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 2003  giugno 09 Lunedì calendario

Lunedì scorso la Federal Communication Commission (Fcc) ha approvato (tre voti repubblicani contro due democratici) una deregulation dell’informazione Usa che allenta o in alcuni casi fa cadere le norme antimonopolio varate nel 1996 dall’amministrazione Clinton: d’ora in poi un gruppo potrà controllare fino al 45 per cento dell’audience televisiva nazionale (era il 35 per cento)

• Lunedì scorso la Federal Communication Commission (Fcc) ha approvato (tre voti repubblicani contro due democratici) una deregulation dell’informazione Usa che allenta o in alcuni casi fa cadere le norme antimonopolio varate nel 1996 dall’amministrazione Clinton: d’ora in poi un gruppo potrà controllare fino al 45 per cento dell’audience televisiva nazionale (era il 35 per cento). Eliminata anche la norma che vietava il possesso di un’emittente e un giornale nella stessa città: in quelle con più di otto stazioni tv non ci sarà più alcun limite; in quelle con un numero di stazioni compreso tra 4 e 8, una società che ne possieda una potrà aggiungervi un quotidiano e fino a 4 radio (senza tv si potrà arrivare ad 8; senza giornali a 2 tv, più 8 radio). Nelle città con quattro o meno emittenti tv non sarà ammessa la contemporanea proprietà di un giornale. Non è stata modificata la norma che vieta fusioni tra i quattro massimi network: Cbs, Nbc, Abc e Fox.
• Tribune Co., Media General, Gannett Co., tra le principali società Usa che producono quotidiani e che già possiedono tv, probabilmente ne compreranno altre in città nelle quali possiedono un giornale. Le società proprietarie di tv che compreranno quotidiani dovrebbero invece essere molte meno. Il motivo: i giornali perdono da anni quote del mercato pubblicitario (dal 32 per cento del 1990 al 26 per cento scarso del 2001), offerte combinate con la tv potrebbero invertire la tendenza. I critici della deregulation sostengono che in questo modo la gente avrà a disposizione meno fonti per farsi un’opinione (aggiungono ”libera”). I sostenitori della deregulation dicono che in questo modo giornali e tv avranno più soldi e potranno fare meglio il loro lavoro.
• Michael Powell, il figlio di Colin che presiede la Fcc, richiamandosi al bisogno di «aggiornare norme obsolete» varate quando intrattenimento e informazione «erano completamente diversi rispetto ad oggi», ha portato a termine la deregulation nonostante le proteste di cittadini, sindacati, accademici, star dello spettacolo, membri del Congresso (compresi molti repubblicani, la maggioranza secondo il senatore Trent Lott): «Abbiamo scritto regole al passo coi tempi, superando l’epoca della tv in bianco e nero. La rivoluzione andrà a vantaggio, e non a discapito, della diversità e del pluralismo». Il ”Los Angeles Times”: «La normativa aumenta le opzioni del pubblico e quindi il pluralismo, abbassando di riflesso i prezzi dell’intrattenimento».
• I contrari alla deregulation sostengono che si tratta della «più radicale concentrazione dei media che una democrazia abbia mai appoggiato. Ed è esclusivamente frutto di ideologia e di interessi economici» (Reed Hundt, ex presidente democratico della Fcc). Michael Copps, uno dei due membri democratici della Fcc: «Le nuove regole creano una nuova élite dei media, verrà meno la pluralità di punti di vista e l’offerta di notizie locali con l’inevitabile impoverimento culturale del Paese«. Tra le critiche di destra, quella della National Rifle Association, potente lobby delle armi: «I colossi in mano alla sinistra ci metteranno per sempre la museruola». Polemiche anche sul modo in cui continueranno a venir conteggiati gli ascolti: le trasmissioni in Uhf varranno solo per la metà dell’audience quando si tratta di rispettare la soglia del 45 per cento (i critici dicono che è una sciocchezza, perché con tv via cavo e satellite il segnale Uhf è ormai chiaro come quello degli altri canali), ma quanto quelle in Vhf quando ci sarà da contare il numero totale di stazioni in un mercato.
• I creativi dicono che una maggiore concentrazione toglierà alle tv l’incentivo a sperimentare. Gli executive rispondono che è un’argomentazione ridicola, visto che la famiglia media ha a disposizione almeno 100 canali. Bob Wright, presidente di Nbc: «C’è più produzione in onda oggi nel Paese di quanta ce ne sia mai stata, ce n’è dieci o venti volte di più. Puoi vedere Nickelodeon, MTV, TBS, TNT, HBO, Showtime; è un elenco senza fine, i consumatori americani non hanno mai, dico mai, avuto a disposizione l’offerta che hanno oggi».
