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 2002  ottobre 28 Lunedì calendario

L’irruzione del commando ceceno nel teatro Dubrovka di Mosca, conclusasi sabato mattina con l’intervento delle forze speciali russe, «è un nuovo, orribile episodio dell’ormai lunga guerra che contrappone la Russia alla sua ”provincia” caucasica? Oppure è un’altra tappa dell’escalation del terrorismo globale, che sfrutta situazioni ”locali” per seminare panico e morte nel mondo detto occidentale, o che ad esso è in qualche misura assimilabile? In un caso o nell’altro, l’analisi non può che essere drammatica» (Aldo Rizzo)

• L’irruzione del commando ceceno nel teatro Dubrovka di Mosca, conclusasi sabato mattina con l’intervento delle forze speciali russe, «è un nuovo, orribile episodio dell’ormai lunga guerra che contrappone la Russia alla sua ”provincia” caucasica? Oppure è un’altra tappa dell’escalation del terrorismo globale, che sfrutta situazioni ”locali” per seminare panico e morte nel mondo detto occidentale, o che ad esso è in qualche misura assimilabile? In un caso o nell’altro, l’analisi non può che essere drammatica» (Aldo Rizzo).
• Gli ultimi rapporti dell’intelligence americana «hanno indicato il territorio ceceno e la regione georgiana di Pankisi come uno dei rifugi dei miliziani scappati dall’Afghanistan. Soldati perduti della nebulosa estremista definita, spesso con una certa approssimazione, ”la rete di al-Qaida”. Pochi giorni fa, le autorità georgiane hanno consegnato agli americani una quindicina di combattenti mediorientali catturati durante un rastrellamento nel Pankisi. [...] All’indomani dell’offensiva statunitense in Afghanistan, un nucleo di oltre un centinaio di miliziani è riuscito a raggiungere la Georgia dove si è saldato con alcune migliaia di separatisti ceceni. [....] Il legame ceceno è poi emerso nelle indagini sulla presenza di cellule sponsorizzate da al-Qaida in Asia. Hambali, la presunta mente della strage di Bali, era in contatto con i separatisti» (Guido Olimpio).
• La ”vecchia” lotta dei ceceni s’innesta con qualcos’altro nel 1999, con la seconda guerra post-sovietica, la guerra di Vladimir Putin: «Quel qualcosa che, in mancanza di parole più precise, chiamiamo estremismo islamico. Compaiono comandanti stranieri (il giordano Khattab), vecchi miliziani issano nuove bandiere (Basaev, un ingegnere elettronico, scopre la vocazione al wahabismo), si stempera tra i combattenti l’identità etnica. Anche i simboli pesano: le vedove vestite di nero e cinte d’esplosivo nel teatro di Mosca non ricordano, cupamente, immagini tanto spesso viste in Medio Oriente?» (Fulvio Scaglione).
• La migrazione degli estremisti di al-Qaida verso il Caucaso risponde ad una ragione strategica: «Osama ha più volte indicato che la Cecenia è uno dei territori da difendere. E a metà degli anni ’90, con l’aiuto di finanziatori sauditi, ha provato a sfondare in questo scacchiere. Contenuto da Mosca - ha rivelato un’analisi della sicurezza francese - ha rivolto le sue attenzioni ai gruppi mediorientali in Europa. Ora i ceceni hanno riaperto il fronte» (Olimpio).
• Un’offensiva in grande stile su scala planetaria. «L’ipotesi che trova maggiori consensi tra alti funzionari che chiedono di essere garantiti dall’anonimato è che la nuova strategia di al-Qaida di attivare ogni cellula e gruppo dormiente per iniziare un’offensiva in grande stile su scala planetaria abbia portato all’attacco, dopo la Jamaa Islamiya indonesiana e il gruppo di Abu Sayyaf filippino, anche l’organizzazione cecena fondata dal comandante Basaev».
• Quando la guardia è alta negli Usa e in Europa, si colpisce alla periferia: «Sparando nel mucchio, come nella discoteca di Bali. O dimostrando che anche le rotte del mare sono insicure mediante gli attacchi avvenuti nello Yemen e nel Mar Rosso a navi occidentali. O contro turisti come avvenne alla sinagoga dell’isola di Gerba. L’obiettivo nodale è mantenere la tensione. Far capire che la periferia è insicura e che questa ombra di insicurezza si prolunga sulle metropoli, non solo sulla Casa Bianca. In questo senso colpire a Mosca, indebolire Putin ma anche far vedere che una delle più forti polizie segrete, l’Fsb erede del Kgb, è di fatto impotente, serve a dimostrare che se bin Laden è silente, se al-Qaida non può ripetere l’11 settembre americano, questo non vuol dire che la rete terroristica internazionale è inerme» (Roberto Livi).
