Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 10 febbraio 2003
L’Italia è il Paese avanzato che spende meno in ricerca, 1 per cento del Pil, rispetto al 2 per cento della media europea
• L’Italia è il Paese avanzato che spende meno in ricerca, 1 per cento del Pil, rispetto al 2 per cento della media europea. Abbiamo anche, con India, Russia e Cina, il primato nella fuga dei cervelli: «Per quasi due anni il ministro Moratti ha sostanzialmente ignorato università e ricerca: nessun progetto, nessuna idea, nessuna considerazione. Se ora, finalmente, dà priorità a questi problemi lo dobbiamo soprattutto al ministro dell’Economia Giulio Tremonti e al ragioniere generale dello Stato, Vittorio Grilli, che hanno fatto leva sull’unico strumento efficace in questi casi: non accettano più, come giustificazione per nuovi finanziamenti, la motivazione che così si era fatto in passato. [...] Prima di aumentare i finanziamenti, come giustamente ha chiesto anche il presidente della Commissione europea Romano Prodi, è prudente chiedersi come vengono utilizzati quelli oggi disponibili» (Francesco Giavazzi).
• Il Consiglio dei ministri ha approvato il 31 gennaio un decreto di riforma del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), dell’Agenzia spaziale italiana, dell’Istituto nazionale di fisica nucleare [in realtà della materia, ndr], di quello di astrofisica, che prevede un’ampia riorganizzazione degli enti di ricerca scientifica. Il Cnr è stato commissariato e il suo presidente Lucio Bianco è stato sostituito ad interim da Adriano De Maio, rettore della Luiss (già consigliere della Moratti, ma politicamente collocabile a sinistra). La reazione della comunità scientifica è stata dura: i dipendenti Cnr, il loro sindacato, il vecchio presidente sono insorti; alcuni ricercatori minacciano di trasferirsi all’estero. [2] Gli scienziati contrari alla riforma, che dovrà ora essere votata dal Parlamento, si sono dati appuntamento in piazza, mercoledì a Montecitorio: a guidare la marcia il premio Nobel Rita Levi Montalcini.
• Il Cnr, istituito nel 1923, ha competenza scientifica generale e si impegna per il progresso della scienza, promuovendo e sostenendo progetti e finanziando borse di studio. Per le attività del 2003 ha ricevuto dal ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca un contributo di 530.042.551 euro, cui si aggiungono i soldi incassati offrendo prestazioni tecnico scientifiche a soggetti privati e pubblici (circa 200 milioni di euro l’anno). [4] Bianco non ha niente da dire contro De Maio («lo conosco bene e sono certo che sarà in grado di portare avanti l’attività del Cnr») ma predice che «se la riforma va in porto, l’Italia, sesta potenza industriale del pianeta e culla della scienza moderna, si limiterà ad importare la ricerca fatta dagli altri [...] ».
• L’Italia, ”Paradiso della ricerca”. «Come definire altrimenti un Paese che affida il suo futuro a un istituto pubblico nel quale ogni ricercatore è ”guardato a vista” da un burocrate e riceve in dote 20 euro al giorno per fare sperimentazione e inventare brevetti. Un Paese nel quale il principale istituto di ricerca, che risponde al nome di Cnr, impegna circa il 90 per cento del proprio budget in spese di personale e non deve rendere conto se non a se stesso del suo operato» (Roberto Napoletano). [6] Il Cnr ha 6.300 dipendenti, «di cui mille addetti a mansioni amministrative; la loro distribuzione geografica è curiosa: uno su tre è assunto nel Lazio, il che suggerisce che anche alcuni dipendenti classificati come ricercatori sono, in realtà, addetti a compiti amministrativi» (Giavazzi).
• Il declino dell’Italia «affonda le sue radici, tra l’altro, in quel terreno melmoso dove si intrecciano baronie universitarie, perverse logiche di appartenenza politica, l’assenza di un criterio moderno di valutazione dei progetti che saldi in un circuito virtuoso i centri di ricerca, i giovani delle università e le esigenze delle aziende» (Napoletano).Bianco: «Il comitato di valutazione internazionale del tutto indipendente ha definito il ruolo svolto dal Cnr cruciale per lo sviluppo scientifico e economico del Paese».Guidalberto Guidi, consigliere Confindustria per le Relazioni industriali: «Da circa trent’anni sono imprenditore a Bologna con prodotti sofisticati e tecnologicamente avanzati, eppure non mi ero mai accorto che nel capoluogo emiliano ci fosse il Cnr».
