Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 2 dicembre 2002
Il federalismo è una realtà in molti Paesi del mondo
• Il federalismo è una realtà in molti Paesi del mondo. La Catalogna (Spagna) dal 1979 ha una propria presidenza e un Parlamento che controlla tutto, tranne politica estera e difesa, è può trattenere il 30 per cento dell’Irpef raccolta nel suo territorio; la Germania è formata da 16 länder, ognuno con una propria Costituzione ed organi esecutivi, i rappresentanti hanno diritto di veto sulle decisioni che riguardano le leggi federali; il Brasile è una Repubblica democratica federale e presidenziale con 26 Stati e il distretto federale di Brasilia, ogni Stato ha un proprio governo che gode di ampia autonomia legislativa; l’India, repubblica federale dal 1950, comprende 28 Stati con assemblee e governi propri e 7 territori federali gestiti dal potere centrale, le assemblee degli Stati eleggono la Raiya Sabha (camera alta); gli Stati Uniti sono una repubblica federale e presidenziale composta da 50 Stati e un distretto federale, ogni Stato ha piena autonomia praticamente su tutto, fatta eccezione per la difesa e la politica estera.
• Sul finire della scorsa legislatura, «il centrosinistra ha voluto e votato - facendosi forte di una manciata appena di voti - una corposa riscrittura del Titolo V della Costituzione. Per alcuni una vera svolta federale, per altri una mediocre riformetta, per altri ancora una dignitosa operazione di decentramento. Comunque sia quel testo [...] ha superato indenne la prova del referendum confermativo dell’ottobre 2001. cioè diventato parte integrante della Carta fondamentale. E tuttavia ha prodotto soprattutto incertezze e amplificato i vecchi conflitti Stato-Regioni, anche perché la necessaria legge di attuazione è impantanata in Parlamento. In questa legislatura, il governo di centrodestra ha inteso dar corso a uno dei suoi impegni elettorali con la presentazione alle Camere del progetto Bossi» (Marco Tarquinio).
• Il disegno di legge sulla devolution, firmato da Bossi, Berlusconi e La Loggia, prevede la modifica dell’art. 117 della Costituzione stabilendo che ogni Regione può attivare, con propria legge, la competenza esclusiva in materia di scuola, sanità e polizia locale. A favore la Lega e Berlusconi, cauti An e i centristi, contraria l’opposizione. [3] «Afferma chi l’ha polemicamente ribattezzata ”dissoluzione”: farebbe esplodere la spesa pubblica, spaccherebbe l’Italia, relegherebbe il Sud a una dimensione da Terzo Mondo, duplicherebbe le burocrazie, azzererebbe per alcuni cittadini i livelli minimi di assistenza, minerebbe alle fondamenta l’istruzione. Replicano coloro che invece la chiamano con il suo nome, devoluzione: uno Stato più snello equivarrebbe a uno Stato meno costoso, verrebbe esaltato il ruolo dei privati nell’erogazione dei servizi, aumenterebbe il potere decisionale, tributario e di controllo di Regioni ed Enti locali, scuola e sanità sarebbero più aderenti alle peculiarità delle varie aree, l’omogeneità del tessuto nazionale sarebbe garantita dal fondo perequativo di solidarietà e da leggi statali a tutela dei livelli minimi delle prestazioni» (Francesco Alberti).
• L’attuale sistema di cura «attuato dal sistema sanitario nazionale consente al malato che vive in un qualsiasi paese del sud di farsi curare all’Istituto tumori di Milano o di portare il proprio bambino al Gaslini di Genova. E in futuro?» (Giulio Anselmi). [5] Rosy Bindi: «Ogni Regione potrà scegliere il modello sanitario, se vorrà abbandonerà quello universalistico e passare alle assicurazioni private. Sparirà il Fondo sanitario nazionale che ha una funzione perequativa nei confronti delle Regioni più povere. Scomparirà il diritto dell’accesso ai servizi uguale per tutti, la gratuità delle prestazioni, la globalità della copertura delle forme di assistenza. Tutti principi garantiti dalla ”legislazione concorrente” tra Stato e Regioni». Il ministro Sirchia: «La devolution non dovrà intaccare il rispetto degli standard come l’efficacia dei farmaci, le vaccinazioni. E ci sono settori di ricerca come i tumori, le malattie rare o i trapianti, che non possono avere confini regionali. Deciderà il Parlamento».
• Le competenze in materia sanitaria sono già delle Regioni. La spesa per la sanità, con la complicità dell’abolizione dei ticket decisa dal governo Amato, è considerata in molti casi la responsabile principale della difficile situazione finanziaria locale: alla fine di giugno dello scorso anno l’ulteriore disavanzo rispetto a quello che era stato già coperto dallo Stato ammontava a 4 miliardi 523 milioni di euro.
