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 1999  marzo 15 Lunedì calendario

Oskar Lafontaine, 56 anni, splendida oratoria, sposato in terze nozze con l’economista Christa Mueller, un figlio piccolo, trentatré anni di militanza socialdemocratica, un cuoco personale sempre al seguito

• Oskar Lafontaine, 56 anni, splendida oratoria, sposato in terze nozze con l’economista Christa Mueller, un figlio piccolo, trentatré anni di militanza socialdemocratica, un cuoco personale sempre al seguito. A trentadue anni fu il più giovane sindaco di una grande città (Saarbrucken), a 41 anni il più giovane premier regionale nella Saar (piccolo e problematico Land collocato in un angolo della Germania ai confini con la Francia, da sempre serbatoio di insoddisfazione e tentazioni revanche-nazional tedesche), nel 1990, a 47 anni, fu il più giovane candidato cancelliere (sconfitto poi da Helmut Kohl): durante un comizio elettorale una squilibrata lo accoltellò alla gola, la lama arrivò a pochi millimetri dalla giugulare (la cicatrice non si vede quasi più). Giovedì scorso si è dimesso dalle cariche di ministro delle Finanze e segretario del partito socialdemocratico, forse si ritirerà in Toscana.
• Lafontaine ha sempre preferito la coerenza dei principi, i suoi, alle accortezze della politica. «Negli anni 80 si oppose agli euro-missili, pur schierati dal ”suo” cancelliere Helmut Schmidt. Nel ’90, a Muro di Berlino appena caduto remava contro la riunificazione tedesca già benedetta dal suo nume tutelare Willy Brandt [...] Lafontaine è sempre rimasto fedele alle sue origini, che affondano nella provincia cattolica tedesca, nella famiglia di sindacalisti, negli studi al collegio religioso. Certo, crescendo è divenuto un uomo di mondo, ha imparato ad apprezzare i buoni vini e le vacanze in Toscana. Ma quei vestiti troppo larghi e le cravatte improponibili hanno continuato a denunciare il ragazzo di Saarlouis che voleva rifare il mondo».
• Jean Paul Fitoussi: «La prima cosa che stupisce in questa vicenda di Oskar Lafontaine è che per mesi, in Europa, abbiamo visto alla ribalta undici governi, apparentemente di sinistra, ma una sola voce di sinistra, quella di Lafontaine. E di sinistra moderata, voglio precisare. Ma questa voce era ugualmente considerata troppo di sinistra».
• Chi riforma muore. Bernardo Valli: «Il ministro delle finanze socialdemocratico non rispettava il ”pensiero unico”, andava in senso vietato, aumentava le tasse e i salari, si comportava come un tradizionale uomo di sinistra in una società che non perdona chi si discosta dal centro nuovo o vecchio che sia: era dunque un elemento da abbattere politicamente. Chi riforma muore. I mercati finanziari gli rimproveravano la debolezza dell’euro; gli imprenditori minacciavano di lasciare la Germania; gli investitori incrociavano le braccia; i titoli di Stato restavano quasi invenduti in segno di protesta [...] A vibrargli il colpo decisivo è stato senz’altro Gehrard Schroeder, il cancelliere che lui stesso, Lafontaine, ha portato al potere: non per affinità ideologica, né per simpatia umana, ma perché lui, Schroeder, l’uomo del ”nuovo centro”, poteva conquistare gli indispensabili voti moderati: poi una volta al governo, sarebbe stato il partito a imbrigliare il cancelliere: e il presidente del partito era appunto Lafontaine. Il meccanismo ha funzionato a stento per cinque mesi [...] Per cinque mesi i tedeschi si sono interrogati su chi governasse veramente [...] Schroeder andava ai quiz televisivi e si faceva fotografare con il solito sigaro cubano. Lafontaine preparava la sua riforma fiscale con un aumento delle tasse per le aziende e un ritocco al rialzo per le pensioni; favoriva un aumento salariale ai metalmeccanici; aiutava i verdi nel condannare il nucleare, al fine di salvare l’ambiente ma anche con la conseguenza di minacciare le azioni delle società interessate all’energia».
• Wolfgan Schäuble, leader dell’opposizione cristiano democratica in un dibattito televisivo: «In Germania e nel mondo, fra gli avversari, e perfino fra i suoi alleati, lei è solo, Herr Lafontaine, a sostenere queste ricette».
