Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 28 aprile 1997
Amava tutto di Milano
• Amava tutto di Milano. Gianni Brera. Tutto tranne la Galleria. Nel 1987 la descriveva così: «Una mezza calzettata dei Savoia che sembra un Foro Boario». Proprio dieci anni fa, uno dei più autorevoli settimanali del mondo, ”Time”, dedicava la sua prima (e unica) copertina a Milano. E qual era la foto in copertina? La «calzettata dei Savoia», naturalmente. Il titolo era semplicemente: «Milano!». Benvenuti nella «hardworking» Milan, benvenuti a «Yuppieville»: in un’inchiesta di sette pagine ”Time” dava la parola a ventinove abitanti della «città italiana che va di fretta». Quarantanove righe (ma niente interviste) erano per Silvio Berlusconi, definito «il campione emergente della tv pan-europea che ha guadagnato i primi soldi da teen-ager facendo il fotografo a matrimoni e funerali». Giorgio Armani diceva: «Per me trasferirmi a Roma sarebbe un suicidio».
• Milano 1997: Yuppieville è diventata per gli americani «Bribeville» e nel frattempo nella «città delle tangenti» qualcuno si è pure suicidato. Una settimana fa ”Time” ha dedicato un’altra cover story all’Italia. In copertina, la fontana di Trevi. Dentro, quaranta pagine in cui Milano, alla vigilia delle elezioni, praticamente non c’è. Si parla di Roma, della Sicilia, del Nord-Est. E Milano? «Milano è un ossobuco. Più buco che osso», sorride Gualtiero Marchesi, milanese, maestro di cucina.
• Altro che Milano punto esclamativo. Chi osa dire oggi che lasciare Milano sarebbe un suicidio? Giorgio Armani adesso racconta a ”Sette” «di subire il fascino ammaliatore di Roma perché non ho più un approccio calvinista con la vita».
• Carlo Rossella, oggi direttore della ”Stampa” e all’epoca a ”Panorama”, diceva a ”Time”: «Milano è come una New York abitata da calvinisti. Roma è come il Cairo senza musulmani». Oggi dice: «Non mi ero sbagliato del tutto. A Milano qualche calvinista capace di riportare un po’ di moralità c’è pur stato. Roma non assomiglia più al Cairo, ma ad Atene. Quella di oggi, s’intende. Certo è che la Milano di oggi è noiosa: pare la brutta addormentata nel bosco. vero che dieci anni fa nel bosco giravano molti più banditi. Ma negli ultimi tempi Milano si è addormentata e basta. Anche in cucina: mi auguro che con l’arrivo dei torinesi che hanno comprato il Savini si torni a fare bene la costoletta e il risotto».
• Fra tre giorni si vota. Oltre alla costoletta, cosa mettere nell’agenda di Milano 1997 a presente memoria del futuro sindaco? ”Sette” lo ha chiesto ad alcuni milanesi. Dal primo all’ultimo.
La prima cittadina. Abà Teresa, 73 anni, vedova, ex operaia, 73 anni, vive al Giambellino: è la prima milanese sull’elenco del telefono: «A Milano ci vorrebbe un poliziotto di quartiere, come i bobby a Londra». Teresa è l’unica persona del nostro panel ad aver citato la parola disoccupazione. «Capisco i ragazzi rabbiosi che non trovano lavoro: se avessi la loro età e non avessi lavoro andrei giò cui bomb, in strada con le bombe».
• I due chef. Silvano Ghezzi, 40 anni, da dieci chef di cucina al Savini nella «calzettata» Galleria, 40 mila coperti all’anno, prezzo medio 120 mila lire. «Com’è cambiata Milano in questi dieci anni? Tangentopoli l’ha un po’ ridimensionata. Ma anche alleggerita. Lo si vede anche in cucina: i piatti più grassi, tipo la casoela, o la trippa, vanno un po’ meno. Adesso si preferisce una cucina leggera, tipo scampi al vapore con verdure, olio e limone. Il risotto? Quello non cambia mai, a cominciare dalla qualità del riso, carnaroli o vialone nano. Il nuovo padrone del Savini è torinese? E allora? anch’io sono trentino». Rolly, 77 anni, chef (non solo di cucina) di Pane quotidiano, benemerita cucina che offre viveri ai poveri dal 1898 (in questi giorni ha sfondato il muro dei mille ospiti al giorno): «A Milano bisogna fare come a Zurigo, dove con una macchina fotografica piazzata sul semaforo beccano chi passa col rosso. Fare come nei paesi del Nord, dove la multa è proporzionale al reddito del multato, e i pensionati pagano l’affitto in base alla pensione».
• Albertino e l’ambasciatore. «A Milano servono posti dove mangiare dopo le 11 di sera»: parola di Albertino, voce di Radio Dee-Jay. «E poi corsi d’inglese per taxisti, qualche travestito in meno e qualche puttana vera in più, prezzo politico per i panzerotti da Luini, piste per i pattini e muri per graffiti». Sergio Romano, editorialista della ”Stampa”, ex ambasciatore a Mosca, da alcuni anni a Milano: «Primo, l’eleganza. Si è ripulita persino Glasgow, la capitale del carbone scozzese, che era la città più nera d’Europa. Milano era meno sciatta e sporca sei anni fa. Secondo, che non ci parlino più del vigile di quartiere: o lo istituiscono, o lo tolgano dalle promesse. Terzo, smetterla di rincorrere vecchie glorie: il Piccolo Teatro è in ibernazione? Prendiamone atto. E poi, che senso ha affidare al francese Jack Lang un incarico di un anno? Sembra la missione delle Nazioni Unite in Somalia. P.S.: perché l’Università Bocconi non fonda un liceo a Milano?».
