Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 19 maggio 2003
Il terreno assembleare della Fiom
• Il terreno assembleare della Fiom. «Intervengo a nome della Banca della Solidarietà e sono stato incaricato dalla Cgil e dalla Fiom di analizzare il bilancio». Sono le prime parole dell’intervento di Sergio Cusani all’assemblea annuale della Fiat di martedì 13 maggio. Cusani «attacca l’acquisto della Case, la società di trattori oggi fusa con New Holland. L’ex consigliere di Gardini insinua possibili arricchimenti personali da parte dei dirigenti del gruppo di Torino. Umberto Agnelli lo rintuzza: ”Faccia un’accusa circostanziata. Altrimenti il suo intervento non mi sembra utile per nessuno”. Lui conclude con autoironia: ”Signori vi ricordo che la responsabilità penale è personale, come io so bene”» (Paolo Griseri). [4] «Così è nato un nuovo filone d’impegno sindacale, che marcherà stretto i principali esponenti del capitalismo italiano affrontandoli anche sul terreno assembleare. Una vera a sorpresa a cui ne seguiranno altre. Lo conferma un altro dossier su cui sta lavorando l’ex finanziere, che ha acceso la luce sul mondo delle telecomunicazioni: ”Sto ricostruendo una storia davvero interessante” dice» (Fabio Tamburini).
• Ormai con cadenza quasi quotidiana la Cisl e il suo leader Savino Pezzotta sono oggetto di contestazioni, scritte intimidatorie e altre manifestazioni di ostilità. Dario Di Vico (’Corriere della Sera”): «Di volta in volta gli autori cambiano. Il 25 aprile a Milano sono stati settori di ”Rifondazione” a far partire i fischi, il 1° maggio ad Assisi l’iniziativa l’ha presa un gruppo di militanti della Cgil, a Lucca [...] è stata la volta degli operai metalmeccanici che avevano aderito a uno sciopero della Fiom-Cgil. [...] Non c’è un luogo dove è stato deciso il varo di una campagna anti-Cisl, ma non per questo le preoccupazioni scemano».
• Se una persona viene costantemente individuata come un servo, un venduto, può capitare che uno squilibrato lo individui come obiettivo. La colpa, spiegava Pezzotta dopo le contestazioni del 25 aprile, è «di chi ha voluto distribuire whisky agli indiani, sapendo che, una volta ubriachi, avrebbero usato i fucili. Di chi, da un po’ di tempo a questa parte, non fa altro che fomentare rabbia e intolleranza criminalizzando chi non la pensa come lui». Esponenti di Rifondazione comunista replicarono che in fondo le contestazioni erano state reazioni spontanee contro posizioni, come le sue, che risultavano incomprensibili alla maggioranza della opinione pubblica.
• Le intimidazioni contro Pezzotta accadono «dentro» una vicenda sindacale delle più complesse. Oltre al referendum sull’articolo 18, ormai imminente, c’è il fatto che Fim, Uilm e Federmeccanica hanno firmato il 7 maggio un accordo separato per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici che prevede un aumento di 92 euro. La Fiom, contraria all’accordo (voleva 135 euro d’aumento, Federmeccanica ne offriva all’inizio 67), ha indetto una serie di scioperi iniziati venerdì scorso con decine di migliaia di lavoratori nelle principali piazze italiane. Giorgio Cremaschi, della Fiom nazionale: «La nostra democrazia sindacale ricorda il Sud Africa prima di Mandela, con una minoranza bianca che vota e una maggioranza nera che può solo ribellarsi», promette che la lotta «sarà lunga, pesante e articolata, colpirà direttamente la produzione», avverte che «il nostro modello è la Juve: non mollare mai». Secondo Tonino Regazzi, segretario Uilm, lo scioperò di venerdì è stato però un fallimento: «Visto questo risultato, il modello mi sembra più il Real Madrid: hanno perso».
• Davanti alla porta due di Mirafiori, all’ora del cambio turno, «è difficile etichettare le tute blu sulla base di una battuta». Paolo Griseri (’la Repubblica”): «Un militante della Fiom grida nel megafono: ”Qualsiasi avvocato chiede il parere del cliente prima di chiudere una causa in tribunale. Perché chi ha firmato il contratto non accetta di sottoporlo al referendum tra i lavoratori?”. Poi va giù pesante contro i sindacati firmatari: ”Rifiutano di chiedere il giudizio dei lavoratori perché preferiscono farsi riconoscere dalle imprese e dal governo”».