• Schroeder ha lasciato correre Oskar il rosso per un inverno. «Nervi d’acciaio, il Cancelliere sapeva che Lafontaine un giorno si sarebbe rotto la testa e gli ha lasciato credere di essere il mazziere che dà le carte, il ministro delle Finanze che cambia le cose nella Germania che fu di Kohl e nell’Europa che fu dei conservatori. Schroeder sapeva che la Germania non si governa contro la grande industria elettrica, che Bonn non può rompere con le assicurazioni di Monaco».
• La caduta di Lafontaine consente ai 13 paesi europei non uno ma due passi avanti. Federico Rampini: «I tassi d’interesse possono calare non appena interrotto lo stillicidio di attacchi all’indipendenza della Bce: di qui l’immediata euforia dei mercati alla notizia delle dimissioni [...] Con il sostegno di una politica monetaria espansiva si può riaprire il dossier delle rigidità strutturali e delle grandi riforme. Nuovi spazi per investimenti pubblici nelle infrastrutture, nelle nuove tecnologie e nell’educazione si possono aprire, ma a patto di intervenire sulla spesa corrente a cominciare dalle pensioni. Che sollievo poter parlare di previdenza in Italia senza l’incubo di un ministro tedesco che voleva importare a casa sua le nostre pensioni d’anzianità e la rottamazione dei cinquantenni».
• Arturo Guatelli: «Per restare al suo posto avrebbe dovuto possedere quel pizzico di cinismo con il quale governano in Europa tante altre coalizioni di sinistra [...] il mercato a pilotare l’economia con una forza d’urto che la politica non riesce più a contrastare. Oskar Lafontaine s’è immolato sull’altare di questa nuova realtà. Con le sue dimissioni, ha fatto capire a tutti quanto siano effimere le vittorie e le sconfitte elettorali. Ormai, chi conquista il potere non può più farne uno strumento al servizio delle proprie idee. Deve lasciare il passo alle legge del mercato [...] Oskar Lafontaine era l’ultima roccaforte dello statalismo, dell’interventismo, di quell’approccio sociale all’economia che è stato per moltissimi anni il fiore all’occhiello delle sinistre. Adesso questa roccaforte è stata espugnata da forze solo apparentemente occulte. Ha vinto il mercato e mai come in questa occasione è necessario saltare, con le dovute cautele, sul carro del vincitore ».
• «Se fossero state le banche centrali o la Banca centrale europea, o gli industriali a ottenere la pelle di Lafontaine, dovrei dire: attenzione, la democrazia è in pericolo. Perché significherebbe che gruppi di pressione, istanze completamente indipendenti, e dunque, politicamente irresponsabili possono rimettere in discussione quello che hanno deciso gli elettori».
• «Sembra escluso che Lafontaine possa essere riciclato per la presidenza della Commissione europea. Perfino tre mesi fa, quando si diffusero le voci e Lafontaine era al massimo della sua potenza, fu chiaro che Blair avrebbe messo il veto».
• Un portavoce di Tony Blair all’annuncio delle dimissioni: «Salutiamo il fatto che il cancelliere abbia affrontato in modo deciso la questione della sostituzione di Lafontaine».
• In poche ore il cancelliere ha sostituito lo scomodo Lafontaine con il docile Hans Heichel, ministro presidente appena sconfitto in Assia, e si è fatto eleggere presidente del partito.
• Hans Heichel. Per il ”Tageszeitung” «Ha il carisma di uno spaghetto bollito», per ”Die Welt” «è impermeabile e resistente come il teflon, il materiale che fodera il fondo delle padelle», per la ”Frankfurter Allgemeine” «ha lo stesso charme politico di un dirigente di azienda sanitaria», secondo un compagno di partito «è una graffetta da ufficio con gli occhiali».
• Jean Paul Fitoussi: «Per la prima volta, un uomo politico cominciava a parlare - in termini di volontà di fare - degli obiettivi a cui puntare in Europa. Per la prima volta, un uomo politico aveva anche il coraggio di parlare di aumenti salariali, cioè di una cosa che, nel clima dominante oggi, sembra essere una oscenità [...] I paesi europei hanno fatto la moneta unica, ma si sono dimenticati perché l’hanno fatta. L’hanno fatta per liberarsi dalla tutela dei mercati [...] Continuare a ragionare in termini di moneta forte e moneta debole, oggi, non solo è un errore analitico, è, soprattutto, un errore politico. Oggi, in Europa, è un po’ quello che diceva Lafontaine, ci sono le condizioni per una crescita sana: l’inflazione non c’è più, le imprese non hanno mai fatto tanti profitti, l’attivo europeo sugli scambi con l’estero non è mai stato così alto. la situazione ideale per una politica di espansione. Se i governi europei non ne aprofittano, vuol dire che il loro obbiettivo proclamato, combattere la disoccupazione, non è il loro obiettivo reale. Non è questione di singoli strumenti. Si può anche scegliere la strada di un taglio delle imposte, se si vuole, è pur sempre una politica espansiva: ma a condizione che, contemporaneamente, non si pretenda di tagliare anche la spesa pubblica. In altre parole si accetti la conseguenza (temporanea) che un’azione massiccia di rilancio dell’economia avrà sul deficit pubblico. Certo, questa azione andrebbe contro il Patto di stabilità. Ma il Patto è una delle più grandi stupidaggini mai viste nella storia dell’economia».