• Il nuovo modello organizzativo prevede da 7 a 15 dipartimenti divisi per «macro-aree»: biotecnologie, tecnologie mediche, dei materiali, ambientali, informatica, sistemi di produzione, scienze giuridiche, socio-economiche e umanistiche. Il Cnr assorbirà l’Istituto nazionale di diritto agrario (Idaic), l’Istituto nazionale di ottica applicata, l’Istituto papirologico ”Vitelli” e l’Istituto nazionale di fisica della materia (Infm). L’Istituto elettrotecnico nazionale ”Galileo Ferraris” di Torino sarà trasformato in Ente nazionale di metrologia, integrandosi con un analogo centro del Cnr, il quale perderà tre istituti di astronomia (confluiranno nell’Istituto nazionale di astrofisica).
• Il nuovo Cnr sarà retto da un consiglio di sei membri (più il presidente) dal quale dovrebbero scomparire quelli designati dai ricercatori: tre saranno di nomina governativa, gli altri tre suggeriti dall’Unione delle camere di commercio, dalla conferenza dei rettori e dalla conferenza Stato-Regioni. Il Consiglio stabilirà i capi dipartimento, ai quali spetterà la scelta dei programmi di ricerca da attuare. Per quanto riguarda le risorse, il riordino punta a facilitare lo sfruttamento dei risultati ottenuti all’interno dei laboratori attraverso contatti con il mondo privato a cui cedere conoscenza, ricavando royalties dai brevetti.
• L’opposizione è contro la riforma. L’ulivista Antonio Boccia: «C’è un processo strisciante di feudalizzazione politica della ricerca». [9] Il ”manifesto”: «Non si era mai visto. è come se i rettori o i presidi dell’università fossero di nomina politica». [10] Giampiero Ravagnan, professore all’Università di Venezia: «I partiti dell’Ulivo hanno una colpa originale nell’avere approvato una riforma che ha abolito i comitati di consulenza del Cnr eletti dalla comunità scientifica e, quindi, non si possono proporre come gli unici paladini della democrazia nel sistema scientifico».
• Il Cnr? Un baraccone. Maurizio Decina, ordinario al Politecnico di Milano, membro dell’associazione ”Futura” (sinistra riformista) definisce il Cnr «una struttura vecchia, dove i ricercatori hanno in media cinquant’anni e non ne arrivano di nuovi, di giovani»: «Apprezzo il coraggio di chi vuole mettere le mani su un simile baraccone lasciato al suo destino da oltre quarant’anni. Questa riforma non è di destra o di sinistra: è semplicemente indispensabile».
• «La riforma nella riforma»: è questo, dice Bianco, che sconcerta gli scienziati. Ristrutturato tre anni fa, il Cnr non ha ancora completato lo snellimento dei propri organi che già si parla di un nuovo modello organizzativo. [13] «Sulla recente riforma del Cnr, che doveva ridurre il numero di istituti (ce n’erano 314), così si esprime la Corte dei conti: ”Sono sopravvissuti ben 107 istituti, alla fine di una riforma che si è essenzialmente limitata ad aggregazioni prive di un disegno strategico e caratterizzata da poche confluenze numericamente rilevanti, nella quale le dichiarate chiusure si sono risolte pressoché totalmente in afferenze ad altri istituti” [...] » (Giavazzi).
• Il meccanismo oggi in vigore (legge 3 luglio ’98, n. 210) «è l’improvvido risultato d’un pasticcio legislativo». Aldo Schiavone: «La proposta originale - avanzata su ”Repubblica” da Umberto Eco e da chi scrive, e ripresa letteralmente nella prima versione del disegno Berlinguer - venne in effetti stravolta durante il suo lungo cammino parlamentare, con esiti francamente inaccettabili. [...] Affidare, come s’era finito col fare, l’intera procedura di reclutamento all’iniziativa e alla gestione dei singoli atenei, in un sistema come quello italiano, dove la concorrenza fra le sedi è appena agli inizi, ed è per giunta frenata dal comune carattere pubblico di gran parte delle università, non poteva che condurre verso un pericoloso localismo, e verso promozioni indiscriminate».
• Alcuni scienziati sono favorevoli alla riforma Moratti. Enzo Boschi, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia: «Con questo riordino tutte le discipline partono alla pari: i finanziamenti dovranno essere guadagnati in base alla qualità dei progetti presentati. I soldi non saranno più destinati solo a pochi enti, come avveniva in passato». [11] Bianco: «Non traggano in inganno i pochi giudizi positivi presentati da alcuni esponenti del mondo della ricerca. Giudizi guidati dall’opportunismo politico e che ci sarebbero stati anche nel caso in cui una riforma del tutto diversa fosse stata presentata da un governo di diverso colore».
