Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 13 marzo 2000
Purificazione della memoria: «Consiste nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato può avervi lasciato [
• Purificazione della memoria: «Consiste nel processo volto a liberare la coscienza personale e collettiva da tutte le forme di risentimento o di violenza, che l’eredità di colpe del passato può avervi lasciato [...] In quanto tale la purificazione della memoria richiede ”un atto di coraggio e di umiltà nel riconoscere le mancanze compiute da quanti hanno portato e portano il nome di cristiani”, e si fonda sulla convinzione che ”per quel legame che, nel corpo mistico, ci unisce gli uni agli altri, tutti noi, pur non avendone responsabilità personale e senza sostituirci al giudizio di Dio, che solo conosce i cuori, portiamo il peso degli errori e delle colpe di chi ci ha preceduto”» (dall’introduzione al documento della Commissione teologica internazionale ”Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”).
• Le sette domande di perdono: deviazione dal Vangelo, Crociate e Inquisizioni, divisione tra cristiani, persecuzione degli ebrei, conversioni forzate, maschilismo e schiavismo, povertà e ingiustizie sociali.
• Non si giudica il passato, ma gli effetti di quel passato sulla condizione contemporanea. Per Giorgio Rumi, storico cattolico, intervistato da Stefano Montefiori sul ”Corriere della Sera” dell’8 marzo la richiesta di perdono è un gesto di grandezza della Chiesa cattolica: «Dare il perdono è molto più facile che andarlo a chiedere».
Crede che gli studiosi potrebbero giungere a esiti diversi?
«Per esempio un giurista potrebbe dirci che l’Inquisizione era migliore dei tribunali laici del tempo, che il diritto processuale moderno nasce da lì, che da lì nascono le garanzie, la difesa legale, la scrittura del processo, l’escussione dei testimoni... Ma oggi l’Inquisizione fa scandalo, pesa come un macigno sulla vita dei cristiani. Critica storica e vissuto cristiano sono su due piani diversi: il rogo di Giordano Bruno non è compensato dal fatto che un pastore protestante di Ginevra sarebbe stato trattato esattamente allo stesso modo; la storicizzazione, il contestualizzare gli eventi nel tempo in cui si sono svolti, non appaga la coscienza contemporanea».
• Un esame storico rigoroso, così come l’ha voluto Wojtyla, impedisce di sfuggire alla più drammatica delle contraddizioni: «Se il cristianesimo, cioè una fede fondata sul comandamento dell’amore, è oggi la più diffusa religione del pianeta, lo si deve anche, non solo ma anche, a eventi militari e politici ingiustificabili dal punto di vista della sua dottrina».
• La Chiesa ammette di essere coinvolta essa stessa nel ”mistero del male”. «Questa riflessione sul peccato all’interno del corpo mistico, sulla comunione dei peccatori e non solo dei santi, sull’impurità mischiata all’innocenza, che forma uno dei temi drammatici anche di Antonio Rosmini, di Dostoevskij e di Camus si è dimostrato ancora più sorprendente per quei settori ecclesiastici rimasti ancorati alla figura della Chiesa come immune dal male, ”società perfetta”, in possesso esclusivo della verità. Battendosi il petto la Chiesa in realtà produce una rinuncia senza precedenti all’integralismo».
• La Chiesa chiede perdono ma non rinuncia alle sue prerogative di proclamatrice della verità. «In ogni caso, la purificazione della memoria non potrà mai significare che la Chiesa rinunci a proclamare la verità rivelata, che le è stata confidata, sia nel campo della fede, che in quello della morale» (’Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato”).
• «Credo che alla Chiesa verrebbe perdonato quasi tutto se veramente dicesse che dai crimini commessi nella storia essa ha compreso di non essere infallibile» (Eugen Drewermann, teologo tedesco).
• Il documento contiene anche riflessioni nuove sul rapporto con gli ebrei. Per Gad Lerner, pur essendo numericamente una piccola minoranza (circa 15 milioni nel mondo) sono un punto cruciale per la Chiesa cattolica: «L’importanza della questione ebraica nel mea culpa della Chiesa passa di lì: dal riconoscimento della validità dell’antico Patto stipulato sul Sinai, l’accettazione da parte cattolica della presenza di verità anche al di fuori della Chiesa romana. In definitiva, l’accettazione della diversità, della libertà come unica premessa possibile al dialogo».