• A Mirafiori il solco tra i sindacati è profondo. Griseri: «Nicola spiega i motivi della sua insoddisfazione: ”Il contratto non mi piace perché in questa fabbrica siamo quasi tutti al terzo livello. Il contratto concede qualcosa solo a chi si trova al quarto e al quinto”. A quale sindacato è iscritto? ”Io non sono iscritto a nessun sindacato, faccio solo i miei conti e basta”. Rosario, iscritto alla Fim, difende l’intesa raggiunta: ”Si poteva ottenere di più ma abbiamo raggiunto l’accordo senza nemmeno un’ora di sciopero”. Per lavoratori che nei mesi della crisi Fiat hanno scioperato molto può essere un argomento convincente. Ma poco più in là Giovanni, tuta blu ancora addosso, esprime una valutazione diversa: ”Ci hanno dato le briciole. Continuiamo a perdere potere d’acquisto”. Giovanni ha appena votato in fabbrica. Per quale sindacato? ”Per la Fim”».
• Le elezioni dei delegati delle Rsu alla Fiat di Mirafiori sono state per tutti un successo. Massimo Mascini su ”Il Sole-24 Ore” di mercoledì: «Parlando con i responsabili torinesi di Fiom, Fim e Uilm emerge che ciascuna parte ha incassato la sua vittoria. Ma dietro le cifre pur diverse a seconda della sigla è evidente che l’area del sindacato partecipativo (Fim, Uilm, Fismic) ha avuto un successo notevole, mentre quella del sindacato conflittuale (Fiom e Cobas) è uscita perdente dalla competizione. [...] Il rafforzamento Fiom non c’è stato. Questo sindacato ha mantenuto le sue posizioni o le ha aumentate di un punto percentuale, a seconda delle basi di partenza, ma non ha vinto. [...] Complessivamente è riuscita a strappare voti solo ai Cobas, che dalla competizione escono male, evidentemente schiacciati dall’estremismo Fiom. Si è invece rafforzata la Fim, cresciuta di cinque punti percentuali».
• I dirigenti Fim sono soddisfatti. Antonio Marchina, segretario della Fim di Torino: «è emersa la volontà dei lavoratori di premiare chi cerca di risolvere i problemi, dando tranquillità ai lavoratori e un futuro agli stabilimenti». Contenti anche quelli della Fiom: «Siamo soddisfatti - affermano Giorgio Airaudo e Claudio Stacchini - il nostro sindacato ha ripreso a crescere dopo dieci anni, abbiamo tenuto in un momento difficile. La verità è che si sono confrontati due modelli di sindacato, è vero, ma non un sindacato partecipativo e uno conflittuale, come dicono gli altri, bensì uno generale, noi, e uno, tutti gli altri, aziendalista. E la Fiat ha scelto per i sindacati aziendalisti, anche, in vista della cessione alla Gm, certo più abituata a trattare con sindacati aziendalisti».
• Nel movimento sindacale vige ormai di fatto una logica bipolare. Giuseppe Berta (’La Stampa”): «Negli anni recenti, sono numerosi gli accordi che sono stati sottoscritti dalle sole Cisl e Uil, con l’opposizione della Cgil. Ciò ha condotto a un crescendo delle tensioni fra le organizzazioni sindacali, che si sono progressivamente acutizzate, come è successo alla Fiat negli ultimi mesi. Naturalmente, non siamo di fronte a un’estensione della logica del bipolarismo politico all’area delle relazioni sindacali. La spaccatura fra le confederazioni dei lavoratori non rispecchia un loro diverso allineamento rispetto agli schieramenti parlamentari. Il contrasto tocca il modo in cui si intendono il ruolo del sindacato e lo spazio della sua azione».
