Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 3 febbraio 1997
Il Papa lo vede spesso
• Il Papa lo vede spesso. Anzi, tutte le mattine. Gli basta aprire la porta del suo studio all’ospedale di Cleveland, Ohio, dove entra ogni giorno alle 7, e Giovanni Paolo II è lì ad aspettarlo, appeso alla parete. Robert White, 71 anni, americano, sposato, 10 figli, professione neurochirurgo, gli dà un’occhiata veloce. Giusto il tempo di ripensare alle volte che ha incontrato il Pontefice. Poi scende in sala operatoria, saluta i cinque colleghi della sua équipe e attacca a lavorare. Sei ore di interventi al giorno, quattro giorni alla settimana, più visite e ricerche di laboratorio. Sotto i ferri, solo casi delicati: scatole craniche e spine dorsali. Roba da far tremare i polsi. Ma è niente rispetto ai brividi che vengono quando si chiede a questo signore dall’aria pacata, pochi capelli bianchi e larghi occhiali a incorniciare una faccia assolutamente normale, di togliersi la mascherina e mettersi a raccontare il progetto a cui lavora da trent’anni, e che adesso, giura, è molto vicino: « vero, trapianteremo un cervello. Da un uomo all’altro».
• Follia? Lo abbiamo pensato anche noi, per un attimo, quando lo abbiamo sentito parlare per la prima volta dell’idea di trasferirsi a Kiev, in Ucraina, per preparare l’esperimento «con tranquillità, senza tutte le polemiche e la pubblicità che ci tireremmo addosso qui in America. Sa, quando si parla di trapianti di testa la gente incomincia a pensare a Frankenstein...». E lui, invece, è tutt’altro che uno scienziato folle: laurea a Harvard, specializzazione a Boston, capo di un centro di neurochirurgia che non ha rivali negli Stati Uniti per il trattamento dei traumi (300 medici, migliaia di impiegati e macchinari per milioni di dollari in un palazzo di dodici piani), responsabile del primo esperimento riuscito di trapianto encefalico su animali (due babbuini, nel marzo 1970) e, soprattutto, membro dell’Accademia pontificia delle Scienze. Cioè del club esclusivo (un’ottantina di scienziati, un terzo dei quali premi Nobel, molti non cattolici) che ogni anno si riunisce sotto l’ala del Vaticano per discutere i grandi problemi della ricerca.
• Tempo qualche mese e tra questi problemi potrebbe esserci proprio lui, il professor White. Lui, e la sua idea di trapiantare in un corpo il cervello di un altro uomo, trasferendo anche memoria, sensazioni, conoscenze, personalità. O, come dice lo stesso White, che va a messa tutti i giorni (alle 17.30, cappella di Nostra Signora della Pace), ”l’anima”. Con tutto il corollario di questioni etiche, filosofiche e religiose che un’operazione simile si porterebbe appresso. lecito intrecciare una ”anima”, appunto, a un altro corpo? Si può comporre un individuo prendendo una parte da uno e una da un altro? E, se si fa, quello che ne esce è l’uno, l’altro o un altro ancora? E in questo modo non si ledono i concetti stessi di ”persona” e di ”individuo”?
• «Guardi, abbiamo già dovuto investire un sacco di tempo per spiegare ai colleghi quello che stiamo facendo. Ne sono già nate molte polemiche. E questo è uno dei motivi per cui, tra l’altro, abbiamo scelto di proseguire gli esperimenti in Ucraina, anziché qui a Cleveland».
Ma perché proprio Kiev?
«Ho operato in passato nell’Istituto di Kiev. Conosco i suoi neurochirurghi, la struttura. il posto giusto per lavorare bene e in tranquillità».
• Non è che la vera ragione sono le restrizioni imposte dalla legge americana a certe operazioni?
«No. Non esistono leggi negli Stati Uniti che impediscano questa operazione, come non esisteva alcuna legislazione contro la completa sostituzione del cuore od il trapianto parziale del fegato o l’uso di organi di animali per gli esseri umani».
• Ma lei quando ha iniziato a pensare al trapianto di cervello?
«In pratica, dall’inizio della mia carriera. La questione mi si era proposta come un’operazione da effettuare su quadriplegici, cioè su persone paralizzate cui veniva meno il funzionamento di certi organi. L’interrogativo che mi posi fu: un paziente in questa situazione non ha diritto a un trapianto dell’intero corpo, come ne ha diritto chi ha bisogno del trapianto di cuore, o dei reni o dei polmoni?».
La sua risposta, ovviamente, fu positiva...
«Sì. Anche se già allora molti colleghi mi scoraggiarono. Ma per motivi tecnici, non etici. Mi dicevano: ” impossibile isolare il cervello senza distruggerlo”».
Invece arrivò a quegli esperimenti sui babbuini.
«Esatto. Per il primo trapianto la preparazione richiese mesi. In quel caso, inserimmo il cervello nel collo dell’animale».
• Nella sua relazione scientifica lei racconta come il cervello abbia reagito, esprimendo fame...
«Quello fu durante un altro esperimento, quando lasciammo il cervello nel capo ed effettuammo il trapianto dell’intera testa. La scimmia, quando si risvegliò dall’anestesia, era molto bellicosa: staccò con un morso il dito di un assistente. Ci seguiva con gli occhi, reagiva se le si accarezzava la faccia... Era perfettamente presente, insomma. Quella fu la prima volta in cui si dimostrò che, con il cervello, si può trasferire conoscenza, personalità, memoria e quant’altro si voglia. Potete addirittura dire che si era trasferita l’anima della scimmia».
Quanto tempo sopravvisse quella scimmia? «Otto giorni. Ma avremmo potuto continuare».
