Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 19 maggio 1997
Il ”pedale di Dio”, il ”Crociato del secolo”, il ”De Gasperi delle due ruote”
• Il ”pedale di Dio”, il ”Crociato del secolo”, il ”De Gasperi delle due ruote”. Bartali, mito della nostra infanzia, della nostra adolescenza, della nostra giovinezza. Una tranche di storia, sullo sfondo dell’ltalia che rinasceva.
Il grande duello dei due grandi campioni sul Turchino, sull’lzoard, sul Galibier ci divise, ci unì, c’infiammò. Gino e Fausto, amici e rivali, divinizzati dall’epica voce di Ferretti e dalle cronache appassionate e appassionanti di Colombo, di Roghi, di Ambrosini, di De Martino, ma anche di Vergani, di Malaparte, di Buzzati, di Montanelli. Due assi che ci fecero sognare, mettendo le ali alla nostra fantasia. Come dimenticarli?
Fausto se n’è andato nel 1960 a quarantun anni. È rimasto Ginettaccio, leone di ottantré che, vinti tre giri d’ltalia e due di Francia in sella alla Legnano, da quando ne è disceso non ne perde uno al volante della sua vecchia utilitaria.
• un buon Giro quello che comincia oggi?
«Sì, perché vario, adatto a passisti, a velocisti, a scalatori».
Lo seguirà tutto?
«No, le prime tre tappe, e le ultime dieci».
Solo o in compagnia?
«Con un amico, in macchina. Precederemo i corridori, ascoltando la radio. Raggiunto il traguardo, aspetteremo il loro arrivo, godendoci - se ci sarà - la volata».
Chi paga le spese, chi la sponsorizza?
«Nessuno. Tutto di tasca mia».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• A che età ebbe la prima bicicletta?
«A sedici anni e un giorno. Me la regalò mio padre per risparmiare i trenta centesimi del tram. Facevo commissioni per le ricamatrici di Ponte e Ema. L’avevo messa insieme con vecchi tubi».
Il suo primo alloro?
Il 19 luglio 1931, la vigilia del mio compleanno. Una garetta sul percorso Nave di Rovezzano-Pontassieve e ritorno. Vi partecipai come libero. Allora facevo il meccanico».
Vinse?
«Sì, su una bici di fortuna, montata alla meglio con il telaio, le ruote, il manubrio presi a prestito da amici».
Il suo ultimo exploit?
«Giro di Toscana, nel 1953».
Quante gare ha fatto?
«Novecento. Una più, una meno».
In tutto, quanti chilometri?
«Allenamenti compresi, più di seicentomila».
Molte le vittorie su strada?
«Centosettanta, di cui centoventisette da professionista. Purtroppo, mai un campionato del mondo» (Gino Bartali a Roberto Gervaso).
• In che anno vinse il primo Giro d’Italia?
«Nel ’36».
E il primo Tour?
«Nel ’38. Ma avrei vinto anche quello del ’37, se non fossi caduto in un fiume. Ero già maglia gialla, in fuga verso Briançon».
Chi la ripescò?
«Un compagno di squadra: Camusso».
Riprese la corsa?
«Non solo, salvai anche la maglia. L’indomani ripartii con la bronchite e la febbre a trentanove. Ma a Tolone il rappresentante della Federazione mi disse: ”Adesso vai a casa”».
E lei?
«’Perché?”. Anche a Marsiglia, comunque, fui primo al traguardo, ma, alla fine, dovetti arrendermi».
Cos’era successo?
«Che la mia vittoria a quel Tour non sarebbe stata gradita al regime. Non ero fascista».
L’anno successivo però se l’aggiudicò alla grande.
«A Roma evidentemente ci avevano ripensato: meglio vincere con me che farsi battere da uno straniero. Per giunta francese» (Gino Bartali a Roberto Gervaso).
• Conobbe il Duce?
«Sì. Nel ’37, a piazza di Siena, mi ricevette con Olmo e Nuvolari».
Cosa le disse?
«Mi squadrò dalla testa ai piedi, ammirò la mia divisa di aviere, uscita dalle mani di un sarto fiorentino alla moda, e quando gli confidai che l’avevo fatta fare coi miei soldi, scoppiò in una fragorosa risata. Non mi amava, come non amava Carnera. Pensi: farà diffondere veline con il divieto tassativo di parlare delle nostre famiglie».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Chi furono in quegli anni Trenta i suoi antagonisti?
