev’essere rispettata. Queste condizioni, oggi, in Iraq non esistono. Dice un esiliato: «Ogni iracheno è un potenziale Saddam: ognuno pensa di parlare a nome di tutti gli iracheni». Le maggiori confederazioni tribali sono 35, alcune delle quali attraversate da separazioni etniche e settarie. Il Consiglio Supremo per la Rivoluzione Islamica in Iraq, un gruppo sciita basato in Iran che è il più vasto e organizzato dei partiti arabi, ha seguaci nell’est dell’Iraq ma pochi tra gli sciiti del resto del Paese. Il Kurdistan rimane diviso tra due capi clan: gli iracheni per prenderli in giro chiamano i loro feudi Talabanistan (dal Galal Talabani che guida l’Unione patriottica del Kurdistan) e Barzanistan (dal Mas’ud Barzani che guida il partito democratico Pdk). [1] Si parla di 70 gruppi principali nell’opposizione: da una parta il cosiddetto Gruppo dei Quattro, con Pdk, Udk, gli sciiti dello Sciri e gli ex alti ufficiali di Baghdad rappresentati dall’Ina; dall’altra i due gruppi operanti all’estero, il Consiglio nazionale iracheno (sede a Londra) e l’insignificante Movimento per la monarchia costituzionale.
• Il Karzai iracheno non c’è. Pare che il Dipartimento di Stato e la Cia abbiano un loro candidato, anzi due, e il Pentagono ne abbia un altro. Ennio Caretto: «Per la diplomazia e il servizio segreto americani, i successori di Saddam sono due ex generali iracheni fuoriusciti nel 1995, quindi dopo la guerra del 1990/1991, ancora popolari in patria, sebbene accusati da alcuni di avere usato armi chimiche contro i curdi: il primo è Najib al Salihi, l’ex capo dell’esercito, fondatore del movimento degli ufficiali e dei civili liberi, residente a Washington come lo fu Karzai; il secondo è Nizhar Kharzaji, ex capo di stato maggiore delle forze armate, ospite della Danimarca, che potrebbe fargli da vice. Per il Pentagono, l’anti-Saddam è il finanziere Ahmed Chalabi, che manca da Bagdad dal 1958, leader del Consiglio nazionale iracheno». [2] iraq.net, sito popolare tra gli esiliati, ha indetto qualche mese fa un’elezione per il futuro leader iracheno: quattordici candidati, Salihi (che gode di una profonda simpatia perché colpito negli affetti familiari: scherani del regime gli hanno violentato un parente spedendogli poi il videotape) ha preso il 20 per cento, Chalabi solo il 9.
• La soluzione migliore pare una federazione decentralizzata. Il problema è: come si tracciano i confini e, soprattutto, come si divide il bottino? Alcuni partiti sciiti, per esempio, vorrebbero formare al sud un feudo islamico. I curdi pensano a una costituzione che divida il Paese in sottostati arabi e curdi. Gli esperti consigliano che l’Iraq dovrebbe essere una federazione di regioni strettamente amministrative, non di tribù. Sostengono, inoltre, che permettere al centro di incassare tutti i proventi del petrolio potrebbe essere la chiave per future oppressioni. Serviranno tempo e pazienza: queste, non il petrolio, saranno le risorse più importanti.