Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 dicembre 2002
Il regalo del governo Berlusconi agli italiani disonesti e/o distratti
• Il regalo del governo Berlusconi agli italiani disonesti e/o distratti. «Ce n’è per tutti i gusti e disgusti: dalle contravvenzioni stradali non pagate alla tassa sui rifiuti, non dimenticando l’affissione abusiva di manifesti elettorali, passando per le classiche e popolarissime Irpef, Irap e Invim e arrivando alla sanatoria per le imprese costituite illegalmente all’estero. Si immagina che esperti contabili avranno calcolato, euro più euro meno, quanti quattrini potranno essere raschiati dal fondo del barile» (Michele Serra).
• La maxi-sanatoria della Finanziaria 2003. I condoni offerti agli evasori hanno lo scopo di racimolare la cifra di 8 miliardi di euro e vanno dal concordato di massa alla dichiarazione integrativa semplice, dalla regolarizzazione delle scritture contabili (confermata l’abolizione dell’aliquota per lo scudo fiscale delle imprese) alla proroga al 30 giugno 2003 dello scudo fiscale per le persone fisiche con aliquota al 4 per cento. Per la sanatoria ”automatica degli anni pregressi” si dovrà pagare sino al 18 per cento delle imposte versate all’anno. Oltre a questo complesso menù per chiudere per sempre il contenzioso con il Fisco, la maggioranza ha introdotto anche la devolution fiscale regionale: si potranno sanare le imposte locali come l’Ici, la tassa rifiuti e il bollo auto ma lasciando all’amministrazione locale ampia facoltà di manovra.
• L’illusione d’incassare una montagna di soldi si è immancabilmente rivelata fallace, tra le poche eccezioni il condono fiscale del 1982: con il condono valutario del 1976 si incassarono 200 miliardi di lire invece dei 5.000 preventivati, quello edilizio del 1985 ne raccolse 7.000 invece di 10.000, quello dell’Inps dell’87 1.609 su 3.123, quello Inail dello stesso anno 800 su 3.300. «Per non parlare delle sproporzioni umilianti dei condoni del 1989: quello sulle irregolarità formali doveva dare tremila miliardi e ne aveva dati 679, quello immobiliare 1527 e ne aveva dati 139, quello fiscale 4.920 e ne aveva dati 76. Una catastrofe» (Gian Antonio Stella).
• Quello che non è quantificabile, «tralasciando i danni morali inferti a chi le tasse le ha regolarmente pagate, è il potente incentivo a evadere il fisco che ogni condono porta con sé. Il medium è il messaggio: ogni condono comunica ai cittadini che fare il proprio dovere non è conveniente, perché si possono rimandare i propri conti con lo Stato, con la collettività e con le leggi a occasioni più propizie. Quanti italiani dalla coscienza lasca, di fronte alla puntuale benevolenza dei colpi di spugna, si sentiranno confermati nella loro impunità e nella loro furbizia? E quanti italiani perbene, puntuali pagatori della ridda di tasse e tributi, si sentiranno gabbati da un potere che di fatto avvantaggia i morosi e gli imboscati, e si chiederanno se non valga la pena ingrassare le fila degli evasori?» (Serra).
• Le obiezioni etiche trovano poca eco tra gli italiani. «L’evasione fiscale è spesso considerata un comportamento giusto o quantomeno inevitabile, per molti versi da apprezzare o ammirare. L’atto stesso di pagare le tasse è percepito da un numero sempre crescente di cittadini come un momento in cui viene ”tolto” (ingiustamente) qualcosa, piuttosto che un’occasione in cui si ”contribuisce” a qualcosa. Il condono fiscale, dunque, suscita perplessità in una quota ampia di cittadini, ma provoca la tacita approvazione di una parte ancora più vasta, specie tra coloro che sono orientati al centrodestra. Per questo ”conviene” al governo» (Renato Mannheimer).
• La sinistra lo critica, ma gli italiani lo vogliono. Parola di Silvio Berlusconi: «Abbiamo fatto delle indagini e ci hanno fatto vedere come oltre il 60 per cento dei cittadini, che certamente non credo siano tutti evasori fiscali, vedono di buon occhio la possibilità di un condono [...] La complessità e la farraginosità delle norme dello Stato rendono difficile per un cittadino dirsi perfettamente in regola con tutto». Il condono consentirebbe, con un «costo minimo», di avere «il massimo della tranquillità».