• Schroeder non è ancora in condizioni di fare con la socialdemocrazia tedesca quel che Tony Blair ha fatto con il labour. «Lafontaine ha sbattuto la porta nel momento in cui i liberali davano il loro appoggio al governo per far pasare alla Camera Alta una versione edulcorata della legge sulla doppia nazionalità. Quella all’origine della sconfitta socialdemocratica in Assia. Un appoggio che col tempo potrebbe diventare più stabile, sino a trasformarsi in un’alleanza alternativa a quella dei verdi».
• Siamo dunque all’inizio di un vero spostamento al centro? Alfred Grosser, professore di scienze politiche alla Johns Hopkins University: «Adesso diventa più probabile la coalizione con i liberali. Un segnale importante è già venuto: sulla riforma del codice per la nazionalità, è passata la mediazione liberale». Potrebbe cambiare anche la legge fiscale che ha suscitato le reazioni negative degli industriali? «Sembra difficile; praticamente è già stata adottata [...]». E nella Spd, che cosa accadrà? «Schroeder diviene presidente e avrà il controllo pieno del partito socialdemocratico. Esattamente come Helmut Kohl che aveva l’autorità assoluta sulla Cdu, anche se ciò ebbe una conseguenza estremamente negativa sui cristiano-democratici perché ha impedito che emergesse un successore [...]». Una cosa sembra certa: ha perduto una linea di sinistra. «Ma che cos’è di sinistra oggi?».
• Che cosa cambia per la politica e l’economia tedesche? Michael Heise capoeconomista della DG bank di Francoforte: «Cambia moltissimo. Lafontaine e i suoi più stretti collaboratori erano dei personaggi unici nel panorama tedesco, decisi a portare avanti il loro schema: sostegno della domanda attraverso alti salari, alta tassazione sulle imprese, bassissimo costo del denaro, tassi di cambio semifissi per contraccolpi monetari che avrebbero disturbato quel rilancio economico che secondo loro era in arrivo attraverso il sostegno alla domanda, il tutto sotto l’occhio attento del Governo. Heichel, il sostituto ha un atteggiamento più positivo verso il mondo dell’economia». Che ruolo ha avuto l’euro e la polemica con la Banca Centrale Europea? «Un ruolo fondamentale. In tutta questa vicenda Lafontaine e i suoi uomini hanno dimostrato una notevole inesperienza. Gli attacchi allla Bundesbank prima e poi alla Bce sulla politica monetaria sono stati poco saggi. Non si fa così: si parla in privato con Wim Duisenberg o Hans Tietmeyer e gli altri per esporre le proprie ragioni. Lafontaine e i suoi ne sono usciti ammaccati. Anche perché si sono presi una bella responsabilità con gli investitori tedeschi ed europei, preoccupati per le polemiche tra il più potente ministro delle finanze d’Europa e la neonata Banca centrale, non hanno sottoscritto, come avrebbero potuto, titoli in Euro preferendo il dollaro. stato per l’euro un inizio più difficile del previsto al quale Lafontaine ha contribuito in modo determinante».
• Ciò che è accaduto in Germania accadde in Francia nel 1983. «François Mitterrand, eletto all’Eliseo due anni prima, ruppe l’alleanza con i comunisti, cambiò governo e rinunciò alla politica di ”fronte popolare” che il suo primo ministro Pierre Mauroy, aveva fatto nei due anni precedenti. Il franco aveva subito tre svalutazioni, la siderurgia era in crisi, il debito estero ammontava a 450 miliardi di franchi e i capitali, a dispetto di qualsiasi controllo, fuggivano oltrefrontiera. Mitterrand gettò la maschera massimalista con cui aveva vinto le elezioni e nell’84 dette a Laurent Fabius l’incarico di voltare pagina e di risanare l’economia. Rimase al governo, come ministro delle Finanze e del Bilancio, Jacques Delors, vale a dire l’uomo che dal primo gennaio 1986 avrebbe presieduto la Commissione e pilotato la Comunità verso le due maggiori conquiste degli ultimi quindici anni: il mercato unico e la moneta unica».