• «L’impianto stesso del Giubileo, infatti, così come l’ha concepito Wojtyla, cioè fortemente incentrato sull’espiazione come premessa necessaria alla purificazione, vuole ricollegarsi alle radici ebraiche del cristianesimo. Chiamando i fedeli a farsi carico delle colpe dei propri padri, il Papa ha citato esplicitamente la necessità di seguire l’esempio millenario dei ”fratelli maggiori” che ogni anno nel giorno dell’espiazione, il Kippur, digiunando e pregando ripetono ”Sì, fummo colpevoli, commettemmo infedeltà, usurpammo, pronunziammo maldicenza, fummo iniqui, empi, insolenti, violenti, calunniatori, rei di macchinazioni, menzogneri, motteggiatori, ribelli, blasfemi, praticammo azioni abominevoli, traviamenti e inganni, ci dipartimmo infine dai Tuoi comandamenti e dalle Tue leggi senza mai essere paghi”».
• Amos Luzzato, presidente delle comunità ebraiche in Italia su ”la Repubblica” dell’8 marzo: «Sono parole importanti, ma ancora poco chiare. Quando si parla di responsabilità occorre essere più precisi: parlare genericamente di ”quei cristiani” che non si opposero al nazismo è poco. Per un vero mea culpa occorre invece dire se quei cristiani erano ecclesiastici, se erano esponenti della gerarchia, fino a che punto i vertici della Chiesa furono eventualmente responsabili. un documento che manca di coraggio [...] Mi aspettavo un riconoscimento delle responsabilità politiche della Chiesa per le persecuzioni antiebraiche: ad esempio sull’istituzione dei ghetti per i quali la Chiesa ancora non ha detto praticamente nulla».
• Papa Wojtyla lascerà dietro di sé le macerie della Chiesa. Indro Montanelli nell’editoriale del ”Corriere della Sera” del 9 marzo: «Qualcosa avevo presagito, o creduto di presagire in un colloquio avuto qualche anno fa a cena con lui nel suo appartamento privato. Un appartamento isolato in un recesso del Vaticano che del Vaticano e della sua solennità sembrava la negazione. [...] Si parlò soprattutto di Polonia. Ma capii, o credetti di capire che quel Papa intenso e inteso a frugare dentro se stesso, avrebbe lasciato dietro di sé un cumulo di macerie: quelle della struttura autoritaria e piramidale della Curia romana. Ora mi sembra di capire che quella intuizione vagamente catastrofica peccava, sì, ma per difetto: quelle che Papa Wojtyla si lascerà dietro non sono le macerie soltanto della Curia, ma della Chiesa, o almeno di quella che da duemila anni siamo abituati a considerare tale e ci portiamo, anche noi laici, nel sangue. [...] Rubricare tra i propri errori, anzi addirittura, se abbiamo ben capito, fra le proprie colpe anche gli scismi e le conseguenti scomuniche delle altre Chiese cristiane, ortodosse e protestanti, suggerisce anche a noi laici la smarrita domanda: ”ma allora...?”. Non è un giudizio. , ripeto, uno smarrimento. Ma più che legittimo, mi sembra».
• I santi in paradiso potrebbero guardare giù e gridare: «oh, non dimenticatevi, ci siamo anche noi nella storia della Chiesa». Mons. Alessandro Maggiolini, vescovo di Como, sul ”Corriere della Sera” dell’8 marzo: «Questo non è una mea culpa, qui si accusano altri, persone che non possono neppure difendersi, essendo morte da un pezzo. E poi trovo che non si possa valutare la colpevolezza di chi ha agito in passato. Bisognerebbe sempre storicizzare un gesto e non valutarlo con le categorie di oggi. il caso di Crociate e Inquisizione : non si può dimenticare che in quei tempi si badava più alla verità oggettiva che non alla persona come valore intangibile [...] Certo, per un cristiano la verità deve imporsi da sola, con dolcezza e soavità. Però bisogna tenere conto del fatto che chi sbagliò in passato era condizionato dalla cultura del tempo e che quindi potrebbe aver agito in perfetta buona fede. E in ogni caso nessuno ha il diritto di giudicare la coscienza degli altri, si chiamassero pure Torquemada».