• Osama, se è ancora vivo, sembra essere il presidente di una Confederazione «senza territorio in cui ogni socio persegue i propri obiettivi. Colpito con il duro martello della potenza militare degli Stati Uniti, lo sfuggente mercurio del terrorismo islamico si è frantumato in dozzine di cellule segrete che danno segni di sorprendente vitalità. S’influenzano a vicenda, parlano il linguaggio del fondamentalismo musulmano e possono all’occorrenza utilizzare le stesse risorse. Ma non hanno una organica strategia comune, non obbediscono agli ordini di un solo leader e non sono il ”nemico globale” di cui qualcuno va fantasticando. Ciascuna di esse insegue scopi nazionali e colpisce il proprio nemico: la Russia perché non intende abbandonare la Cecenia, Israele perché tratta la Palestina come una colonia, l’America perché ”occupa” il Medio Oriente, Filippine e Indonesia perché i loro governi non rispettano i rigorosi ideali politico-religiosi dell’Islam più radicale» (Sergio Romano).
• L’equazione guerriglieri ceceni uguale terroristi di al-Qaida, «tutti sottomessi al ”Principe del terrore”» Osama bin Laden, rischia di essere una manipolazione della realtà basata sulla decontestualizzazione arbitraria del conflitto ceceno, sulla liquidazione unilaterale della rivendicazione nazionalistica cecena e su un automatismo improprio tra forme di violenze sicuramente deprecabili ma che hanno origini diverse e perseguono obiettivi diversi. Putin ha formulato la medesima discutibile equazione fatta in precedenza dal premier israeliano Sharon: «Arafat è il nostro bin Laden». In realtà la similitudine tra ceceni e palestinesi è nella rispettiva lotta per l’indipendenza nazionale, una realtà che precede bin Laden e che probabilmente sopravviverà a bin Laden [...] Se il commando che ha preso in ostaggio centinaia di persone a Mosca fosse stato una diretta emanazione di bin Laden, avrebbe immediatamente provocato la strage. Bin Laden non è andato a bussare alle torri gemelle e al Pentagono» (Magdi Allam).
• L’alleanza dei veri credenti votati alla Jihad. «Vedere nell’interminabile serie d’attentati di queste settimane un’identica mano, un’unica regia, è quasi certamente un errore. È vero infatti che bin Laden è forse vivo, e al-Qaida non è certo del tutto smantellata. Ma i colpi ricevuti in Afghanistan, il taglio di gran parte dei suoi finanziamenti, non le consentono oggi di decidere e organizzare gli attacchi che si susseguono regolari in uno spazio geografico vastissimo, dal Kuwait all’Indonesia, dallo Yemen alle Filippine, dal Pakistan al cuore della Russia. Tutto fa credere che a muoversi non sia quindi una sola organizzazione, bensì una galassia di gruppi locali che con al-Qaida non hanno magari mai avuto veri legami, ma che sono impazienti di dimostrarle solidarietà, d’emularne le gesta, così da meritare l’ingresso nell’alleanza dei veri credenti votati alla Jihad» (Sandro Viola).
• C’è somiglianza evidente tra i terroristi che tengono in agitazione il mondo. «Salta agli occhi. Nei riti, nei gesti, nell’abbigliamento, nelle parole: i ceceni di Mosca [...] imitano il rigorismo afgano e la vocazione al martirio palestinese. [...] Le ragazze coperte di veli neri, il giovane davanti al Corano e la promessa corale di uccidere e morire nel nome di Allah. Il comun denominatore da Bali a Gerusalemme, da Manhattan a Mosca, e, in sostanza, in tutti i luoghi dove i kamikaze hanno compiuto le loro macabre imprese, era ed è quello religioso. come se il brevetto del terrorismo suicida, forse inventato, nella versione moderna, dai padri degli Hezbollah (matti di Dio) libanesi, si fosse diffuso in vari continenti, come capita ai prodotti risultati efficaci e ben publicizzati, in un mondo che favorisce la libera circolazione delle merci» (Bernardo Valli).
• Sotto l’esibito stampo musulmano si nascondono realtà assai diverse, «da analizzare volta per volta, puntualmente, per non precipitare nell’ossessione psicotica che spinge già molti a vedere un’unica potente, occulta mano capace di compiere stragi in tutti gli angoli del mondo. Una mano che spunta dal miliardo e più di musulmani che popolano la Terra. Il marchio islamico, usato e denunciato con tanta disinvoltura, è chiaramente abusivo. La stragrande maggioranza delle massime autorità musulmane ha condannato solennemente il terrorismo. Il made in Islam serve a innumerevoli contraffazioni, come una firma prestigiosa, come uno slogan efficace per evidenziare e denunciare realtà ritenute ingiuste, ma del tutto estranee alle questioni teologiche, o genericamente trascendentali» (Valli).