• «Nelle scuole lombarde si studierà solo Manzoni, in quelle siciliane solo Pirandello» (Clemente Mastella). [5] Albertina Soliani, senatrice della Margherita: «L’impianto statale dell’istruzione verrà smantellato. Si trasferiscono alle Regioni, in materia di legislazione esclusiva, l’organizzazione degli istituti scolastici e di formazione e la loro gestione, nonché i programmi di studio. Salterà il diritto soggettivo all’istruzione, e ogni Regione investirà in base alla propria ricchezza. Quelle povere dovranno vedersela da sole». Il senatore Guido Brignone, esperto di scuola della Lega: «Lo Stato deve avere competenza sulle finalità della funzione educativa, la valutazione dei docenti e degli studenti, rispettando la piena libertà d’insegnamento. C’è invece bisogno di valorizzare la cultura locale, un punto su cui era d’accordo anche il ministro dell’Ulivo Luigi Berlinguer. Gli insegnanti potrebbero passare sotto la gestione regionale. Come la ripartizione dei docenti e del personale non può essere più appannaggio dello Stato. Nella scuola occorre più flessibilità. Le proteste vengono da chi ha poltrito fino ad ora e non vuole lavorare di più». [8] Michele Serra: «Sarà, nella migliore delle ipotesi, un notevole casino».
• Oltre 28 miliardi di euro: questa la somma necessaria, secondo uno studio Confindustria, per garantire il trasferimento delle competenze in materia di istruzione alle sole Regioni a statuto ordinario. Il maggiore incremento relativo interesserebbe la Basilicata, dove per ogni cittadino dovrebbero arrivare dallo Stato 851 euro in più, al secondo posto la Calabria (792 euro). Minori trasferimenti per le Regioni settentrionali: Emilia Romagna (460 euro) e Lombardia (470 euro).
• «Su un reato commesso a Bari, la polizia partenopea non potrà indagare» (Rosa Russo Jervolino). [4] «Che la questione sia stata il peggiore boccone da mandare giù nel governo, Bossi lo sa bene. In consiglio dei ministri a febbraio, quando dopo limature su limature e un alleggerimento del testo sulla devolution fino all’osso (undici righe), finalmente la riforma-bandiera della Lega passò, il Senatùr si dovette impuntare: ”Nel federalismo c’è la polizia locale, che è qualcosa in più rispetto alla polizia amministrativa. Ogni Regione farà quello che vuole. La polizia locale non si tocca”. Non si toccò, né lo si dovrebbe fare in Parlamento [...] Ma il Quirinale con discrezione fece arrivare le proprie riserve [...] Pisanu: ”L’unitarietà del sistema di sicurezza è un bene da salvaguardare in ogni caso e a ogni costo. Ciò non toglie che il sistema possa essere ampliato e migliorato. In questa prospettiva daremo il via a dicembre al poliziotto e al carabiniere di quartiere”» (Giovanna Casadio).
• In Italia ci sono cinque corpi di polizia ”nazionali”, con un totale di oltre 300 mila uomini. Di questi, circa 110 mila sono carabinieri, 105 mila poliziotti e 55 mila finanzieri. Ci sono poi forestali e polizia penitenziaria. Considerando soltanto polizia di Stato e carabinieri l’Italia è terza in Europa nel rapporto fra poliziotti e abitanti, prima se si calcolano anche le altre forze.
• Il poliziotto di quartiere interverrà sulle emergenze (uno scippo, un furto, il piccolo spaccio), annoterà e segnalerà movimenti sospetti, soprattutto alimenterà «la fiducia e la confidenza con i cittadini». L’esperimento comincia il 16 dicembre in 28 città, alla fine della prima fase (entro giugno 2003 saranno state coinvolte tutte le 103 province) saranno valutati i risultati e le modifiche. Ogni centro sarà suddiviso in grandi aree che non sempre coincidono con il quartiere. La sperimentazione prevede in media «una pattuglia ogni 10 mila abitanti» nei centri più grandi e di «1 ogni 25 mila in quelli più piccoli». [11] Claudio Giardullo, segretario del sindacato di polizia Silp-Cgil: «Il poliziotto di quartiere è la risposta giusta per migliorare l’efficacia del controllo del territorio e per rispondere al sentimento di insicurezza dei cittadini [...] La sicurezza è una questione nazionale che va applicata localmente e trattata guardando al territorio. Un sistema integrato di vasi comunicanti e non di mondi separati. Il nuovo bobby, che non solo ”occupa” ma ”conosce” il territorio, è la sintesi dell’agente statale ma locale».
• I tre terreni che Bossi ha scelto «sono i più delicati per la nostra convivenza: nulla conta più della garanzia di essere curati e di poter avere un’istruzione di base, tutti i sondaggi dimostrano quanto sia acuta la domanda di sicurezza. Ma cosa succederà domani se il progetto di Bossi verrà approvato? A Milano, a Roma, a Palermo i cittadini staranno meglio o peggio? In un bello studio appena pubblicato Luciano Vandelli, ordinario di diritto amministrativo a Bologna, scrive che il testo bossiano è tanto succinto quanto denso di enigmi: potrebbe contenere tutto e il contrario di tutto. E il relativo dossier dell’ufficio studi del Senato, pur tra mille cautele, non sembra discostarsi da questa valutazione» (Anselmi).
