Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 11 novembre 2002
Il XVI Congresso del partito comunista cinese (più di 2
• Il XVI Congresso del partito comunista cinese (più di 2.100 delegati a rappresentare 66 milioni di iscritti) è iniziato venerdì e si concluderà questa settimana con l’uscita di scena del presidente Jiang Zemin. Durante il suo svolgimento, ogni casa di città deve esporre la bandiera rossa. Alle squadre sportive è stato raccomandato di limitare falli e scorrettezze.
• Jiang Zemin, capo del partito, dello Stato e dell’esercito va in pensione. «La regola è che a settant’anni ci si ritiri. Lui ne ha sei di troppo ma non se ne andrà del tutto. Lui è un uguale più uguale degli altri. Avrebbe già piazzato sei uomini nei posti chiave, in particolare nel Comitato permanente dell’ufficio politico (composto di sette membri), che gli dovrebbero garantire una posizione simile a quella riservata a Deng Xiaoping, fino alla morte. Vale a dire quella del vero leader, che non ha bisogno di incarichi ufficiali per contare» (Bernardo Valli).
• Nuovo leader, è pressoché certo, Hu Jintao. «Sta per compiere sessant’anni, ed è un ingegnere come Jiang Zemin. Un ingegnere idraulico. A designarlo come massimo esemplare della ”quarta generazione” (dopo quelle di Mao, di Deng e di Jiang), e quindi come il successore di Jiang Zemin, sarebbe stato lo stesso Deng Xiaoping. Non è quindi un uomo poi tanto nuovo» (Valli). [2] «Ha fama di essere amletico, imperscrutabile, incorruttibile, ed è padrone della grande arte cinese della politica, capace di aspettare il suo momento senza fare errori, limitando i suoi movimenti al minimo. Questi dieci anni sono stati per lui un lunghissimo esame: avrebbe potuto fare molti passi falsi che lo avrebbero allontanato dal potere. Invece questo periodo lo ha rafforzato e oggi è a un passo dal vertice» (Francesco Sisci).
• Per i partiti comunisti le successioni sono spinose e destabilizzanti. «In particolar modo per quello cinese, che ha innestato il marxismo-leninismo sulla tradizione dell’assolutismo imperiale. Il primo erede scelto da Mao, Liu Shaoqi, era morto in disgrazia e in carcere; il secondo, Lin Piao, era scomparso in un misterioso incidente aereo mentre fuggiva in Mongolia per sottrarsi ad accuse di complotto. Il terzo, Hua Guofeng, aveva regnato per pochi mesi prima di essere deposto da Deng. Questi in seguito ha epurato il suo primo delfino, Hu Yaobang, e il secondo, Zhao Ziyang. Jiang Zemin, divenuto segretario generale dopo la tragedia di Tienanmen, a differenza di Hua Guofeng, è rimasto in sella per 13 anni» (Renato Ferraro).
• La carica di premier tocca al numero tre del Comitato permanente, «il vertice del Politburo, e in questa posizione dovrebbe emergere il 59enne Wen Jabao, oggi vicepremier e seguace dell’attuale capo del governo, il coraggioso riformista Zhu Rongji. [...] Zeng Qinghong, il Machiavelli di Pechino, braccio destro di Jiang Zemin, otterrebbe un incarico nell’ufficio che organizza l’attività del vertice e nel quale i seguaci di Jiang avranno la maggioranza. ”Di fatto il presidente Jiang consolida il potere mentre si ritira dietro le quinte. Lascia le responsabilità e conserva l’autorità secondo uno schema classico della nostra cultura politica, per la quale l’influenza è personale, non istituzionale”, commenta, con richiesta di anonimato, uno studioso cinese. Deng Xiaoping, al culmine della carriera, aveva una sola carica: presidente onorario del circolo del bridge» (Ferraro).
• Le nomine dei nuovi leader saranno almeno in parte una sorpresa per il miliardo e 300 milioni di sudditi. Gli stessi membri del Comitato Centrale solo martedì sono stati informati dell’organigramma che dovranno eleggere. [4] «In realtà l’elezione ha tutte le caratteristiche di un’elezione eccetto una, la libertà di scelta. Le uniche elezioni cinesi in cui i candidati sono scelti dai votanti sono quelle per i comitati non governativi dei villaggi. Tutti gli altri livelli elettorali, da quelli cittadini a quelli nazionali, hanno in comune una cosa: i candidati e il numero delle cariche disponibili sono scelti dai leader del Pcc. In Cina ci sono due tipi di elezioni: nel primo, ”equal-quota”, i leader presentano tre candidati, lasciando agli elettori il compito di eleggere tra i tre candidati tre rappresentanti. Non sto scherzando, è proprio così: questa è la regola più sacra della politica cinese, ed è considerata interamente legittima. [...] A causa dei crescenti sentimenti democratici, il XIII Congresso fu il primo ad usare elezioni ”differential-quota” per il Comitato Centrale, cioè i candidati erano sempre scelti dai leader ma erano più numerosi dei posti disponibili. Anche questo sistema non era propriamente democratico, ma almeno permetteva di eliminare i più impopolari. Infatti Deng Liqun, un esponente della vecchia guardia di ultrasinistra, perse il posto. E fu deciso di tornare al vecchio sistema» (Bao Tong, ex collaboratore di Zhao Ziyang, il segretario comunista epurato nel 1989). [5] Basti il caso di Hu Jintao: «In un esempio estremo del principio ”un uomo un voto”, il nuovo leader del Paese più popoloso del mondo è stato scelto dal voto di un uomo, per giunta morto» (’The Economist”).
