Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 31 marzo 2003
Chi sta vincendo la Seconda Guerra del Golfo? ”The Economist”: «Al 27 marzo, sette giorni dopo l’inizio dei combattimenti, le forze d’invasione anglo-americane avevano conquistato il porto meridionale di Umm Qasr, messo in sicurezza i campi petroliferi iracheni, posto sotto assedio Bassora, la seconda città del Paese, portato una potente armata di carrarmati fino a 50 miglia da Bagdad, la sede del regime
• Chi sta vincendo la Seconda Guerra del Golfo? ”The Economist”: «Al 27 marzo, sette giorni dopo l’inizio dei combattimenti, le forze d’invasione anglo-americane avevano conquistato il porto meridionale di Umm Qasr, messo in sicurezza i campi petroliferi iracheni, posto sotto assedio Bassora, la seconda città del Paese, portato una potente armata di carrarmati fino a 50 miglia da Bagdad, la sede del regime. Gli Americani avevano conquistato le principali basi aeree nel deserto occidentale iracheno, quelle da cui Saddam Hussein lanciò i missili contro Israele nella precedente Guerra del Golfo, rendendogli molto più difficile, se non impossibile, farlo di nuovo. Nessun aereo iracheno si era alzato in cielo. Non c’erano stati attacchi terroristici in Europa e in America».
• La delusione sociologica. «Nel migliore di tutti i piani possibili, i soldati iracheni non avrebbero combattuto. Prima dell’inizio della guerra , non era irragionevole sperare che il regime fosse così detestato che l’intero, marcio, edificio si sarebbe disintegrato al primo colpo. Bene, non è accaduto. La prima settimana ha mostrato che molti sono pronti per ora a mettere in piedi una qualche sorta di lotta. è inoltre spiacevole che dopo una settimana l’oppressa popolazione sciita di Bassora abbia dato cenni ma non chiari segnali di volersi sollevare di nuovo contro il regime, come fece nel 1991» (’The Economist”).
• Dal ”cakewalk” alla ”guerra dei colletti blu”. Il problema è che la guerra ”venduta” al mondo da Londra e Washington doveva essere breve se non brevissima. Il quotidiano inglese ”The Independent” ha ricordato che prima dell’inizio «era stato in particolare Blair a non far niente per scoraggiare le speculazioni che il regime di Saddam Hussein sarebbe collassato il primo giorno o che, altrimenti, le forze Usa sarebbero state a Bagdad in tre giorni». Ora l’ottimismo sembra svanito: «Il ”cakewalk” era in principio una gara di ballo afroamericana con in palio una torta. In seguito è diventato un modo di dire per indicare un compito facile. L’altra settimana era la parola dominante nel lessico di questa guerra. Questa settimana è stata rimpiazzata da una frase meno ottimista, ”guerra dei colletti blu”, ad indicare la lunga, dura e pericolosa sgobbata della guerra strada per strada» (’The Independent”).
• I media Usa sono passati dall’esagerato ottimismo dei primi tre giorni all’esagerato pessimismo dei quattro successivi. ”The Economist”: «I reporter televisivi hanno descritto i 50 soldati uccisi, dispersi o catturati nella prima settimana come ”pesanti perdite” (una valutazione giustificata solo se messa a paragone con le prime 100 ore di combattimenti terrestri nella Prima Guerra del Golfo). I giornalisti hanno bersagliato Donald Rumsfeld ed i suoi generali con variazioni della domanda: ”Perché sta andato tutto male?”. Il ”New York Times” ha riassunto: ”Secondo giorno – avanzata; terzo giorno – successo imminente; quinto giorno – arretramenti; sesto giorno – resistenze, perdite; settimo giorno: impantanati».
• L’impatto sull’opinione pubblica. Un sondaggio quotidiano del ”Pew Research Centre” ha scoperto un caduta precipitosa nella percentuale di Americani convinti che la guerra stesse andando bene: al 70 per cento nel secondo e terzo giorno, alla fine del sesto era scesa al 38 per cento. Nonostante ciò, l’opinione pubblica americana resta notevolmente fiduciosa, accetta che la guerra sarà più lunga e sanguinosa del previsto e comunque la supporta. I sondaggi mostrano che la quota convinta che le vittime tra le truppe saranno significative e che il conflitto durerà mesi è salita da un terzo alla metà, ma la percentuale di quelli che si dicono comunque a favore della guerra resta al 70 per cento.