• Nel periodo incerto del dopo-concertazione, spiega Berta, «la Cisl e la Uil vogliono enfatizzare il loro profilo negoziale e le loro competenze contrattuali, laddove la Cgil ha assunto una caratterizzazione di sindacato-movimento che bada soprattutto a raccogliere e a esprimere una protesta radicale, fino a farsi portatrice di forme di mobilitazione prossime ai settori dell’antagonismo militante. una lacerazione che non è destinata a comporsi nel breve periodo. Essa incide sulla vita interna delle organizzazioni e ne condiziona gli orientamenti. Non riguarda soltanto i nuclei dirigenti e gli apparati sindacali, ma investe le rappresentanze sui luoghi di lavoro, divise sempre più spesso da polemiche che mettono in discussione la possibilità di tornare, se non a una prospettiva unitaria, a definire linee comuni d’azione».
• Tutto spinge verso un confronto aperto fra le due differenti prospettive sindacali. Berta: «Bisogna inevitabilmente che una abbia la meglio perché l’azione collettiva dei lavoratori possa contare. Riesce impossibile pensare a una trasformazione delle relazioni industriali e dell’architettura contrattuale senza che prima prenda il sopravvento un modello sindacale coerente con essa. Più in generale, lo scontro nel movimento sindacale finirà col ripercuotersi nella sinistra, mettendo a dura prova la sopravvivenza entro i Ds di due opposte linee di politica sociale e del lavoro che, prive di una mediazione, possono soltanto paralizzarsi a vicenda».
• Due momenti decisivi nell’evoluzione della linea politica della Fiom: Rimini, giugno 1996, ventunesimo congresso della Fiom e Maratea, ottobre 1995, assemblea nazionale dei delegati della Fiom. ”Il Riformista”: «A Maratea e Rimini il protagonista è Claudio Sabattini. Ma pochi dubitano che anche nell’ultima vicenda contrattuale sia lui il vero ispiratore della linea negoziale del suo successore, l’opaco Gianni Rinaldini, di cui è - dal punto di vista politico e sindacale - una sorta di padre putativo. [...] A Maratea, Sabattini, occhettiano di ferro della prima ora, lancia, sulla scia della bocciatura da parte dei metalmeccanici della riforma Dini delle pensioni, la nuova linea della Fiom: fine della politica dello scambio («Perché non abbiamo più niente da scambiare») e, tra le righe, della concertazione; ripresa del conflitto. Seppur con qualche inevitabile semplificazione, le analogie con la linea più recente della Cgil sono incontestabili. La differenza - e non di poco conto - è il quadro politico: alla fine degli anni novanta governa una maggioranza di centrosinistra; all’inizio del nuovo secolo la maggioranza è quella che sostiene il Berlusconi due».
• Al congresso di Rimini la strategia della Fiom si arricchisce di un nuovo elemento, non solo lessicale: quello del Sindacato indipendente, che è anche lo slogan del congresso che vede schiacciata la sparuta minoranza cofferatiana. «Dietro la formula volutamente vaga (nel sindacato, in genere, si parla di ”autonomia”) c’è un’idea di protagonismo della Fiom che va oltre i confini (angusti?) dell’azione di una semplice federazione di categoria. C’è un’idea di ”indipendenza” dalla Cgil che negli anni seguenti si capirà meglio. In fondo è quella ”indipendenza” che porta la Fiom ad essere tra fondatori del Genoa Social Forum nel 2001 e poi tra i promotori del referendum sull’articolo 18. La stessa ”indipendenza” che conduce il segretario generale della Fiom Rinaldini, insieme allo stesso Sabattini, a sottoscrivere il documento per la costruzione del cosiddetto Partito dei lavoratori, il cui futuro - oggi - appare assai incerto».
• L’indipendenza movimentista ha portato i metalmeccanici a proclamare per primi gli scioperi separati, «a rompere l’unità d’azione con le federazioni di Cisl e Uil, a chiudere la stagione della contrattazione regolata all’insegna delle compatibilità». ”Il Riformista”: «Ne è derivata una piattaforma per il rinnovo del contratto che accanto alla richiesta di trasformare automaticamente, dopo un certo periodo, i contratti a termine in contratti a tempo indeterminato e a una riduzione massiccia dell’orario di lavoro, prevede aumenti salariali uguali per tutti, quasi a voler ripetere quell’appiattimento retributivo degli anni settanta su cui un’intera generazione di sindacalisti è stata costretta a recitare un intenso e sentito mea culpa. [...] Nessuna categoria ha seguito e, verosimilmente, seguirà la Fiom nella sua strategia sindacale».