• Un balzello malamente mascherato per spillare soldi alle aziende: ecco che cos’è la raffica dei condoni, secondo il presidente di Confesercenti Marco Venturi. «Servivano 6 miliardi di euro e da qualche parte dovevano uscire. Punto e basta. Si è pensato bene, quindi, di passare alla cassa delle piccole imprese e farsi dare altri 300 euro l’una [...] La logica del condono fa leva sull’ansia del piccolo imprenditore, il quale pensa: se io non tiro fuori questi altri 300 euro, poi magari arriva la Finanza e mi tartassa. Allora, nel dubbio, pago. Anche se non dovrei».
• In Italia il condono è la regola, l’eccezione è la legge. «La parola viene dal latino ”condonare”. un verbo molto interessante che indica un’azione che sta fra il regalo e il perdono. Cicerone ci va a nozze, in lui c’è tutta una casistica di condonabilità: reati, crimini, colpe, quattrini, eredità. E insomma, si sa, la carne è debole, ma c’è sempre qualcuno che può chiudere un occhio. Qualcuno che passa sopra quella debolezza, ma si aspetta, anzi pretende per sé una adeguata gratitudine. In altre parole, nel condono c’è l’essenza del potere. Guarda un po’ come le parole vanno al cuore delle faccende nazionali: il primo autore a mettere in circolazione il termine ”condono” risulta Nicolò Machiavelli. E chi altri poteva essere?».
• Come eliminare i condoni? «Mediante una semplice modifica della Costituzione che stabilisca il principio di incostituzionalità nell’applicare retroattivamente ai cittadini aliquote differenziate. Questa clausola avrebbe un esito semplice ed efficace. Supponiamo che il Parlamento approvi un condono che permetta agli evasori di liquidare il loro debito verso il Fisco con uno sconto diciamo del 40 per cento, e cioè con una aliquota effettiva pari al 60 per cento della legge originaria. Questa decisione deve essere interpretata come una riduzione dell’aliquota del 40 per cento per tutti. Pertanto i contribuenti onesti che hanno pagato il 100 per cento hanno di fatto pagato troppo ed hanno diritto ad un rimborso, probabilmente attraverso sconti su saldi futuri, del 40 per cento di quanto hanno pagato, inclusi gli interessi. Il provvedimento allevia la mortificazione perché troverebbe probabilmente un maggior consenso nei Paesi che tutelano i diritti civili. Lo stesso emendamento toglie, seppur parzialmente, lo stigma di immoralità perché gli evasori non ricevono un premio per la loro disonesta furbizia, infatti si beneficia del condono anche se si è onesti! L’esito finale è ovviamente l’eliminazione dei condoni: diventano poco redditizi» (Franco Modigliani e Francesco Franco).
• In Sudamerica, il condono fiscale si fa dopo il golpe. «Quegli screanzati della Casa delle Libertà che hanno presentato il maxiemendamento sul diluvio di condoni per evasori grandi e piccini devono essersi mossi senza fare manco una telefonata per avvertire il ministro dell’Economia. Giulio Tremonti, infatti, ha sempre avuto verso queste sanatorie per i furbi una posizione cristallina e irremovibile: mai, mai, mai. ”In Sudamerica il condono fiscale si fa dopo il golpe. In Italia lo si fa prima delle elezioni ma mutando i fattori il prodotto non cambia: il condono è comunque una forma di prelievo fuorilegge”, sentenziò ad esempio sul ”Corriere” in occasione di quello deciso nel settembre 1991 dall’ultimo governo di Giulio Andreotti» (Stella).
• Il motivo principale del disagio tra i votanti per la Cdl «è la percezione di una insufficiente realizzazione della promessa di diminuzione delle tasse, avanzata in campagna elettorale. Si tratta di uno degli elementi che più ha spinto gli elettori a dare la loro fiducia a Berlusconi. E che costituisce, non a caso, la risposta più frequente, ancor più nelle ultime settimane, su quale sia ”il provvedimento più urgente che il governo deve varare”. ragionevole, dunque, ipotizzare che, non potendo, per vari motivi, il governo diminuire da subito le tasse del futuro, esso abbia pensato di rispondere in qualche misura a questa richiesta degli elettori cancellando le tasse del passato» (Mannheimer).