• Il primo errore. Michael R. Gordon sul ”New York Times”: «L’amministrazione Bush ha sbagliato nel prevedere le mosse irachene. I funzionari del ministero della Difesa hanno avvertito per mesi che Saddam Hussein avrebbe atteso gli alleati a Bagdad, cercando di rallentare l’avanzata americana verso la capitale attraverso la distruzione delle infrastrutture nell’Iraq meridionale. Gli strateghi postulavano che ponti e dighe sarebbero stati distrutti per rallentare la marcia alleata verso nord. In questo scenario, le autorità irachene avrebbero inoltre deviato i rifornimenti alimentari lasciando agli Alleati il compito di prendersi cura dei civili». Le cose sono andate diversamente.
• Il piano di Saddam Hussein. La sua strategia, spiega Gordon, è stata di lasciare intatta la maggior parte delle infrastrutture del Paese, rifornire le città di cibo e far la parte del salvatore della nazione. Per contrastare ogni ribellione nel Sud, ha spedito nella regione i feddayn col compito di rinforzare la fedeltà al regime. Le forze paramilitari hanno inoltre usato le città come basi per opporsi agli americani. «L’obiettivo, pare chiaro, era togliere il vento alle vele americane».
• Una forza insufficiente: sarebbe questo un altro motivo per cui la guerra è diventata complicata. Gordon: «La forza attuale è meno della metà rispetto alla coalizione che combatté nel 1991 la prima Guerra del Golfo. Donald Rumsfeld e i suoi assistenti insistono che le dimensioni delle forze di terra non sono più una misura chiave delle loro capacità. Piuttosto, sostengono, persino formazioni relativamente piccole possono costituire una potente forza grazie agli avanzati sistemi di comando e controllo, a una migliore ricognizione, ad un più vasto arsenale di bombe di precisione. Forze mobili piccole ma potenti, dicono, saranno il modello del futuro. Ma gli aeroplani non occupano il territorio».
• Il nemico è diverso da quello dei War Games. Il generale William Wallace, comandante del quinto Corpo d’armata, sul ”Washington Post” di venerdì: «Gli attacchi che stiamo vedendo sono bizzarri. Furgoni attrezzati con mitragliatrici pesanti e armi di ogni sorta attaccano carri armati M1 Abraham e blindati M2 Bradley. Ci disorienta pensare che qualcuno possa essere così rozzo. Siamo alle prese con un paese in cui tutti hanno un’arma e quando si mettono a sparare tutti insieme è dura».
• Gli iracheni non corrono in soccorso dei loro liberatori. Il colonnello Ben Hodges, comandante della prima brigata della 101ma divisione aviotrasportata: «Per quanto mi riguarda, avevo sottovalutato la volontà di combattere dei feddayn, o forse avevo sopravvalutato la volontà di ribellione degli sciiti». Un altro ufficiale Usa: «Pensavamo che forse non ci avrebbero fatto festa, ma eravamo certi che non avrebbero opposto resistenza. Spero che quello cui stiamo assistendo sia solo il rantolo di un regime alle corde. Ma non ne sono sicuro».
• Una storia già vista. Lo studioso francese Philippe Burrin, spiegando la perversa energia delle milizie e di altre organizzazioni armate di Vichy negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, scrisse che le loro «brutalità e imposizioni... furono inimmaginabili: la sensazione di avere le spalle al muro nutrì un orrido desiderio di far pagare caramente agli altri l’imminente sconfitta». Per ragioni simili le popolazioni irachene del sud non starebbero reagendo nel modo sperato all’arrivo delle truppe alleate e c’è da aspettarsi che faranno altrettanto a Bagdad.
• Saddam è un demoniaco ingegnere sociale. Martin Woollacott ha spiegato su ”The Guardian” le caratteristiche del pervasivo apparato di sorveglianza e coercizione realizzato dal raìss: insoddisfatto della semplice lealtà, ha cementato la struttura coinvolgendola nei suoi crimini e rendendo impossibile per i suoi membri un rientro nella comunità. Il regime non solo incoraggia i crimini connessi alla sua sopravvivenza, dall’arresto arbitrario alla tortura, ma permette ai suoi scagnozzi un’attività free-lance che va dall’estorsione allo stupro. Gli esiliati hanno raccontato come vengano compromessi persino i più insignificanti funzionari del partito Baath, persone ”quasi perbene” colpevoli al massimo d’opportunismo: appena entrati in carica, gli arrestano i vicini e li costringono a pagare multe, non dimenticando di dar loro la colpa. Oppure gli offrono opportunità d’estorsione difficili (pericolose) da rifiutare. E, comunque, non si può fare il medico, o l’ingegnere, senza sporcarsi in qualche modo le mani.
