Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 giugno 1997
A nostro avviso, la polizia non ha in mano elementi sufficienti per tenere in carcere Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, i due dottorandi accusati dell’omicidio di Marta Russo
• A nostro avviso, la polizia non ha in mano elementi sufficienti per tenere in carcere Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, i due dottorandi accusati dell’omicidio di Marta Russo. Non c’è l’arma del delitto, non c’è il movente. I testimoni risultano incerti, lacunosi e fortemente contradditori. Il quadro d’insieme è un misto di cattiva letteratura e giornalismo da quattro soldi: i due accusati sarebbero dei teorici del Super-uomo, sprezzanti dell’umanità e delle sue leggi e dunque inclini al delitto gratuito; i docenti e il personale dell’Istituto di Filosofia del Diritto sarebbero succubi di costoro e dediti a pratiche amministrative e/o didattiche innominabili. Esami venduti, assunzioni di falsi invalidi, orge nei corridoi della facoltà di giurisprudenza? Nessuno lo ha detto con chiarezza, nessuno lo ha provato. L’assenza totale di riscontri minimamente concreti è stata mascherata dall’atteggiamento sostanzialmente colpevolista della stampa, che ha parlato senz’altro di ”omertà” a proposito dei ”silenzi” dell’Istituto di Filosofia del diritto. E’ possibile, ma di sicuro non provato: se gli assassini di Marta non stanno a Filosofia del Diritto, sarà assai difficile trovare qualcuno che racconti qualcosa.
• Il delitto. Marta Russo è stata uccisa venerdì 9 maggio, alle 11 e 42, da un proiettile ”leggero” che le è penetrato in testa e si è spezzato in tre parti. Il bossolo non è stato trovato, le perquisizioni fatte con il corpo della ragazza ancora per terra non hanno dato alcun esito apprezzabile.
• L’aula 6. Ottanta investigatori, scelti fra il personale di Squadra Mobile, Digos e Scientifica, effettuano 210 rilievi per cercare residui di polvere da sparo in 30 locali, per complessivi 180 metri quadrati. Si scattano 600 foto, si disegnano decine di planimetrie, con lo scopo di ricostruire al computer la traiettoria del proiettile. In assenza della pistola, che potrebbe far risalire a un proprietario, si cerca almeno di capire da dove è stato sparato il colpo. Quaranta persone vengono indagate per omicidio: si tratta di docenti, assistenti, dottorandi e personale aministrativo di Filosofia del diritto. Il 19 maggio le analisi della scientifica scoprono ”tracce significative” di polvere da sparo nell’aula 6 dell’Istituto di filosofia del diritto, a Giurisprudenza. La ricerca delle polveri avviene così: su un supporto metallico detto Stub si adagia un dischetto biadesivo con quale si raccoglie la polvere. In mezzo a questa polvere, una microsonda cercherà poi tracce di bario, piombo e antimonio in una concentrazione e in una percentuale significativa. Dice la polizia: questa concentrazione e questa percentuale, che denunciano la polvere da sparo, è stata trovata nell’aula 6. Non è passato troppo tempo? No, non è come il vecchio ”guanto di paraffina”, un responso attendibile si può avere anche a distanza di mesi. Il 2 giugno l’esame del ”puntamento laser” (ricostruzione virtuale dello sparo) conferma che il colpo è partito dall’aula 6.
• Maria Chiara Lipari. Se il colpo è partito dall’aula 6, si tratta di stabilire chi si trovava nell’aula 6 alle 11 e 42 del 9 maggio. Lo racconta la dottoranda Maria Chiara Lipari, figlia dell’ex senatore dc Nicola Lipari. Costei è stata ascoltata una prima volta nei giorni successivi al delitto e non ha detto nulla di significativo. Partita poi per un seminario di studi, è stata interrogata di nuovo il 22 maggio, dopo essere tornata. Ha detto questo: «Ho aperto la porta dell’aula 6 e dentro ho visto la segretaria Gabriella Alletto e l’usciere Liparota come colti di sorpresa... mi sono parsi stupiti, emozionati, scioccati... Ho visto anche una terza persona, probabilmente un mio collega... ci ho pensato bene e credo di poter dire si trattasse del Ferraro, il quale è uscito salutandomi».
• Il professor Romano. Come mai la dottoranda Lipari ci ha messo così tanto a descrivere l’aula 6? Secondo gli inquirenti perché il professor Bruno Romano, titolare della cattedrale di Filosofia del diritto, ha esercitato pressioni su di lei per indurla «a non rovinare il buon nome dell’istituto». Questa e altre frasi che la polizia definisce compromettenti sono state intercettate. Il professor Romano, infatti, il 12 giugno è posto agli arresti domiciliari.