• Meno tasse. Con la Finanziaria parte il primo modulo della riforma Irpef con i tagli sulle fasce di reddito tra zero e 25 mila euro, per un costo di 5,5 miliardi di euro. Rivisti gli scaglioni per le aliquote di reddito e il sistema di deduzioni: per i lavoratori dipendenti la deduzione passa da 3 mila a 4.500 euro, per i pensionati sale a 4 mila euro, per gli autonomi cresce di ulteriori 1.500 euro. Le aliquote sono del 23 per cento da 10.300 euro a 15 mila, del 29 per cento da 15.500 a 29.000, del 31 per cento da 31.000 a 33.000 euro, del 39 per cento da 69.700 a 70.000 euro, del 45 per cento oltre i 70 mila. Sono inoltre stati sospesi gli aumenti Irpef e Irap in attesa della legge quadro sul federalismo fiscale. Via libera alla riduzione di 2 punti percentuali dell’Irpeg che passa dal 36 per cento al 34 per cento. Stanziati 500 milioni per l’avvio della riforma Irap con deduzioni possibili per i lavoratori disabili, per gli apprendisti e i contratti di formazione lavoro.
• Il progetto di riduzione delle imposte. «Tassare meno serve, è vero, a sostenere consumi e investimenti privati e a sgonfiare la quota di risorse che passa per un settore pubblico che ci siamo rassegnati a considerare poco produttivo. Ma effetti analoghi avrebbe, in Italia, una più rapida riduzione del debito pubblico, che è enorme anche nella sua parte occulta costituita dalle promesse previdenziali. Inoltre la riduzione delle imposte incentiva l’attività economica e gli investimenti solo se la pubblica amministrazione fornisce, nella giusta quantità e qualità, i servizi e le strutture pubbliche indispensabili all’efficienza del sistema-Paese. Mentre l’Italia piange mancanza di fondi per cose così essenziali come la ricerca, la ristrutturazione industriale e i sussidi di disoccupazione, la scuola, le infrastrutture, la giustizia e le carceri, gli stipendi degli specializzandi in medicina, ed è costretta a finanziare l’Università con un’improvvisata tassa sul fumo. Infine, per ridurre le tasse bisogna ridurre la spesa, mentre i tagli poco mirati di Tremonti trovano crescenti opposizioni e la sciagurata riforma federalista, se mai diverrà cosa seria, costerà moltissimo mentre già l’aumento di balzelli locali scoordinati pare vanificare nei fatti la promessa d’essere nell’insieme meno tassati» (Franco Bruni).
• Lo scontro Stato-Regioni. Il decreto legge 194 (convertito in legge 246/2002) «Misure urgenti per il controllo, la trasparenza ed il contenimento per la spesa pubblica», riducendo le uscite del 15 per cento, ha scatenato la rivolta dei governatori. L’esecutivo aveva garantito che non avrebbe riguardato Regioni e sistema sanitario, invece le circolari arrivate alle Asl hanno messo in evidenza che sono interessate anche le spese per i farmaci, gli ospedali, gli stipendi dei medici. Le giunte regionali chiederanno la sospensione del provvedimento e ricorreranno al Tar.
• Tremonti ha fallito. «Le cose sono andate così. Aveva messo in piedi un giocattolo che si fondava tutto sulla crescita. Una crescita economica vigorosa è in grado di finanziare politiche espansive, come la riduzione della pressione fiscale, che anzi la alimentano. La crescita ripaga la Tremonti bis, favorisce il rientro dei capitali, l’emersione del sommerso, e il rispetto del patto di stabilità. Poi Osama bin Laden ha aperto il forno è il soufflé si è sgonfiato» (Renato Brunetta).
• Tremonti ha preferito non guardare in faccia la realtà, «non rivedere il quadro degli scenari, delle strategie e degli strumenti a suo tempo predisposti. Ha tirato dritto nella speranza di una ripresa che non c’è stata. E siamo a questo punto. Non ha voluto accettare di cambiare linea perché questo avrebbe messo in crisi la sua egemonia culturale e politica, per essere snodo centrale fra Polo e Lega [...]» (Brunetta).
• Una strategia convincente per il nuovo anno. Berlusconi «ha l’esigenza di individuare un cavallo di battaglia in grado di compiere un triplice miracolo: ”parlare” al Paese, tenere unita la Casa delle Libertà, frenare le lacerazioni sul piano istituzionale. A cominciare dal rapporto con il Quirinale. Finora il cavallo non è stato trovato. Economia, legge finanziaria, Patto per l’Italia, riforme istituzionali (presidenzialismo, cancellierato), convenzione europea... Nessuno di questi temi fa pensare a un asso nella manica [...] La stessa riforma-simbolo dell’articolo 18 giace semi-dimenticata da qualche parte in Parlamento, come un monumento arrugginito [...] Il governo Berlusconi è sulla difensiva su vari temi dell’agenda. E il presidente del Consiglio sa che quando si gioca troppo in difesa si rischia di perdere la partita» (Stefano Folli).