• Tra i principali capitoli all’ordine del giorno, l’ammissione ufficiale dei capitalisti nel partito. «Non è poco anche se almeno centomila imprenditori privati sono già iscritti al Pcc. Il fatto importante è che la loro presenza risulti nello statuto del partito. Ed è quel che Jiang Zemin si propone di fare, prima di ritirarsi tra le quinte, con la teoria delle ”Tre rappresentatività”. Secondo la quale, nel partito devono essere presenti tutte le forze che contribuiscono al progresso. Quale sia il contributo degli imprenditori privati è nelle cifre. Fino a cinque anni fa l’80 per cento del reddito dello Stato proveniva dai profitti di poco più di cinquecento grandi aziende pubbliche. Oggi viene interamente dalle entrate fiscali: e le tasse più gravose sono pagate dalle imprese private, poiché quelle pubbliche sono spesso deficitarie» (Valli).
• Il vecchio Pcc era un partito di operai e contadini. «Peccato che questi siano soltanto una frazione minima dei delegati: il 91,3 per cento di loro ha almeno una laurea, il 63,2 per cento ha meno di 55 anni. Quasi tutti, tranne il 2,5 per cento, sono entrati nel partito dopo la presa del potere nel 1949, il 37 per cento è entrato nel partito appena dopo l’inizio delle riforme nel 1980. La dirigenza vuole dire con questi numeri che il partito è cambiato, ha pochissimo a che fare con i rivoluzionari di professione che vinsero la guerra civile contro i nazionalisti ma persero la battaglia per modernizzare la Cina» (Sisci).
• Il settore privato produce il 33 per cento del pil cinese. Il settore statale contribuisce per il 37, il resto arriva da società miste. In Cina, si dice, «la gente ha paura di diventare famosa come i maiali hanno paura di diventar grassi». Jiang Xipei, presidente dello Jiangsu Fareast Group (produce cavi elettrici in concorrenza con molte imprese statali) si ispira a Jack Welch e sogna di diventare un giorno ”più famoso di Bill Gates”: «Quello che faccio lo faccio per il popolo. Finché il popolo sarà contento, e finché il governo sarà contento, non avrò niente di cui preoccuparmi». La sua società fattura 241 milioni di euro l’anno, generando il 70 per cento della ricchezza ed il 60 per cento delle tasse della sua città, nella provincia di Jiangsu. Per stare tranquillo, ha donato 13 milioni di yuan (più di un milione e mezzo di euro) per costruire strade, ponti, ospizi.
Nel 2000 l’82 per cento delle aziende private non aveva tra i suoi impiegati neanche un iscritto al partito.
• capitalisti sono nel Pcc da molto tempo. Un quarto dei 100 uomini più ricchi del Paese (classifica ”Forbes”) è già iscritto al Partito.
Liu Ximing, proprietario di un’azienda informatica: «I primi ad arricchirsi e diventare imprenditori sono stati proprio i membri del partito. La riforma degli statuti e delle definizioni serve in primo luogo a legittimare lo stato di fatto. Tesserarsi comporta vantaggi e pericoli. Io vorrei che tutti potessero competere sul mercato a pari condizioni, senza mafie [...] Attendo di capire se il partito, che ora si trasformerà da avanguardia del proletariato in avanguardia degli imprenditori, intende promuovere misure concrete a vantaggio delle società private. A noi sono preclusi finanziamenti bancari e quotazioni in Borsa, mentre montagne di denaro vengono gettate nel pozzo senza fondo delle industrie pubbliche».
Un venture capitalist pechinese: «Per farcela in Cina devi avere la benedizione del partito. Puoi chiamarla corporazione, mafia, racket ecc. Ma sono loro che mandano avanti lo show».
