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 1998  giugno 07 Domenica calendario

Dio - "Dio lascia a tutti un frammento della propria umanità”

• Dio. "Dio lascia a tutti un frammento della propria umanità”.[
• Ambulanza. ”Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualche cosa di bello si configurasse al mio orizzonte; del resto ero poeta e trascorrevo il mio tempo tra le cure delle mie figliole e il dare ripetizione a qualche alunno, e molti ne avevo che venivano a scuola e rallegravano la mia casa con la loro presenza e le loro grida gioiose. Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò, e morendo mia madre, alla quale io tenevo sommamente, le cose andarono di male in peggio tanto che un giorno, esasperata dall’immenso lavoro e dalla continua povertà e poi, chissà, in preda ai fumi del male, diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un’ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portata in manicomio”.[
• Parenti. ”Improvvisamente, come nelle favole, tutti i parenti scomparvero”.
• Marito. ”Dopo qualche giorno mio marito venne a prendermi, ma io non volli seguirlo. Avevo imparato a riconoscere in lui un nemico”.
• Manicomio. ”Il manicomio era saturo di fortissimi odori. Molta gente orinava e defecava per terra. Dappertutto era il finimondo. Gente che si strappava i capelli, gente che si lacerava le vesti o cantava sconce canzoni”.
• Prete. ”Un giorno in giardino incontrai un prete. Ero sola e gli chiesi in che concetto Dio tenesse i poveri pazzi. ”Mah”, rispose quello, ”che volete, figliola. I pazzi non sono responsabili”. ”Mah”, proseguii io, ”se Dio ha dato il libero arbitrio perché scegliessimo il bene ed il male, perché ce l’ha tolto con questa pazzia?”.
• Masturbarmi. ”Questo passo del libro dell’Adalgisa mi pare molto eloquente tanto più che io stessa una volta che venni sorpresa a masturbarmi fui severamente punita, in quanto le degenti non dovevano e non potevano avere istanze sessuali”.
• Fascette. ”Di giorno non facevamo nulla e, se la sera si era tentati di rimanere alzati un po’, subito venivamo redarguiti aspramente e mandati a letto con le ”fascette”. Che cosa erano le fascette? Nient’altro che delle corde di grossa canapa, dietro le quali ci infilavano i piedi e le mani perché non potessimo scendere dai lettucci. Urlare sì, potevamo; nessuno ce lo impediva, tanto che qualche volta un malato a furia di urlare finiva col ricadere esangue sul proprio letto. Ricordo di una paziente che rimase immersa nelle proprie feci urlando a squarciagola per giorni e giorni”.
• Mestruazioni. ”Quando comparvero le mie prime mestruazioni il mio inconscio rimase altamente mortificato”.
• Alcool. ”Avevo voglie strane, come quella, per esempio, di odorare l’alcool. Da una infermiera compiacente ne ottenevo un batuffolino ogni tanto, e ciò mi dava sollievo”.[
• Giardino. ”Il giardino d’estate era pieno di uccelli: io pensavo a quanto la natura non riuscisse, suo malgrado, a falsare il segno della sua innata bontà”.
• Cane. ”Mia sorella accompagnata da mio marito venne a reclamare il mio corpo, se così si può dire. Disse che era stata un’indecenza, che si trattava di uno sbaglio. Ma io ero così traumatizzata, spezzata, rotta dentro, che non volli seguirli più. Mi accoccolai ai piedi del letto e cominciai a guaire proprio come un cane. Nelle malattie mentali la parte primitiva del nostro essere, la parte strisciante, preistorica, viene a galla e così ci troviamo ad essere rettili, mammiferi, pesci, ma non più esseri umani”.
• Madre. ”...e c’era una vecchia che quando mi passava davanti mi mollava dei sonori ceffoni. Ma io quella mano gliela prendevo e gliela baciavo perché poteva essere la mano di mia madre che persi in tenera età”.[
• Sesso. ”Una volta nella sua camera, la Zita si denudò e mi disse: ”Adesso tu devi fare all’amore con me”. Io rimasi alquanto sconcertata. La guardavo per il lungo, senza alcuna sorpresa. Da troppo tempo a me il sesso non diceva più nulla, ma quella vagina prepotente e vogliosa pareva volesse parlare e lanciare invettive verso di me...î
• Bacio. ”La Zita mi appioppò un sonoro bacio sulla bocca credendo che io sarei stata alle sue voglie morbose. Io invece la feci adagiare sul fianco e presi a farle aria, come si fa con i bambini. ”Vuoi vederla?, vuoi vederla?”, insisteva lei. ”No, Z.” le dissi io, ”ricordati che sei madre anche tu e che queste cose le devi superare, soprattutto perché sei qui dentro”. Allora la Z. si mise a piangere, e il suo corpo di ragazzona infelice pareva squassato dal terremoto”.
• Cicche. ”La sera si mangiava budino e un po’ di pancetta, ma io non avevo nessuna voglia di mangiare, e andavo in giro per il reparto raccattando le cicche. Questo fatto veniva interpretato come una forma di malattia. Invece io avevo bisogno di un pacco di biscotti, di una carezza. E in quella cicca vedevo il dono che mi era mancato”.
• Fuori. ”Del manicomio io rimpiango tutto, specialmente la non socialità. L’emarginazione è anche un diritto sociale”.