Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1997  marzo 03 Lunedì calendario

Viaggia in Mercedes top class, ha uno studio grande e arredato come quello di un vip, gira assegni per miliardi e miliardi

• Viaggia in Mercedes top class, ha uno studio grande e arredato come quello di un vip, gira assegni per miliardi e miliardi. Ed è un prete. Anzi: a 77 anni don Luigi Verzé si è ormai abituato a sentirsi chiamare ”prete-manager”. E proprio per questo lui, già segretario personale di don Calabria diventato poi fondatore e anima del ”San Raffaele” - ovvero un ”impero della salute” che dall’ospedale modello di Milano2 ha generato filiazioni in varie regioni d’Italia e all’estero -, ha gli atout per parlare di Chiesa e soldi; anche perché ha appena scritto (per la San Paolo) un volume intitolato Il carisma del denaro: uno slogan provocatorio... «No, nessuna provocazione. Quel titolo è nato mentre parlavo con amici ebrei e mi chiedevo perché Dio avesse dato loro il ben noto istinto verso il denaro. Ebbene, ho pensato che forse era un carisma concesso al popolo eletto per la sua stessa sopravvivenza. Non c’è polemica dunque, anzi la mia concezione dei soldi è del tutto positiva: il denaro è una stupenda invenzione di Dio per smuovere i pigri, un mezzo a vantaggio di tutti gli uomini e per compiere le opere di Dio».
• Un mezzo moralmente ”neutro”? «I mezzi per vivere sono tutti neutri, se li guardiamo dal punto di vista del raggiungimento di Dio. E a questo fine non si può neppure dire che il denaro sia indispensabile: san Francesco ne ha fatto senza. Noialtri piccoli mortali però (francescani compresi) diciamo che il denaro serve spesso a realizzare opere finalizzate a Dio e mediate attraverso la valorizzazione dell’uomo. Ecco, il denaro serve perchè l’uomo venga valorizzato nel senso del suo termine, che è Dio». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Che cosa pensa allora del pauperismo, dei suoi confratelli che praticano la nuda condivisione con i poveri nelle baraccopoli del terzo mondo? «Ci sono aspetti positivi nella condivisione: può servire ad elevare la cultura dei poveri, farli pensare, insegnare i principi primi. Ma poi l’uomo vuole avere il necessario: non si può ragionare con la pancia vuota. Ho incontrato anch’io degli eroi che scelgono di vivere con i poveri; ma non credo che l’obiettivo sia di farli rimanere poveri. Il significato dell’uomo non è essere povero, bensì migliorarsi per avere la possibilità di pensare, di acculturarsi, di elevarsi in tutti i modi: anche come corpo e come ambiente. Cioè - in sintesi - tornare a quello che Dio l’ha fatto: Signore dell’universo. La condivisione, comunque, è una scelta, e ognuno fa quella che crede. Io ho fatto la mia: incrementare le risorse per aiutare i poveri ad esserlo meno e possibilmente diventare ricchi per aiutare altri poveri». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Tuttavia anche nella Chiesa si alzano sempre più voci contro il mercato. Il Papa stesso critica sovente il sistema capitalista. «Il capitalismo è marcio, possiamo anche ammetterlo. Un certo capitalismo, però. Perché non si può fare di ogni erba un fascio, sennò ci contraddiciamo, diventiamo antistorici, anzi diventiamo anti-umani. Pure il pauperismo è un eccesso, un errore». E se invece fosse sete di Vangelo più profondo? «Lo escluderei. un modo di cercare il Vangelo che non mi convince». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Nel suo libro lei bolla il ”supposto amore alla povertà” cattolico con espressioni molto forti: ”inutili indignazioni”, ”ipocrisia di chi non sa far niente”, ”spegnersi dello spirito”, ”meteorismo spiritualistico”. «Difatti. Se avessi scelto la strada di certi pauperisti, avrei insegnato ai poveri un mestiere, per esempio. E del resto ho fatto proprio questo, nel dopoguerra a Milano con i ragazzi di strada. Che sennò sarebbero forse diventati dei viziati, qualcuno anche ladro e assassino. Perché anche questa è la sorte di chi è costretto alla povertà». (Don Verzé a Roberto Beretta).
• Però c’è l’ammonizione del Vangelo: non potete servire Dio e Mammona... «Se è per questo, nel Vangelo c’è anche Cristo che secca il fico che non dà frutto... Il pauperismo è manicheo e non si deve essere estremisti. Bisogna piuttosto gerarchizzare i valori: questo per me è cristianesimo. Non è detto infatti che si debba servire il denaro e mettersi contro Dio. Ci si deve servire del denaro, casomai, per lavorare insieme al Signore. Così come ci si serve del cibo. Dissuadere gli uomini a cercare i beni di natura in vista di quelli spirituali è andare contro natura». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Lei quanti soldi ha? «Nulla. Non ho neanche il conto in banca. Non ho lo stipendio né assicurazione sociale. Mi sento molto somigliante a san Francesco». Però ha tutto, molto più della media degli italiani. Sì, ho tutto. Tutto quello che serve per fare il mestiere che faccio. Che cosa vuol dire? Che sopra tutto per me c’è un principio di fede: cercate il Regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in più. Badi bene: non solo come mezzo, ma in sovrappiù. Voialtri buoni cattolici dovete cominciare a mettervi in testa la gerarchia dei valori: prima di tutto c’è l’uomo. E l’uomo non si può pensare povero, non si può. Bisogna pensarlo libero dal bisogno». Però lei abita in una bella casa, gira con una macchina di lusso. «Sì, perché non potrei fare quello che faccio se - per esempio - non fossi abituato a viaggiare in aereo, e possibilmente privato perché non ho tempo da perdere a far le code» (Don Verzé a Roberto Beretta).