• La televisione via satellite o via cavo è ancora inaccessibile al 15-20 per cento della popolazione Usa, mentre le network tv raggiungono tutti: quest’ultime avranno nel palinsesto del prossimo autunno un 67 per cento di trasmissioni che hanno prodotto almeno in parte (nel 1992 era il 32). Le produzioni indipendenti che verranno trasmesse il prossimo autunno negli Usa saranno appena il 2 per cento (nel 1992 erano il 30). Morale degli autori: la direzione creativa è in mano a pochi executive pressati da company affamate di profitti e allergiche ai rischi, molto più riluttanti a prendere rischi che un produttore indipendente.
• Le nuove norme legalizzano in realtà lo Status Quo. Brian Lowry sul ”Los Angeles Times”: «Tutto quel che la commissione ha fatto è permettere all’oligopolio delle maggiori società che dominano il panorama dei media - comprese News. Corp., Viacom Inc. e Tribune Co., proprietarie del ”Los Angeles Times” - di tenere quel che hanno e crescere un pochino. Ognuna delle tre operava già al di fuori delle vecchie leggi: Tribune attraverso la proprietà di stazioni tv e giornali nelle stesse città, vedi KTLA-TV Channel 5 e ”The Times”, News Corp. e Viacom eccedendo il tetto del 35 per cento».
• Richard E. Wiley, l’avvocato repubblicano che trent’anni fa (amministrazione Ford) condusse la Fcc all’approvazione della vecchia normativa che vietava ad una società di possedere un giornale e un’emittente radiotelevisiva nella stessa città, oggi è l’uomo di punta di alcune delle più importanti media company (in concorrenza tra loro): «Il mondo è cambiato da allora. Penso che la mia opera fosse antiquata. Era una buona legge per il 1975. All’epoca temevamo che i giornali avrebbero dominato la tv, che era stata creata appena vent’anni prima. Sono passati quasi trent’anni e molte cose sono differenti». Negli ultimi cinque mesi, Wiley e i suoi partner hanno avuto almeno 34 meeting con funzionari della Fcc: nello stesso periodo, non c’è nessun altro che abbia fatto una simile azione di lobbying.
• Chi la chiama rivoluzione, chi evoluzione. Blair Levin, ex alto funzionario della Fcc, oggi analista della banca d’investimento Legg Mason: «Comunque sia, le grandi società ora hanno l’opportunità di diventare persino più grandi e più forti. Tutti quelli che sono nel business domani dovranno svegliarsi e chiedersi: voglio essere un compratore o un venditore? In un intervallo di tempo relativamente concentrato - da tre a cinque anni - ci sarà un ampio turnover». Per la prima volta, il gigante del cable Comcast potrebbe adesso fondersi con Disney, Aol potrebbe comprare Nbc da General Electric, tutte mosse che potrebbero essere dettate dalla volontà di contrastare la News Corporation di Murdoch. Facendo ”investment banker fantasy” si può ipotizzare che Viacom, proprietaria di Paramount, Cbs e Mtv si fonda con Echostar, altro operatore del satellite service.
• Quelli che si aspettano una ”corsa all’oro” nell’acquisto di stazioni tv potrebbero rimanere delusi ma, come dice Michael Wolf di McKinesy&Co., «il business richiede gruppi di stazioni più grandi». I sostenitori della deregulation hanno fatto leva su quest’argomento nella loro azione di lobbying: «Questi Popeye della free tv vedono le fusioni come i soli spinaci che gli permetteranno di competere contro i Bluto della tv via cavo» (’Usa Today”).
• I grandi gruppi editoriali che controllano l’industria dei media negli Usa sono una ventina, ma quelli che contano veramente sono molti meno: Aol Time Warner possiede la Cnn, il settimanale ”Time”, la tv via cavo ”Time Warner”; Clear Channel Communication controlla una larga fetta del mercato radiofonico; la News Corp. di Murdoch possiede il network tv Fox News, la 20th Century Fox, il ”New York Post”, tv e testate locali; Disney possiede il network nazionale Abc; General Electric la Nbc. [8] Ted Turner, fondatore della Cnn e grande azionista di Aol Time Warner: «Cinque gruppi che controllano tutto quello che vediamo e leggiamo e sentiamo non è una cosa sana».
• Dei 20 principali canali tv via cavo, 12 sono nelle mani di quattro società (Aol Time Warner, Walt Disney, Viacom e Hearst). Nel settore dei quotidiani, il gruppo del Tribune riunisce il ”Chicago Tribune”, il ”Los Angeles Times”, il newyorchese ”Newsday”. Con i rivali di Gannett (’Usa Today”, ”Detroit News”) sono ritenuti ora i possibili protagonisti di una campagna acquisti di testate locali. Dovranno fare i conti con la New York Times Company, che oltre al ”Nyt” e al ”Boston Globe” possiede già altri 16 quotidiani negli Usa, otto stazioni tv, due stazioni radiofoniche, 40 siti Internet di informazione e intrattenimento.