• Epifani chiede una legge che regoli la rappresentatività sindacale: «La difficoltà – dice - deriva, in particolare, dall’assenza di regole democratiche e dal disinteresse con cui le forze politiche hanno affrontato il problema della rappresentanza. Se oggi avessimo tra i metalmeccanici le stesse regole che ci sono nel pubblico impiego non staremmo qui a discutere di accordi separati. Nelle stesse ore in cui i metalmeccanici si scontrano sull’intesa separata, tra i ferrovieri si fa un referendum unitario sul contratto e il pubblico impiego vive rapporti di unità. Questo dimostra che si può circoscrivere la dialettica e il dissenso se c’è una rete di strumenti che consenta tra l’altro ai lavoratori di esprimere la loro opinione». [9] Il giurista Pietro Ichino, intervistato dal Gr3, ha ricordato come l’articolo 39 della Costituzione, affermando il principio della libertà sindacale, stabilisca pure quello di poter misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali. Ne propone quindi l’attuazione, con una legge che «consenta il censimento periodico dei consensi dei mandati che i lavoratori danno a questa o quella confederazione sindacale, per gestire la negoziazione fra un censimento e l’altro».
• Le 4 proposte presentate nella scorsa legislatura dall’Ulivo (ma ce n’è una anche di An) «non hanno mai fatto breccia per la dura opposizione di Confindustria e Cisl, convinte che approvare un provvedimento del genere equivalga a consegnare alla Cgil un autentico diritto di veto nelle trattative. Le 2 nuove proposte avanzate dal centrosinistra in questa legislatura giacciono in Parlamento senza speranza di tramutarsi in legge» (Sergio Rizzo sul ”Corriere della Sera”). Il segretario confederale della Cisl, Bonanni: «Il legislatore può solo accogliere le decisioni assunte dalle parti sociali. Ma non possono essere né il governo, né il Parlamento a stabilire come devono essere regolate le dinamiche sindacali».
• Il segretario della Cgil ha scelto la logica dei due tempi: «Oggi mi divido dalla Cisl sull’articolo 18 e domani, dopo il responso delle urne, torno all’unità sindacale. Ammesso che una manovra così spericolata sia possibile, un consiglio a Epifani lo si può dare. Per farla riuscire abbia, adesso e non dopo, la pazienza di spiegare ai suoi chi è davvero Savino Pezzotta. Tra gli ultimi segretari generali della Cisl il sindacalista bergamasco appare sicuramente il meno legato al Palazzo. Non è un animale politico come lo sono stati, invece, i suoi predecessori Franco Marini e Sergio D’Antoni. Chi conosce la storia della Cisl accosta la figura di Pezzotta a quella di Eraldo Crea, uno dei dirigenti degli anni di Pierre Carniti, personaggio al di fuori degli schemi» (Di Vico).
• Pezzotta, figlio di un alpino che rifiutò di arruolarsi con i repubblichini, «ha iniziato a lavorare a 12 anni e la sua militanza nella Cisl si è inserita in un mondo fatto di oratorio, Azione Cattolica, parroci antifascisti e vita spartana. Raccontano i suoi amici come il giovane Savino nei primi anni ’60 fosse persino incuriosito dal comunismo, andò a un comizio di Palmiro Togliatti e si sottopose persino alla lettura de Il Capitale. Nel ’72 si è addirittura candidato con il Mpl di Livio Labor e oggi è impegnato attivamente nella promozione delle Ong, le organizzazioni non governative che si battono per la pace. Lo scorso autunno durante un incontro sindacale con il governo a Palazzo Chigi il segretario della Cisl si alzò in piedi e sillabò: ”Sono contro la guerra. Per ragioni di principio e perché sarebbe un disastro economico”. Silvio Berlusconi rimase di sale. Questo, dunque, è Savino Pezzotta. Un sindacalista che, come sintetizza il suo amico Luigi Bobba che dirige le Acli, ”si batte per evitare che il bipolarismo sgangherato della politica italiana si trasformi in un bipolarismo sociale”. Più che riempito di fischi, forse andrebbe aiutato» (Di Vico).