• Ma questo non significa mettersi un gradino sopra gli altri? «Può essere. Ma l’altro giorno sono stato a Cracovia con un aereo privato, perchè non c’erano voli di linea, e là ho fondato un altro San Raffaele che sarà un faro di salute per tutto l’Est. Dunque ho buttato via i soldi? Eppure grazie a quell’aereo ho potuto fare il giorno prima e quello dopo altrettante cose importanti e buone qui a Milano». Lei ha fatto un’opera indiscutibilmente grande usando i soldi... «Che non avevo». ...e san Francesco ne ha fatta un’altra non toccando i soldi. Che differenza c’è? «San Francesco ha dato spazio alle aspirazioni pauperiste, cioè ha dato un segnale che per l’uomo, che sia veramente di Dio, non è indispensabile avere i mezzi. Ma il suo è un modo di essere cristiano, splendido. I carismi sono tanti». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Con queste sue idee ha trovato difficoltà nella Chiesa? «No, anche perché mi appello alla storia della Chiesa, che dal Medioevo in su ha sempre cercato di promuovere i poveri affinché essi stessi diventassero produttori di ricchezza. La Chiesa non è una corrente pauperista». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Che cosa pensa dell’8 per mille? « stata una scelta ed è stata fatta bene. Per me stesso, però, avrei preferito puntare sulle risorse spontanee, sulla condivisione nella libertà. Perché esiste un pericolo: che il lavoro del sacerdote si burocratizzi, ovvero il peggio che possa accadere a un prete». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Ma maneggiare tanto denaro non abbassa le soglie di difesa della spiritualità del cristiano? «Io non mi vesto delle cose. Davanti a Dio sono nudo. E poi non navigo nel denaro: manovro solo i soldi delle banche, cioè quelli altrui». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• ???(?osa lei la pensa come i pauperisti: l’elemosina, alla quale è contrario. «Paragono l’elemosina al pronto soccorso: è obbligatorio soccorrere uno quando sta male, ma poi bisogna avere alle spalle le specialità per le varie patologie. Così l’elemosina è obbligatoria dove si sta morendo di fame, e anch’io la faccio perché è uno sconto dei miei peccati. Ma non deve diventare la regola del cristiano, sarebbe pauperismo mentale credere che così ci si è scaricati dei propri doveri. Il più grande errore, infatti, è non utilizzare il carisma della testa che Dio ha dato a tutti. Ecco un altro guaio dei cristiani; vedono solo i peccati positivi e non quello peggiore: l’omissione, il non fare». (Don Verzé a Roberto Beretta)
•  in questo senso che ce l’ha contro quella che chiama la ”religione redditizia”, quella che ”raccatta patrimoni e concupisce testamenti”? «Lì sì che il denaro diventa sterco di Satana. Per un cristiano la cosa più bella è tirar fuori i mezzi della sua testa, dalla sua inventiva. E deve avere anche la cultura finanziaria e ragionieristica per farlo». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Per questo lei sostiene di preferire qualche teologo in meno e qualche economista in più. «Nel terzo mondo ho visto molti sacerdoti disperdere energie. Allora penso: se avessero meno teologia, forse, e più senso della realtà non sarebbe così». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Secondo lei, inoltre, molte colpe del sistema capitalista sarebbero dovute all’assenza dei cristiani, che lasciano campo libero a materialisti e illuministi. «Ne sono convintissimo. I cristiani non occupano lo spazio dell’economia perché sono pigri, e contro la loro pigrizia si difendono invocando san Francesco. La povertà come un idolo: è sbagliato, è contro l’uomo... Altro è sostenere la povertà nel senso del distacco dal denaro, altro esaltarla per se stessa. Difendete i poveri, non la povertà! E non perché sono poveri: perché sono uomini». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Che cosa vuol dire allora ”opzione preferenziale dei poveri”? «Precisamente quello che significa: che dobbiamo rivolgerci agli ammalati e ai poveri. Ma non per lasciarli poveri. E poi è inutile illudersi: i poveri stessi, alla fine, diranno addio a una Chiesa pauperista». (Don Verzé a Roberto Beretta)
• Perché ci sono pochi santi-manager? «Non è vero: Don Bosco è stato un grande manager, per esempio. Don Calabria non lo era, ma aveva accanto a sé dei manager. Pure Madre Teresa, che conosco bene, è una manager. stata criticata perchè maneggia troppo denaro e non guarda il colore dei soldi? Difatti i soldi non hanno colore: è chi li maneggia che glielo dà. E Madre Teresa ne conosce uno solo: quello della carità. (Don Verzé a Roberto Beretta)