• «Nelle università e nel Cnr vige un sistema impiegatizio che non riconosce sufficiente premio al merito», così, nel 1992, la Montalcini, che oggi giudica negativamente commissariamento del Cnr e progetto di riforma: «Basta leggere le parole del ministro Moratti. Lei dice che l’obiettivo è rafforzare il legame tra scienza e mercato per migliorare la qualità della vita e la competitività del sistema Paese. Si parla solo della ricerca applicata. Cioè di quella che serve a creare nuovi prodotti da vendere sul mercato. Insomma, ricerca sì, a patto che sia finalizzata al guadagno economico. Ma si mette in secondo piano una parte molto più importante. La ricerca di base, quella non legata a un guadagno diretto ed immediato. Ed è proprio questa che fa davvero progredire il mondo».
• Guadagno contro progresso? Di Maio: «è un ragionamento legato a schemi vecchi e superati. Perché sono due attività che si mischiano sempre di più. [...] L’unico premio Nobel italiano che ha lavorato sempre nel nostro Paese è Giulio Natta. Lo vinse nel 1963 per la polimerizzazione del polipropilene. La plastica, in sostanza. Cioè ricerca applicata ma anche progresso».
• Ricerca e innovazione. «A seconda delle posizioni si afferma che ”la ricerca è necessaria per l’innovazione” oppure che ”la ricerca deve servire all’innovazione”. Le due affermazioni non sono equivalenti. La prima è una constatazione, la seconda una prescrizione. [...] Da noi si insiste molto sull’innovazione. Con questo termine ci si riferisce ad una continua produzione di idee e metodiche nuove che contribuiscano a migliorare il livello della produzione in modo da metterla in grado di offrire prodotti più competitivi e vincenti. Da decenni nel mondo anglosassone si parla di Ricerca e Sviluppo (Research and Development, R&D). Questa rappresenta un’unica voce del bilancio pubblico o privato e viene percepita dai politici e dalla popolazione come un’unica entità. Il motivo è chiaro. La ricerca è stata da sempre lo strumento principe per l’accumulazione e l’avanzamento delle conoscenze, uno strumento di affrancamento e di progresso. Da almeno due secoli a tutto ciò si è aggiunto anche l’aspetto della produzione di ricchezza. Direttamente o indirettamente, le nazioni che avevano una ricerca più forte si rivelavano anche quelle più ricche e competitive [...] » (Edoardo Boncinelli).
• Il modello Usa. «In Italia i gruppi di ricerca che ottengono risultati scientifici eccellenti sono numerosi, in tutte le discipline; molti giovani ricercatori si trasferiscono negli Stati Uniti, ma ve ne sono anche che ritornano. Il problema non sono i singoli gruppi di ricerca, bensì la struttura burocratica degli enti nazionali e i loro organi di governo, spesso guidati da ricercatori più noti per le amicizie politiche che per le pubblicazioni scientifiche. La soluzione è una sola: chiudere gli enti nazionali e distribuire le risorse direttamente ai ricercatori, secondo il modello Usa della Nsf, ponendo i gruppi in competizione tra loro e affidando le decisioni a commissioni internazionali» (Giavazzi).
• Il professore competitore: «Una parte cospicua dei finanziamenti universitari passa ormai attraverso un meccanismo - squisitamente competitivo - che in gergo porta il nome di ”quaranta per cento”. [...] Questo sistema prevede che gruppi di studiosi, appartenenti ad atenei diversi, si mettano insieme per formulare un progetto di ricerca. Questi singoli progetti, per i quali viene richiesto un finanziamento adeguato, debbono essere approvati in sede locale, con l’impegno, da parte dei singoli Atenei, di dotarli di una certa quantità di fondi - ma attenzione, solo qualora il Ministero dell’Università e della Ricerca fornisca un corrispettivo co-finanziamento [...] » (Maurizio Bettini).
• Dalla democrazia al merito. «Si è parlato molto in questi giorni della necessità di controllare la produttività scientifica dei docenti e dei ricercatori. Le università americane [...] hanno risolto il problema con il criterio rigidamente antiegualitario dei salari individuali decisi dall’alto. Ogni anno il direttore del dipartimento presenta al presidente dell’università raccomandazioni per gli aumenti del salario di ogni docente non in base a parametri sindacali o di anzianità ma esclusivamente in base alla qualità della produzione scientifica, alla qualità dell’insegnamento e alla disponibilità a servire l’università. [...] Credo sia difficile negare che il sistema americano autocratico e inegualitario è migliore di quello italiano democratico e egualitario [...]. Prova ne sia il fatto che molti dei nostri migliori studiosi sono pronti a venire nelle università americane. Non vengono per cercare più democrazia e più uguaglianza. [...]. Vengono perché vogliono svolgere la loro attività di ricerca in un contesto più sano che riconosce il lavoro e il merito. Non dovrebbe bastare questo a convincere chi ha davvero a cuore le istituzioni di ricerca che è tempo di avere il coraggio di passare dalla democrazia al merito?» (Maurizio Viroli).