«Innanzitutto Aldo Bini, velocista formidabile, amico generoso».
E negli anni del dopoguerra?
«Che domanda! Fausto».
Dove e quando lo vide la prima volta?
«In Toscana, al Giro del Casentino. Mi si avvicinò un giovane timido, taciturno, dimesso, con una maglia giallolimone, e si presentò: ”Sono Coppi di Novi Ligure”. Poco dopo Girardengo mi disse: ” un fenomeno. E, in pianura, un treno”».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• In che cosa Fausto fu grande?
«In tutto, ma specialmente in pianura e nelle gare a cronometro. Sempre incollato alla sella aveva l’eleganza di un Binda».
E l’arrampicatore?
«Ma Coppi non era un arrampicatore: era uno scalatore».
Che differenza c’è?
«L’arrampicatore (io lo fui) si solleva sul sellino e pedala con regolarità. Non solo: ha lo scatto più facile».
I suoi talloni d’Achille in corsa?
«Se perdeva la ruota, era fritto. Correva sempre per vincere, mentre io correvo per correre. Non gettavo mai la spugna, tenevo duro sino alla fine. Ritirarmi lo consideravo un umiliante smacco».
Cos’avevate in comune lei e Fausto?
«Ci allenavamo con caparbietà maniacale».
E in che cosa eravate diversi?
«Fisicamente io ero molto più forte. Quando Coppi cadeva si rompeva sempre qualcosa. Dal ’50 al ’60, poi, cadeva sempre».(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Conosceva la dama bianca?
«E chi non la conosceva? Che strana love-story. Se penso che Fausto era in fondo un puritano, anche quando parlava di donne».
Ma di Giulia Occhini s’innamorò.
«No: fu lei a ”rapirlo”. Non può immaginare quanto fossero diversi. Lui poi si pentì. Che strano destino: Fausto se ne andò il giorno stesso in cui i legali avviavano la pratica di separazione».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Dove si trovava quando le diedero la notizia che Coppi era morto?
«In Versilia, alla Bussola di Bernardini. Capii che un filo s’era spezzato, che con il mio grande rivale se ne andava una parte di me».
Come lo ricorda?
«Con infinita commozione e tanta nostalgia. Abbiamo lottato, gioito, sofferto insieme. Quanto mi manchi, Fausto!».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Con che stato d’animo lei aspettava la corsa?
«Mentre tutti i miei colleghi pensavano alla gara, io, la sera, andavo a vedere un paio di western. La notte, se non riuscivo a dormire, sognavo a occhi aperti John Wayne o Alan Ladd. Nel ’46, alla vigilia della Milano-Sanremo, assistetti a Sangue e Arena con Rita Hayworth e Tyrone Power».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Sul Galibier, durante il Tour del ’52, fu lei a passare la borraccia a Fausto o Fausto a lei?
«Io a Fausto. Ma non era una borraccia: era la bottiglia d’acqua di una tifosa. Coppi la bevve? Sì. Poi la buttò via».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• A chi pensava quando correva?
«Alla Madonna. Vincevo per lei, senza mai chiederle di farmi vincere. Le ho offerto tutte le vittorie. Tutte, meno una dedicata a mio fratello, morto in gara a diciannove anni».
Come Serse, il fratello di Coppi.
«Anche lui mio grande amico».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• A chi la palma di campione del secolo?
«A Binda. Un fuoriclasse completo, invincibile in pianura, in salita, in volata. Record dell’ora, della montagna. E che stile! Peccato che fosse così poco comunicativo e così poco simpatico».
E Girardengo?
«Meno forte in salita di Binda ma superiore in volata. Passista e velocista portentoso. Una grinta rara, un uomo allegro, pieno di vita e di slanci».
E Merckx?
«Eccezionalmente dotato, ma senza veri antagonisti. Oltre al fisico e ai mezzi, aveva uno squadrone che io non ho mai avuto. Non era un arrampicatore, ma uno scalatore».
Chi sono stati i campioni italiani degli ultimi anni?
«Pantani e Bugno (l’ho scoperto io)».
E stranieri?
«Indurain e Olano».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Nel luglio del ’48, quando Pallante sparò a Togliatti, lei salvò davvero l’ltalia dalla guerra civile?
«Lo hanno detto e scritto. Quel 14 luglio il Tour riposava. In Francia, era festa nazionale: la presa della Bastiglia. Io vinsi le tappe del 15 e del 16 e del 18, giorno del mio compleanno».