• Alletto. Poiché la Lipari ha detto che nella stanza c’erano la segretaria Alletto, l’usciere Liparota e il dottorando Ferraro, si tratterà ora di interrogare questi tre. La segretaria Alletto conferma la versione della Lipari e dice poi ai giornalisti: «li ho visti io, è stata una cosa orribile, così brutta che non ci credevo. Non so perché ha sparato. stato un pazzo. Di quel momento ricordo solo un flash tremendo. La mia mente poi ha cancellato tutto, per giorni la verità l’ho tenuta nell’angolo più recondito del cuore». «Sono stati bravi gli investigatori, che nei loro interrogatori lunghissimi, estenuanti, infiniti, di giorno e di notte, mi hanno aiutato pezzettino dopo pezzettino a ricostruire il mosaico. Alla fine quando tutto era chiaro ho sentito che bisognava prendersi le proprie responsabilità». Testimonianza di un poliziotto a proposito degli interrogatori della Alletto: «La Alletto non la racconta giusta, si vede che è spaventata. Una notte l’andiamo a prendere alle 2 e ce la teniamo per 12 ore secche, fino alle 14. Le proviamo tutte, ma proprio tutte: ”Signora, ma perché si vuole rovinare?”, ”Signora, ci pensa a quella ragazza che è morta?”, signora qui, signora là ma quella è muta. Finché arriviamo al sabato sera (14 giugno) e la Alletto, finalmente, crolla». E l’usciere Liparota? « Liparota tiene duro almeno fino al momento di andare in carcere».
• Scenario descritto dalla segretaria dopo essere crollata. Alle 11 e 42 del 9 maggio, entrata nell’aula 6, vede Ferraro e Liparota e, vicino alla finestra di destra, Scattone. Costui ha in mano una pistola: scansa la tenda, si infila dietro il condizionatore d’aria, spara. «Ho udito un colpo sordo». Subito dopo Scattone si china, raccoglie da terra qualcosa, infila la pistola nella borsa di Ferraro, esce salutando la Lipari che in quel momento entra nella stanza. Subito dopo esce anche Ferraro.
• Stava di spalle. Signora, ma lei ha visto sparare?
’Stavo di spalle, dentro l’aula 6. E ’ stato tutto troppo veloce...”
Che cosa vuol dire?
’Ero girata verso i libri, verso gli scaffali... Avevo chiesto qualche cosa a Liparota”.
E che cosa è successo?
’Ho sentito un colpo”.
Era il colpo di pistola?
’Penso di si”.
Chi c’era in quel momento alla finestra?
’Scattone”.
E Francesco Liparota dov’era?
’Vicino a me”.
Ma stava con i due assistenti?
’No, era lì per conto suo”.
Chi ha premuto il grilletto aveva un obiettivo? Mirava a un bersaglio?
’Non lo so. Suppongo sia stato uno sparo occasionale” (intervista della Alletto al ”’Corriere della Sera”, 16/6/97).
• Ha visto il grilletto. Signora, lei ha visto l’assassino sparare?
«Si, certo... ho visto chi ha tirato il grilletto».
Cosa ricorda di quella mattina?
«E’ una scena terribile...»
Coraggio, signora...
«Vidi tre persone, in quella maledetta aula numero 6».
Soltanto tre?
«Veramente, no... Ne vidi anche una quarta... entrare ed uscire...»
Signora Alletto, perché ha taciuto così a lungo?
«Guardi, io ho avuto un vero e proprio blocco psicologico... mi creda... Ad un certo punto ho voluto nascondere in un punto molto segreto dentro di me, nel mio animo, quella terribile scena...»
Il professor Romano le ha mai suggerito di tacere?
«No, assolutamente no... Dal professor Romano non ho mai ricevuto alcuna pressione...» (intervista della Alletto all’”Unità”, 16/6/97).
• La signora è confusa. «La signora è confusa, stanca, disorientata. Non ricorda molti dettagli. Aspettiamo di vedere i verbali». E’ una ritrattazione? «Assolutamente no, non ho detto nulla del genere. Vogliamo solo fare mente locale davanti alle carte ma quello che la signora ha detto non sarà smentito» (Pietro Cerasaro, avvocato della segretaria Alletto, pochi giorni dopo).
• Liparota in carcere conferma tutto: ammette che nell’aula c’erano i due assistenti, conferma il racconto della segretaria ed aggiunge di non aver parlato sino a quel momento perché Ferraro e Scattone avrebbero minacciato di morte lui e la famiglia. « vero, ho visto tutto ma io non c’entro con questa storia. Sono stato zitto perché avevo paura». Verbalizza e ottiene gli arresti domiciliari. Il giorno dopo ritratta: «Il sottoscritto Liparota Francesco ritratta tutto», e firma. Piangendo dirà di non ricordare più nulla. Agli atti rimane la testimonianza della madre: ha detto agli investigatori che il figlio le avrebbe confermato la versione della segretaria Alletto.