• Il federalismo non è a costo zero,«tanto meno un federalismo così radicale» (Anselmi). [5] Una simulazione recentemente pubblicata dalla Confindustria «calcola in oltre 41,2 miliardi di euro le ”necessità finanziarie aggiuntive” per le sole Regioni a statuto ordinario sulla base dei conti pubblici del 2001. Se queste stime sono attendibili, lo Stato dovrebbe trasferire 1.198 euro in più per ogni cittadino del Lazio, 1.000 euro per ogni campano, 1.014 per ogni calabrese e ”appena” 660 per ogni lombardo» (Sergio Rizzo).
• Difficile dire di quanto i costi potrebbero salire. «Un Paese come la Svezia, che decentra in periferia il 30 per cento delle entrate complessive della pubblica amministrazione, ha una pressione fiscale superiore al 50 per cento del Prodotto interno lordo. L’Olanda, Paese ”socialmente” paragonabile, decentra invece appena il 5 per cento delle entrate e ha una pressione fiscale del 40 per cento circa. Fra questi due estremi c’è l’Italia, che assegna agli enti locali l’8 per cento delle entrate e ha una pressione fiscale intorno al 43 per cento: se la quota di risorse destinata alla periferia dovesse salire a livelli svedesi la pressione del fisco dovrebbe allora teoricamente salire al 53-54 per cento» (Rizzo).
• La devolution non costerà nulla. Marcello Pacini, ex direttore della Fondazione Agnelli, ora deputato e ”uomo delle riforme” di Forza Italia: «Ciò che ora paga lo Stato lo dovrebbero pagare le Regioni senza farlo pagare ai contribuenti [...] Si tratta di far dimagrire i ministeri e passare alle Regioni molte intelligenze amministrative. Il ministero della Salute è un caso classico. Se tutto passerà alle Regioni forse al posto del ministero sarà sufficiente un’Agenzia».
• Lo Stato centralista e burocratico, un obbrobrio di inefficienze, di lentezze e spesso di malaffare. «La gestione delle Regioni non è stata - mediamente - migliore; spesso è stata decisamente peggiore. Per di più con duplicazioni, conflittualità e costi esorbitanti. Un decentramento era dunque indispensabile, un federalismo sulla base dei Comuni avrebbe avuto un fondamento e un radicamento potente nella realtà storica italiana. Il federalismo della devoluzione bossiana non è invece che la riesumazione della politica secessionista imposta da Bossi a Berlusconi quale prezzo per far confluire la Lega nel polo di centrodestra» (Eugenio Scalfari).
• Il federalismo è un fenomeno europeo «provocato dal declino dell’autorità morale e della effettiva sovranità dei vecchi Stati centrali. Se il Parlamento di Westminster rinuncia al monopolio del potere legislativo e ne cede buona parte a Edimburgo, Cardiff e Belfast, può l’Italia ignorare questa tendenza? [...] Vi riuscirebbe forse se l’esperienza regionalista degli anni ’70 avesse dato risultati migliori e se la crisi dello Stato negli anni ’90 non avesse convinto tutti i partiti (anche quelli più centralizzatori) che ogni battaglia di retroguardia si sarebbe conclusa con una clamorosa sconfitta. Fu allora che il federalismo divenne una scelta obbligata» (Sergio Romano).
• La devolution alla Bossi presenta almeno tre rischi. «1) una rivoluzione costosa. Il passaggio alle Regioni degli impiegati statali non ne ridurrà il numero. Alla fine del percorso l’Italia scoprirà di avere più pubblici dipendenti di quanti non ne abbia ora. Non basta. Se le Regioni a statuto speciale pagheranno i loro dipendenti meglio di altre, converrà ricordare ciò che già accade in Veneto, dove gli insegnanti fuggono verso il Trentino per incassare gli stipendi più generosi della provincia autonoma. Tutte le retribuzioni tenderanno ad assestarsi sui livelli più alti. In altre condizioni ne saremmo felici. Oggi dobbiamo chiederci se il patto di stabilità ce lo permetta. 2) Le Regioni dovranno fornire servizi nuovi e lo faranno spesso con personale raccogliticcio, privo di formazione e scelto con criteri clientelari. Paradossalmente l’Italia federalista sarà amministrata peggio, almeno in una prima fase, di quella centralizzata. 3) Se il federalismo fiscale verrà applicato con rigore, alcune Regioni saranno più povere, meno efficienti e ancora meno capaci di fornire i beni (sicurezza, sanità, educazione) che la devolution trasferisce nelle loro mani» (Romano).