• La Cina conosce un successo economico senza precedenti. Nel suo discorso di venerdì Jiang Zemin ha detto che entro il 2020 il pil del Paese dovrà quadruplicarsi garantendo ai cinesi gli standard di vita di un’economia sviluppata di media grandezza (nel XV congresso, cinque anni fa, l’obiettivo era il raddoppio del pil 2000 entro il 2010). La crescita cinese viene in genere paragonato a quella dell’India, il suo unico rivale al mondo quanto a popolazione. Una ricerca di McKinsey spiega che Pechino ha realizzato un modello economico nettamente superiore a quello indiano non solo, come pensano i più, per i massicci investimenti statali e per un sistema poco redditizio basato sull’esportazione di beni di cattiva qualità venduti a poco prezzo: la ragione del successo del made in China starebbe nella rapida crescita della produttività e nella forte domanda interna. E i prezzi più bassi non sarebbero dovuti a un minor costo del lavoro (tra India e Cina non ci sono grandi differenze) ma a tasse e costo del capitale più bassi, mentre in alcuni settori i cinesi sono tre volte più produttivi degli indiani. Per capire: le merci cinesi raggiungono gli Stati Uniti in un mese, quelle indiane in due.
• Il pil cinese cresce a velocità tripla rispetto a quello indiano. Negli ultimi venti anni la Cina ha attirato investimenti stranieri per 335 miliardi di euro, l’India si è fermata a 18. Negli anni Novanta il settore manifatturiero cinese è cresciuto del 12 per cento, quello indiano della metà. E’ vero che Pechino garantisce alle sue imprese prestiti statali che molto spesso non vengono rimborsati, ma il successo cinese deriva soprattutto dalle multinazionali che hanno scelto come base la Cina: la Nike vi produce il 40 per cento delle scarpe vendute in tutto il mondo.
• ”Cooked Books”, libri truccati, è il titolo di copertina del numero di ”Newsweek” del primo aprile. Tesi: la Cina falsifica i suoi dati economici. Nel 1997 Pechino calcolò che, per creare abbastanza posti di lavoro, il suo pil avrebbe dovuto crescere almeno del 7 per cento l’anno. Da allora l’obiettivo non è mai stato mancato, ma secondo ”Newsweek” la crescità è in realtà molto inferiore, tra il 3 e il 4 per cento (più 3 che 4). Wang Xiaolu, dell’Istituto Nazionale Cinese per le Ricerche Economiche, ammette che poiché le autorità locali sono costrette a realizzare difficili obiettivi di crescita, hanno visto come unica salvezza la contraffazione dei dati. CLSA, un broker di Hong Kong, nello scorso gennaio ha fatto sapere che i dati che mostrano una crescita del pil cinese annuo superiore al 7,3 per cento annuo «non valgono la carta su cui sono scritti». Prove? Nei dati diffusi a marzo dal parlamento tutte le province tranne una, lo Yunnan, crescevano ad un tasso maggiore di quello nazionale (i governanti locali si son fatti prendere la mano). Thomas Rawski, dell’Università di Pittsburgh, ha calcolato i tassi di crescita del pil cinese basandosi su consumi energetici, produzione agricola, produzione industriale ecc. Conclusione: è addirittura diminuito del 2,2 per cento nel 1998 e del 2,5 nel 1999.
• L’esplosione del debito pubblico. Dai Xianglong, il governatore della banca centrale cinese, ha confessato in parlamento che il rapporto debito/pil era nel 2001 ben superiore al 16 per cento ufficiale, e che secondo lui si aggirava sul 60 per cento. Secondo Rawski una stima del 125 per cento è più plausibile.
Le maggiori preoccupazioni derivano dai prestiti concessi dallo Stato alle imprese pubbliche: si calcola che quelli non restituiti equivalgano al 37 per cento del pil. Gli ottimisti assicurano che in caso di bisogno il governo cinese potrebbe salvarsi con le privatizzazioni (basti pensare a tutta la terra che potrebbe essere messa in vendita).
• Il tasso di disoccupazione ufficiale è del 3,6 per cento. Gli xiagang, quelli che non compaiono nelle statistiche perché avrebbero rifiutato lavori con salari troppo bassi, sono circa 10 milioni. Non vengono calcolati neanche i contadini che lasciano le campagne per cercare lavoro in città (150 milioni di persone «almeno stagionalmente disoccupate»). Hu Angang, dell’Accademia cinese delle scienze, conclude che il tasso di disoccupazione vero, calcolato usando gli standard internazionali, è del 7,6 per cento nelle campagne e dell’8,5 per cento in città.
• Per il governo le proteste operaie sono un problema serio. «Non può permettersi di trascinare all’infinito i sussidi per disoccupati demotivati, che spesso non hanno più di 40 anni. E la sequela di chiusure e licenziamenti non potrà che peggiorare, ora che la Cina è entrata nella Wto».
• La Cina del 2002 è una gigantesca Spa, il partito comunista ne è il consiglio d’amministrazione. «Ai tempi di Mao, il partito credeva di dover controllare il 100 per cento delle azioni. Jiang e i suoi luogotenenti hanno capito una cosa che i capitalisti sanno da anni: anche controllando meno del 50 per cento delle azioni, se si è il primo azionista e si hanno le azioni giuste – mass media, servizi di sicurezza, e il diritto di tassare le aziende più ricche – si può controllare la Cina» (John Pomfret).