• La difesa ”urbano centrica”. Gli strateghi Usa hanno capito dall’inizio che Saddam avrebbe preferito le battaglie cittadine a quelle in campo aperto ma «quello che al Pentagono non hanno capito era che gli iracheni pianificavano di allargare questa strategia includendo Nassiriyah, Najaf, Samawa e altre città dell’Iraq meridionale. Il risultato è stato che, mentre puntavano verso Bagdad, gli americani hanno scoperto di avere alle spalle una seria e inaspettata minaccia» (Gordon). [4] Lo scenario dei combattimenti strada per strada è il più temuto dalle truppe alleate. Un ufficiale Usa: «Se vogliamo fare le cose sul serio, allora dobbiamo farle alla maniera israeliana: con carrarmati e bulldozer».
• Il piano ”Inside out”. A Londra e Washington sembrano aver capito che per rovesciare il regime di Saddam Hussein ci vorrà più tempo di quel che molti pensavano. Spiega Gordon: «Un modo per raggiungere l’obiettivo è avanzare rapidamente verso i sobborghi di Bagdad, distruggere le truppe della Guardia Repubblicana alle porte della città, infine vincere la battaglia urbana. Deposto Saddam, i feddayn e le altre forze paramilitari che hanno attaccato le truppe alleate dirette a nord sarebbero tagliati fuori dalla principale fonte delle proprie risorse. In questo scenario, le forze paramilitari sarebbero quindi sconfitte dalle truppe angloamericane o distrutte dai musulmani sciiti impazienti di regolare i conti dopo decenni di repressione. Un nuovo ordine sarebbe stabilito dal centro alla periferia».
• Il piano ”Outside in” consiste nel differire la corsa verso Bagdad concentrandosi invece sulla liberazione delle città del sud dai feddayn. Gordon: «In questo modo sarebbe più facile per gli Usa gestire le linee di rifornimento del nord mentre gli sciiti del sud sarebbero incoraggiati a liberarsi dal giogo di Saddam Hussein. Gli Stati Uniti potrebbero trarre vantaggio dal rinvio dell’attacco su Bagdad facendo arrivare rinforzi dagli Usa, ad esempio la quarta divisione di fanteria, e preparandoli a combattere per assestare il colpo finale. Le forze angloamericane potrebbero inoltre cominciare a distribuire cibo, medicinali ed altri aiuti economici a Bassora e in altre città del Sud, incentivando così la popolazione di Bagdad a collaborare con le forze americane. Il nuovo Iraq sarebbe creato dalla periferia al centro».
• Come finirà? ”The Economist”: «Un collasso dall’interno del regime di Saddam non può ancora essere escluso. Ma nessun piano militare responsabile può permettersi di prendere per garantita l’idea che il nemico semplicemente abbandonerà la lotta. E se gli iracheni sceglieranno davvero di continuare a combattere, ci attende certamente una più violenta fase del conflitto. [...] Davanti alla sconfitta, Saddam Hussein potrebbe preferire alla capitolazione l’impiego dei gas velenosi che usò con effetti devastanti contro le truppe iraniane. E una volta che gli americani entreranno a Bagdad, duri scontri per le strade potrebbero comportare un orrendo dazio di soldati e civili».
• Sperando in un miracolo. Continuando a dare per scontata una vittoria finale alleata nella guerra, sono sempre più numerosi quelli che temono una ”sconfitta nella pace”. Mark Bowden, autore di Blakc Hawk Down, lo studio dell’esperienza americana in Somalia, ha spiegato sul ”New York Times”: «Ogni morto e ogni ferito – un figlio, una sorella, un fratello, un padre o un vicino – non importa quanto involontario, genera ardenti nuovi nemici la cui rabbia eclissa la politica». Woollacott: « possibile che il risentimento superi la gratitudine verso i liberatori se le vittime civili cresceranno di molto nella battaglia finale? Gli iracheni appartengono a una società passata attraverso molte guerre che ben conosce gli effetti delle sue stesse armi, l’orrore dei danni collaterali e del fuoco amico. Nonostante ciò, si aspettano che gli americani facciano miracoli? Hanno qualche ragione di farlo, fosse solo perché ci sperano ancora gli stessi americani e, naturalmente, è ancora possibile che ci riescano».