• Il cervello umano è più complesso di quello delle scimmie?
«Sì, ma la procedura sarebbe più facile. I capillari sono più larghi: non occorre l’ingrandimento. Ma, a parte le dimensioni, nell’operazione non ci sarebbero grandi cambiamenti. Insomma, se abbiamo avuto successo con questi primati sub-umani, ne avremmo pure con gli esseri umani».
• Questo dal punto di vista puramente tecnico. Ma non crede che nel caso dell’uomo ci siano dei vicoli etici?
«Dipende dai casi. Per esempio, io considero perfettamente valido il principio di dare un nuovo corpo ad un quadriplegico. Ma vi dirò di più: cosa dovremmo dire di un individuo con un cancro che sta distruggendo il suo corpo, ma non ha metastizzato il cervello? Sarebbe lecito dargli un nuovo corpo? Oppure pensate al caso del povero Christopher Reeve, che fino a poco tempo fa era Superman e adesso è solo una testa su un respiratore artificiale. O a quel brillante fisico britannico...».
Stephen Hawking?
«Sì, Hawking. una testa su un computer: come dovrei reagire se uno come lui mi chiedesse un trapianto? Secondo me, in questi casi, un’operazione sarebbe giustificata».
• In questo caso, però, c’è anche un altro problema. Lei stesso ha detto di aver trasferito in una scimmia ”l’anima dell’altra scimmia”. Insomma, si tratterebbe di intervenire sulla personalità degli individui, non solo sul loro corpo.
«Io penso che il cervello sia il contenuto fisico dell’anima. Vediamola in questo modo: trapiantiamo qualsiasi altro organo, abbiamo accettato il concetto del trapianto di cuore, perché non possiamo parlare di un trapianto totale di corpo?».
• Ma come è possibile trasferire un cervello in un altro corpo senza violare una delle due vite?
«In realtà una delle due vite è già stata distrutta. Pensiamo per esempio al caso di un quadriplegico che chiameremo paziente A. Il suo corpo sta venendo meno ed è destinato a morte imminente. Accanto abbiamo un paziente B: un motociclista finito contro un muro il cui cervello è stato distrutto nell’incidente, ma il cui corpo è indenne. Il nostro compito è semplicemente quello di trasferire il cervello A nel corpo B».
• E secondo lei, in un caso come questo, nessuno troverebbe nulla da obiettare...
«Assolutamente no. Anzi, si potrebbe aggiungere che c’è l’imperativo morale di farlo. L’unica osservazione che si può fare è che verrebbe effettuato per la prima volta su esseri umani, e quindi, in senso stretto, si deve parlare di sperimentazione umana. La sola riserva morale è la possibilità che l’operazione fallisca. Ma questo è un rischio che si corre sempre».
• Lei è membro dell’Accademia pontificia. Che rapporti ha con il Papa e il Vaticano?
«Buoni. Pensi che negli anni Ottanta fui io a raccomandare a Giovanni Paolo II la creazione di una commissione per lo studio dei problemi morali nella biologia umana. Il Papa mi disse che era una buona idea e che avrei dovuto scrivergli un rapporto. All’epoca ci rimasi male. Ricordo che prima di ripartire per Cleveland incontrai il Segretario di Stato, cardinal Agostino Casaroli, mio carissimo amico, e gli dissi: ”Mi sembra di essere stato ricevuto alla General Motors, dove quando uno viene congedato gli si chiede di stendere un rapporto”. ”No”, mi rispose lui, ”Il Papa lo leggerà”. Beh, quel rapporto, qualche mese dopo, fu consegnato al Papa. E lui lo approvò».
Ma il suo lavoro è mai stato discusso dall’Accademia?
«No. Non c’era ragione».
• Non crede che la Chiesa si opporrà ai suoi esperimenti?
«La Chiesa è molto interessata alle nuove teorie scientifiche, dalla biologia genetica allo studio del Dna e così via. Le soppesa con molta cura. Certo ci possono anche essere degli elementi conservatori - Dio solo sa quanti conservatori sono rintantati in ogni angolo del mondo; ma io ritengo che ormai la Chiesa si sia aggiornata in queste aree».
• Torniamo alla sperimentazione sugli esseri umani. Immagino che richieda un impiego di mezzi notevole...
«La nostra operazione si potrebbe realizzare con mezzo milione, o al massimo un milione di dollari (un miliardo e mezzo di lire, ndr). D’altra parte, un trapianto di fegato costa almeno 300 mila dollari. E per mantenere Reeve nelle condizioni in cui si trova ne servono 400 mila all’anno...».
• Professore, i suoi ultimi esperimenti risalgono agli anni Ottanta. Gli sviluppi li ha annunciati nel giugno scorso, in un articolo sulla rivista ”Neurological Research”. Perché in questo intervallo le ricerche si erano interrotte?
«Per un motivo molto semplice: ho dieci figli. E ho dovuto dedicarmici a tempo pieno, perché le esigenze finanziarie della famiglia si erano rese pressanti. Adesso è diverso. Posso riprendere gli esperimenti».
• Quanto ci vorrà per il primo trapianto di cervello?
«Preferisco aggirare la domanda rispondendo che entro il 2025 l’operazione verrà effettuata nelle persone paralizzate. Ed entro il 2050 si riuscirà a superare l’altro, grande ostacolo: la rigenerazione del midollo spinale. Che serve perché il cervello trapiantato abbia il controllo del corpo».
Quindi non manca molto...
«Penso proprio di no. Ma dipende anche dalla domanda. La gente lo vuole? Spingerà per averlo? Su questo, la responsabilità non è più mia. del paziente».