• Tutti si aspettano ”la Grande Abbuffata”, l’onda lunga di fusioni e acquisizioni che porterà un paio di giganti a controllare tutto quello che il pubblico americano vede e sente. «La faccia di Rupert Murdoch è stata il bersaglio delle campagne degli oppositori alle nuove regole sulla concentrazione dei media negli Stati Uniti. Ma News Corp non è, per ora, il gruppo più potente in America. Al primo posto c’è la Viacom guidata da Sumner Redstone: controlla la Cbs, il network televisivo che entra nelle case del 39 per cento degli americani e che nel 2002 ha diffuso i programmi più visti (come CSI: Crime Scene Investigation); inoltre possiede canali come MTV e Nickelodeon e il network radiofonico numero due in Usa, Infinity Broadcasting; con i nuovi limiti può comprare altre stazioni tv locali per ora solo affiliate» (Maria Teresa Cometto).
• Murdoch è il più temuto, per l’accelerata espansione che il suo impero mediatico ha realizzato negli Usa negli ultimi anni, caratterizzandosi per i contenuti apertamente conservatori: «La reality tv della Fox sta scalando le classifiche dei programmi di intrattenimento più visti (oltre 38 milioni di telespettatori per l’ultima puntata di American Idol); il canale di sole notizie Fox News ha superato la Cnn come seguito; e il tabloid ”New York Post” è uno dei pochi quotidiani che ha fatto registrare un sensibile aumento delle vendite, arrivando a 620 mila copie (+10 per cento negli ultimi sei mesi rilevati). Murdoch ha dichiarato di volersi concentrare ora solo sull’acquisizione del provider di tv satellitare Direct Tv. Molti analisti scommettono però che sfrutterà le nuove regole comprando altre stazioni tv e soprattutto cercando affari nella carta stampata: nel mirino potrebbe esserci il ”Boston Herald”» (Cometto).
• La Nbc potrebbe rilevare i due terzi del gruppo Paxson Communications (di cui controlla già un terzo e da cui dipende una cinquantina di stazioni locali), diventando l’unica società che possiede tv in tutti i 20 più importanti mercati. La Disney pare interessata al gruppo Scripps (che ha una catena di 21 giornali e una decina di stazioni tv, molte già affiliate alla Abc). Aol Time Warner è paralizzata dai problemi della fusione da cui è nato: l’unico marchio della casa che va decisamente bene è Hbo, il canale tv via cavo ”premium” (costa di più dell’abbonamento cable di base), famoso per la serie Sopranos. La Cnn è in crisi d’identità e di audience.
• Secondo gli analisti di Wall Street non si assisterà a una pioggia di fusioni ma ad acquisizioni mirate. Jessica Reif Cohen, media analyst di Merrill Lynch, ha scritto in un report pubblicato martedì scorso che potrebbe esserci una piccola ondata, «certo non lo ”tsunami” di cui parlano in molti». [13] Oltre all’incertezza dell’economia, il recente rally dei mercati finanziari non rende convenienti le offerte pubbliche di acquisto (le azioni non sono appetibili come mesi fa). Bisogna poi ricordare che Viacom ha un’audience del 39 per cento, New Corp. del 38, percentuali troppo vicine al nuovo limite stabilito. Anche Nbc non ha grandi possibilità di espandersi (sta al 34 per cento), va meglio per Disney, che ha uno share del 24 per cento. Sulla base di questi presupposti, gli analisti ritengono che sarà improbabile una nuova ondata di acquisizioni e di fusioni simile a quella degli anni Novanta (Disney-Capital Cities, Viacom-Cbs).
•  difficile predire cosa succederà con le nuove norme. «Ma la grandezza in sé di solito non si traduce in una migliore copertura delle notizie», avverte Tom Rosenstiel, executive director del Project for Excellence Journalism di Washington. Anzi, sembra accadere l’opposto: in uno studio di quest’anno si è scoperto che le tv possedute dalle società più piccole avevano una possibilità di eccedere in qualità (ampiezza di fonti e argomenti, bilanciamento dei punti di vista) doppia rispetto a quelle possedute dai 10 gruppi più grandi. Secondo Barbara Cochran, presidente della Radio and Television News Directors Association, la riforma rinforzerà però le società dal punto di vista finanziario, permettendo un maggiore impiego di risorse per la copertura delle notizie e garantendo peraltro una maggiore indipendenza giornalistica.
• Le sinergie tra carta stampata e tv, si dice, miglioreranno la qualità dell’informazione, ma per gli scettici la concentrazione porterà più risparmi che investimenti. Il 2 giugno, giorno dell’approvazione della deregulation, a Tampa la grande notizia era l’arresto di Michael Pittman, giocatore di football dei Bucaneers (vincitori dell’ultimo Superbowl) accusato di violenza domestica: in tv (WFLA), sul ”Tampa Tribune”, sul Tribune’s Web site (tutti proprietà della Media General Inc. di Richmond) l’autore dei servizi era lo stesso (Katherine Smith). Robert Haiman, presidente emerito della fondazione Poynter Institute: «Non sto vedendo incredibili imprese giornalistiche. Dove sono le enormi inchieste investigative portate avanti simultaneamente sui quotidiani e in tv? ... Vedo le connessioni pubblicitarie, ma non vedo il grande balzo».