E il 17?
«Altro riposo».
Dov’era quando seppe dell’attentato?
«In albergo, a Cannes. Nel primo pomeriggio De Martino ce ne diede notizia, poi ci disse: ”In Italia tira aria di rivoluzione. Domani si va a casa”. E, forse, ci saremmo andati se la sera De Gasperi, allora capo del governo non mi avesse chiamato al telefono da Roma».
Vi conoscevate?
«Ci davamo anche del tu. Ma solo in privato. Fin dagli anni Trenta eravamo iscritti all’Azione cattolica. Mi disse: ”Hai capito chi sono?” ”Sì, Alcide” risposi».
E lui?
«’Il Tour, dunque, è perso”».
E lei?
«Come perso?»
E De Gasperi?
«Hai troppi minuti di distacco dalla maglia gialla».
E lei?
«Ma il Giro non è finito: voglio e devo vincerlo. Domani c’è una tappa molto importante. Ci vorrà una sveglia per contare i minuti di distacco del secondo. Straccerò tutti. E, infatti, arrivai a Parigi in maglia gialla. Tornato in Italia, De Gasperi volle incontrarmi».
Cosa le disse?
«’Gino, chiedimi quello che vuoi”».
E lei cosa gli chiese?
«Uno sconto sulle tasse».
L’accontentò?
«No. ”Impossibile” mi rispose. Non insistetti».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• La Dc non le offrì nemmeno un seggio di deputato o di senatore?
«Sì: come indipendente. Ma lo rifiutai. Non ho mai fatto, né amato la politica».
Ha però sempre votato diccì.
«No. Ho sempre votato la persona. A Firenze, sempre per La Pira. L’avrei scelto anche se fosse stato comunista».
Che uomo era La Pira?
«Un santo, che anche d’inverno andava in giro per Firenze con i sandali e senza cappotto (lo regalava ai barboni)».
Non le chiese mai nulla?
«Io a La Pira o La Pira a me?».
Lei a La Pira.
«Mai».
E La Pira a lei?
«Il Sindaco di Firenze, sapendo ch’ero amico di Enrico Mattei di cui lui era amicissimo, ogni tanto mi diceva: ”Quando lo vedi, fammi mandare altri dieci milioni”».
E lei?
«Gli facevo mandare altri dieci milioni».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• A che età entrò nell’Azione cattolica?
«A dieci anni».
E a che età s’iscrisse al Terzo Ordine carmelitano?
«Nel ’36, quando morì mio fratello».
A quali voti esso vincola?
«A nessuno. Ma chi ne fa parte deve pregare molto. Ogni giorno io recito venticinque Pater, Ave e Gloria. Prego ovunque mi trovi. Anche in treno. Fingendo di dormire».
E in gara pregava?
«Sì. Ma non per vincere: per non cadere».
Ho visto che in casa ha una piccola cappella.
«Sì: dedicata a Santa Teresa di Lisieux mistica carmelitana. La feci fare in Val Gardena nel ’37. Ha letto la sua autobiografia, Storia di un’anima?».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• No. Ha conosciuto qualche Papa?
«Sì. L’ascetico Pio XII mi ricevette la prima volta in udienza privata nel novembre del ’40 insieme con mia moglie Adriana. Il 14 di quello stesso mese il cardinale Dalla Costa ci aveva sposati».
Cosa le disse il pontefice?
«Mi domandò: ”Quanti anni avete?”. Risposi: ”Io ventisei, Adriana ventuno”».
E lui?
«’Cinque anni di differenza vanno benissimo”. Quindi, dopo averci benedetto, ci congedò».
Conobbe anche Giovanni XXIII?
«Sì. Mi chiese d’insegnarli ad andare in bicicletta. Voleva perdere qualche chilo pedalando su e giù per i viali vaticani».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)
• Va ancora in bicicletta?
«Sì. Ma in bicicletta da donna. Non si sa mai».
E sogna ancora di correre?
«Sì, ogni notte. Ma non sempre arrivo primo al traguardo».
Perché i Bartali non nascono più?
«Perché le madri non allattano più i figli per diciotto mesi».
Sa di essere ormai una leggenda?
«Sono solo Gino Bartali, un uomo come tanti, fedele a se stesso, devoto alla Madonna e a Santa Teresa di Lisieux».
(Gino Bartali a Roberto Gervaso)