• Giovanni Scattone, nato a Roma, 29 anni, abita in via dell’Elettronica, all’Eur. Vive con il padre, ingegnere, settanduenne. La madre è morta nove anni fa. Ha due fratelli: uno geometra a Cosenza, un altro che insegna matematica negli Stati Uniti, a Filadelfia. Servizo militare come ausiliario nei Carabinieri. Frequenta la parrocchia del quartiere e canta nel coro. Timido e riservato. Grande successo negli studi, laurea con 110 e lode e dottorato in corso a Roma. Per tre giorni la settimana è a Napoli a seguire un master di filosofia presso il prestigioso Istituto Suor Orsola Benincasa.
• Salvatore Ferraro, nato a Locri, in provincia di Reggio Calabria, 30 anni, vive a Roma in via Pavia, a due passi dall’Università. Divide la casa con la sorella Teresa, studentessa di Giurisprudenza. Tesi su Tommaso Campanella, 110 e lode. Assistente del professor Calcaterra, appassionato lettore, scrittore e sceneggiatore. Definito mite e irreprensibile.
• Alibi. Sia Scattone che Ferraro negano di essersi trovati nell’aula 6 alle 11 e 42 del 9 maggio. Scattone dice di essere arrivato all’Università intorno a mezzogiorno e mezzo. Prima sarebbe stato a Villa Mirafiori, una succursale della facoltà di filosofia, per un colloquio con il professor Eugenio Lecaldano (che è stato ascoltato dai magistrati). Salvatore Ferraro sostiene di non essersi mosso da casa: stava scrivendo un articolo e in casa con lui c’era la sorella. La polizia però non ha mai interrogato questa sorella. Ferraro ha detto di aver ricevuto cinque telefonate dalla fidanzata Marianna Marcucci. La polzia dice che le telefonate furono due: una alle 8 e 30 e un’altra alle 13 e 50. La Telecom però ha precisato che le telefonate furono tre: ce ne fu una anche alle 10.30. In ogni caso Ferraro avrebbe fatto in tempo, da casa sua, a raggiungere l’aula 6, farsi mettere la borsa nella pistola e tornare indietro.
• Domande. Perché non è mai stata sentita la sorella di Ferraro? Come mai la dottoranda Lipari afferma di aver visto tre persone nell’aula, e non quattro come dicono gli investigatori sulla base delle testimonianze della Alletto? Perché la segretaria Alletto parla dopo 37 giorni? E perché solo dopo un avviso di garanzia per favoreggiamento che le fa superare il blocco psicologico? Perché, se Scattone avrebbe sparato sporgendo la mano fuori dalla finestra, il bossolo sarebbe poi finito dentro la stanza (da cui la necessità di chinarsi a raccoglierlo)?
• L’arma. La segretaria Alletto parla di una pistola nera con canna lunga. Gli inquirenti si dicono certi che fosse una calibro 22 da tiro. un tipo di pistola di cui esistono due esemplari: la ”22 standard-50 metri”: si inserisce un proiettile da una fessura laterale ed il bossolo resta all’interno; la ”22 standard-25 metri”: stesso modo di caricarla, ma il bossolo viene espulso. Entrambe producono uno scoppio simile a quello di un petardo: la Alletto parla invece di un ”tonfo sordo”. L’uso di una pistola tradizionale è escluso: in quelle a tamburo il bossolo sarebbe rimasto nell’alloggiamento, un’automatica avrebbe provocato un gran botto. Inoltre il proiettile usato è di tipo ”long rifle” (e ”senza camicia”, cioé non blindato di acciaio ma di semplice piombo: per questo motivo si è frammentato entrando nel cranio di Marta): molto difficilmente si sarebbe adattato alle pistole tradizionali.
• Favoreggiamento. Tutti coloro che non hanno confermato le accuse della Alletto sono stati accusati di favoreggiamento.
Incidente probatorio. Il 20 giugno il pm Carlo Lasperanza e il procuratore Italo Ormanni hanno presentato al Gip Guglielmo Montoni la richiesta di incidente probatorio. Si tratta di un metodo per trasformare in una prova certa ed inoppugnabile il risultato di un accertamento tecnico che in seguito non può più essere ripetuto. In questo caso riguarderà la prova dello Stub sugli indumenti sequestrati in casa di Scattone. La polizia pensa che se verranno trovate tracce di antimonio, piombo e bario, la tesi dell’accusa ne uscirà rafforzata. Viceversa l’esito negativo del test si trasformerebbe in un buon vantaggio per la difesa.