• Luigi e Paolo. Luigi Tafuri, 59 anni, l’uomo che pulisce gli scaloni centrali a Palazzo di Giustizia e l’unico a beccare Di Pietro nei suoi raid festivi nel Palazzaccio, dice che Milano è bella perché tutti si fanno i cavoli loro. brutta perché c’è il traffico. Anche l’ex sindaco Paolo Pillitteri dice che «la cosa peggiore di Milano è il traffico. Il luogo più bello? Il metrò. Mi piace molto andarci, vedere la gente che corre. Ma la città è depressa. Dieci anni fa era la Milano da bere. Adesso è la Milano di certi notturni verso il ponte della Ghisolfa nel film Rocco e i suoi fratelli. Stiamo dando tutto ai torinesi: dopo l’Alfa Romeo, pure il Savini».
• Milano da pere. Pubblicità. Marco Testa, creativo: «Milano rimane una città stupenda, per lavorarci. Ma possibile che persino le gallerie d’arte moderna siano emigrate a Torino? ». Joseph Menda, anni 25, copywriter alla Young & Rubicam. «Una Milano dove a 26 anni sei già vecchio per qualsiasi lavoro. Una Milano dove una discoteca non è trendy se entri subito. Una Milano dove se saluti non ti salutano, se non saluti ti salutano tutti. Una Milano che ha i suoi alti e i suoi Bossi, insomma più che da bere, una Milano da pere»
• Moana al Piccolo Teatro. Nico Matera, di Benevento, dal 1975 patron del Teatrino, «spettacoli di striptease e arte varia» in centro, mille spettacoli all’anno, biglietto 40 mila lire. «Moscia, più moscia adesso di dieci anni fa, allora almeno c’era Moana; ai suoi spettacoli tutti stavano imbalsamati sulla sedia come se assistessero a Brecht, tanto metteva soggezione. Il Piccolo Teatro? Se lo davano a me lo mettevo in pista con dieci anni d’anticipo». A proposito di Piccolo Teatro, non è ancora finito. Carlo Camerana, il neo-presidente nonché direttore del Museo della Scienza e della Tecnica: «Ci sono da fare lavori per 5 miliardi. L’impianto telefonico, per esempio. La buca dell’orchestra. Il montacarichi che scende al terzo piano interrato e non fino al quinto».
• L’industriale di passaggio e il professore. Giorgio Fossa, presidente della Confindustria: «Primo, bisogna privatizzare. Secondo: dismissione del patrimonio immobiliare del Comune (più di 25 mila alloggi, migliaia di negozi e uffici). Tre: una nuova linea del metrò». Enrico Valdani, direttore area marketing dell’Università Bocconi: «A Reims, in Francia, assicurano in otto giorni la soluzione di qualsiasi problema burocratico per impiantare un’impresa. A Milano ci vogliono 18 mesi. Quando va bene. Il nostro progetto Bocconi Duemila, e cioè la costruzione di un grande campus internazionale, è fermo. Il terreno c’è, i 150 miliardi pure. Aspettiamo il via da 15 anni».
• Dai rampanti agli arrabbiati. Gianpaolo Fabris, sociologo, nel 1987 faceva su ”Time” l’identikit dei rampanti: «34 anni, guadagnano più di 46 mila dollari all’anno e hanno almeno due macchine». Alla cultura dell’achievement, del fare, si è sostituita quella dell’understatement, del ripiegamento. Una volta circolava la battuta: Roma è l’unica città del Medio Oriente senza un quartiere europeo. Oggi Roma risale, Milano è in letargo. Il Nord ha la faccia del piccolo industriale incazzato del Nord-Est».
• Il banchiere e il filippino. Federico Imbert, 45 anni, napoletano, direttore generale della Chase Manhattan Bank - Italia a Milano. «Primo punto, privatizzazioni subito. Per quella della Centrale del latte, per esempio, Roma è più avanti di Milano. E cosa aspettiamo a privatizzare le farmacie comunali? Una modesta proposta: perché non creare al posto di quello schifosissimo luna park delle Varesine un polo di studio e di ricerca?». Edgardo X, 27 anni, filippino. Sogna di non andare più al banco dei pegni in via Monte di Pietà. Per invitare sette madrine e sette padrini alla festa di battesimo del figlio ha impegnato due collanine d’oro.
• Una suite a San Vittore. Vincenzo Finizzola, direttore del Four Seasons, 5 stelle lusso, camere a partire da 671 mila lire. «Ci sono clienti che per evitare di spendere centomila lire di taxi alla Malpensa fanno Chicago - Londra - Linate e poi spendono 2 milioni per dormire». Luigi Pagano, direttore del carcere di San Vittore. «Al Grand Hotel, come i giornalisti di Tangentopoli chiamavano San Vittore, si sta meglio oggi di cinque anni fa. Eravamo arrivati ad avere venti persone nella stessa cella. Adesso ”solo” cinque».
• Istituzioni da preservare, secondo Emilio Fede: «Cuccia, la schisceta, i sobborghi come Cascina Gobba. Da cambiare: la zona Stazione centrale (dico sempre al mio autista di non passarci); il Milan». Greg Burke, corrispondente di ”Time”. «Da Milano ci passo sì e no tre volte all’anno».
• Milano da bare. Alcide Cerato, 58 anni, titolare delle pompe funebri San Siro. «A Milano muoiono 30 persone al giorno. Se vuoi fare una tomba a tuo padre che è morto, non puoi. Manca un piano regolatore».
• L’ultimo cittadino. Alberto Zylbersztajn, 44 anni, responsabile export di un’azienda. «A Milano, quando vogliono fare un giardino, prima tagliano gli alberi».