• Una guerra dalla quale l’Occidente non può più defilarsi. «In ognuno dei due casi - al-Qaida che tira le fila di tutti gli attentati, oppure gruppi momentaneamente sciolti - ci stanno davanti tempi difficili. La permeabilità delle nostre difese di fronte all’azione terroristica diviene infatti sempre più evidente. L’Fbi, la Cia e i sistemi di controllo negli aeroporti americani non riuscirono ad evitare la catastrofe dell’11 settembre, i servizi di sicurezza russi non hanno fermato la banda dei kamikaze ceceni, la cadenza degli attacchi si fa sempre più rapida. Né sembra che serva a molto, dopo ogni attentato, rafforzare le difese, visto che gli attentatori continuano ad attraversarle e deriderle. la prova di quanto sia vasta e temeraria - anche se informe, anche se priva d’un unico cervello - la schiera terroristica: di come siano febbricitanti, impazienti di colpire l’America e i suoi alleati, larghi settori del mondo islamico. E insieme è la conferma, se mai ce ne fosse stato bisogno, che almeno su un punto la leadership americana ha ragione: quando parla d’una guerra dalla quale l’Occidente non può più defilarsi» (Viola).
• Dall’equilibrio del terrore allo squilibrio del terrore. «Russia e Stati Uniti, le due superpotenze che per quasi mezzo secolo si erano tenute reciprocamente in scacco con l’equilibrio del terrore, basato sulla simmetria pressoché millimetrica dei rispettivi arsenali, si ritrovano dopo l’11 settembre esposte entrambe alla minaccia asimmetrica di smilzi commando dotati di un’arma a suo modo assoluta: il suicidio di gruppo. [...] Dal vecchio equilibrio del terrore congelato, fondato sull’equivalenza geometrica nel rapporto di potenza tra super-Stati militarmente organizzati, diplomaticamente articolati, ben visibili sulla scena internazionale, si è passati così allo squilibrio del terrore in atto: terrore fluido, diffuso, inafferrabile, parcellizzato fra sette e comunità integraliste, organismi di guerriglia, piccoli Stati tirannici dotati di risorse e armamenti assolutamente sproporzionati alla loro modesta realtà politica e consistenza demografica» (Enzo Bettiza).
• La Russia sta costruendo un proprio ruolo nella politica mondiale post guerra fredda. «Prima dell’11 settembre, il dilemma di politica estera della Russia restava quello lasciato irrisolto da Eltsin: seguire la via di una piena integrazione con l’occidente, svolgendo un’influenza attiva per porre limiti all’unipolarismo americano; oppure ritagliarsi una dimensione di potenza regionale, isolazionista e ammantata di nostalgie del passato. Con la decisione di prendere parte alla coalizione contro il terrorismo, Putin ha scelto la prima opzione. difficile sottovalutare la portata storica di questa scelta, che è subito divenuta un aspetto centrale della sua presidenza: per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, un governante russo ha identificato gli interessi strategici del proprio paese con quelli degli Stati Uniti e dell’Europa» (Silvio Pons).
• La vicenda della risoluzione Onu sull’Iraq. «Forse per la prima volta nell’era post-sovietica, la Russia ha mantenuto il profilo di una potenza responsabile, non isolata, ed efficace nel difendere proprie posizioni. [...] L’attentato di Mosca rilancia la minaccia che la ferita cecena fa gravare sulla tenuta stessa dello Stato e delle istituzioni. E mette a nudo tutta la debolezza interna della Russia, che di certo non poteva essere liquidata in due anni da un nuovo Pietro il Grande. Putin dovrà verosimilmente fare i conti con le spinte nazionaliste che ha sinora interpretato e contenuto. Il passo verso una risposta militarizzata non è lungo. Esso avrebbe con ogni probabilità un immediato riflesso di politica estera» (Pons).
• Tanto peggio, tanto meglio. «A Putin non resterà altra uscita di sicurezza che l’alleanza stretta e convinta con l’Occidente e con l’America. E l’alleanza, comunque vadano le cose, non potrà avere altro pegno di scambio che l’Iraq di Saddam Hussein. Si direbbe che gli eredi e seguaci di bin Laden, teorici del tanto peggio tanto meglio, vogliano proprio questo» (Bettiza). [10] «Si è creata una situazione che può avvicinare le posizioni dei governi di Russia e Stati Uniti sulla questione della risoluzione Onu sull’Iraq in discussione da settimane al Palazzo di Vetro fra i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. [...] Un compromesso non era affatto da escludere prima che avvenisse il blitz ceceno. Adesso diventa anche più probabile» (Robert Kaplan). [12] «Se davvero il terrorismo islamico ha una ”mente”, questa sta lavorando contro gli interessi reali dell’Islam e dei musulmani. Impossibile che Putin non si riavvicini a Bush e alle posizioni dei ”falchi” Usa, con quanto è successo a Mosca. Inevitabile che questo renda più probabile un attacco contro l’Iraq. Disperazione, crudeltà e stupidità, ecco che cosa vediamo oggi all’opera» (Scaglione).
• La politica non può voltare le spalle alla geografia. «Nel giudicare la politica dell’America e della Russia nel prossimo futuro converrà ricordare che il territorio della prima è al di là dell’Atlantico e quello della seconda a qualche centinaio di chilometri, in linea d’aria, da Damasco, Baghdad, Teheran, Kabul, Islamabad. La politica non può voltare le spalle alla geografia» (Sergio Romano).