• Il Papa si rifà a un sottile problema teologico già proposto da Maritain: distingue tra la Chiesa come persona (che essendo ”Corpo mistico di Cristo” è senza peccato) e le persone che la compongono, uomini e peccatori: «Ma quanti hanno ben chiara questa distinzione? Occorre una notevole preparazione teologica per non cadere in equivoco. Specie tra i non credenti c’è il rischio di pensare che il ”mea culpa” sia un processo agli orrori del passato e che la Chiesa di ieri sia una masnada di prevaricatori» (Mons. Alessandro Maggiolini).
• Sono penitente e me ne vanto! «Che Papa Wojtyla abbia voluto riportare nel tempo presente un passato di Chiesa avvolto spesso in un annebbiamento del Vangelo (’Il presente del passato è la memoria”, diceva Sant’Agostino) per purificarne in qualche modo il ricordo con una richiesta di perdono a Dio e agli uomini, è certamente una delle poche cose decenti cui assistiamo in questo passaggio di secolo. [...] Ma ben poco cristiana sembra essere anche una celebrazione esaltativa del pentimento. Poco cristiana sembra questa specie di esibizione e di compiacimento della proclamata richiesta di perdono. Non può rasentare un’incoerenza evangelica? Si condannano errori o orrori del passato, quasi che il presente di uomini che si proclamano cristiani non abbia macchie di infedeltà e contraddizioni. Non sono le grandi violenze, le grandi ingiustizie, che danno la dimostrazione di non essere cristiani: queste danno soltanto la dimostrazione di non essere uomini civili. Sono altre (e piccole?) cose che contrassegnano il cristiano di fronte al mondo».
• Nella storia della Chiesa non esistono precedenti analoghi. Don Bruno Forte, teologo, presidente della ”Commissione teologica internazionale”, redattore del documento ”Memoria e riconciliazione”, intervistato da Umberto Folena su ”Avvenire” dell’8 marzo: «Adriano VI il 5 novembre 1522 nel messaggio alla Dieta di Norimberga, riconosce ”abomini, abusi e prevaricazioni” della ”corte romana” del suo tempo. sotto la pressione montante della Riforma. Però non avanza domande di perdono. Più recentemente, Paolo VI e il Concilio Vaticano II deplorano certi atteggiamenti antisemiti e le ”colpe contro l’umanità” dei cristiani, ma senza domande di perdono. Questa di oggi è una reale novità».
• La Chiesa sente di avere ”responsabilità oggettive”. «La responsabilità è sempre un fatto personale, e il giudizio sul cuore dei singoli esseri umani spetta unicamente a Dio. Ma esiste anche una sorte di ”responsabilità oggettiva”: le ferite si trasmettono lungo la storia, vedi il caso evidentissimo della disunione dei cristiani» (Don Bruno Forte, teologo).
• «La Chiesa si sente solidale con tutti i suoi figli di tutte le epoche. Come si gloria della santità degli uni, si fa carico delle colpe degli altri. la communio, una comunione estesa non solo nello spazio ma anche nel tempo» (Don Bruno Forte, teologo).
• San Francesco d’Assisi. «Il documento tace però un punto fondamentale, vero tallone d’Achille dell’intero testo. Il punto è che a ”sbagliare” non furono tanto, o non furono solo singoli cristiani e cristiane, o magari parroci sprovveduti o laici insipienti. I ”metodi di intolleranza e perfino di violenza” per imporre la verità (quella della Chiesa, da sempre ritenuta la Verità, quella maiuscola) sono stati proclamati per un millennio dai papi e dai Concili, cioè dalle massime espressioni del Magistero della Chiesa. Il principio che in una societas christiana fosse lecito, e perfino doveroso, sterminare gli eretici è stato parte costitutiva del pensiero teologico e della prassi delle chiese per secoli. Dire ”a quei tempi” tutti pensavano così non scioglie affatto questo nodo. Perché mai ”a quei tempi” il magistero papale non accolse come norma generale la profezia di un Francesco d’Assisi che, in epoca cruciale, va dai governananti d’Egitto armato di solo evangelo?».