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 2003  luglio 21 Lunedì calendario

Il ministero del Tesoro incasserà 2,325 miliardi dalla vendita dell’Eti, la società che cinque anni fa ereditò dal Monopolio l’attività di produzione e distribuzione dei tabacchi made in Italy ed un sistema feudale per il quale era naturale che ogni dirigente di Manifattura avesse al suo servizio da 1 a 3 ”servanti” (portavano il caffè, aprivano la porta ecc

• Il ministero del Tesoro incasserà 2,325 miliardi dalla vendita dell’Eti, la società che cinque anni fa ereditò dal Monopolio l’attività di produzione e distribuzione dei tabacchi made in Italy ed un sistema feudale per il quale era naturale che ogni dirigente di Manifattura avesse al suo servizio da 1 a 3 ”servanti” (portavano il caffè, aprivano la porta ecc.), oppure utilizzasse il tabacco e la linea di produzione per farsi un sigaro di suo gusto da regalare agli amici (vedi Cava dei Tirreni).
• Quella dell’Eti è la prima vera privatizzazione del governo Berlusconi dopo la vendita lampo della quota residua (3,5 per cento) in Telecom Italia. Ed è la più grande privatizzazione fatta in Europa dall’inizio dell’anno, la seconda del mondo. In una sola operazione il ministro Giulio Tremonti ha incassato tutta la somma prevista dalle privatizzazioni per il 2004.
• Il governo sperava di incassare al massimo 1,5 miliardi di euro. La cordata capeggiata da British American Tobacco (Bat), cui partecipano anche Axiter (Confcommercio) e FB Group (Franco Bernabè) ha offerto molto di più dei due concorrenti: Imprenditori Associati (Piofrancesco Borghetti, Emilio Gnutti, Luca Cordero di Montezemolo, Confagricoltura, Diego Della Valle e Marcellino Gavio) si è fermata a 1,522 miliardi; il gruppo franco-spagnolo Altadis, supportato dal fondo Equinox e dalla Federazione Italiana Tabaccai, a 1,510 miliardi. Bat ha sorpreso e sbaragliato offrendo una somma 15,5 volte superiore al margine operativo lordo dell’Eti nel 2002.
• La Bat è il secondo gruppo mondiale del tabacco (dietro Philip Morris) con una quota di mercato del 14,6 per cento: nata il 29 settembre 1902 dalla fusione della britannica Imperial Tobacco Company con la statunitense American Tobacco Company, nel 2002 ha venduto 777 miliardi di sigarette per un fatturato di 35,146 miliardi euro ed un utile di 3,279; 85 stabilimenti in 66 Paesi, 85 mila dipendenti, ha 300 marchi di sigarette fra cui Rothmans, Pall Mall, Dunhill, Lucky Strike, Kool.
• L’asta ha visto anche un derby italiano. I tabaccai, da una parte, con Altadis e la confederazione di Sergio Billé, vincente con Bat, dall’altra. La Fit temeva che il disegno di Confcommercio fosse quello di allargare il mercato dei distributori facendo saltare lo storico monopolio dei tabaccai. Mercoledì Billé ha voluto tranquillizzare tutti assicurando che Eti «si manterrà neutrale nella distribuzione e, anzi, la valorizzerà» contando sul contributo dei 56.000 tabaccai italiani che hanno tutto l’interesse a mantenere tranquillo il mercato, evitando sanguinose guerre sui prezzi.
• Anche il mercato italiano è dominato dalla Philip Morris, esclusa dall’asta per motivi di antitrust, che ha una quota del 60 per cento. Inglobando l’Eti, Bat passa dal 5 per cento ad oltre il 30 per cento. Il miglior cliente dell’Eti è però proprio la multinazionale della Marlboro (60 per cento del fatturato e 20 per cento del mol, margine operativo lordo), che ha sempre avuto la facoltà di rivedere i contratti di fornitura del tabacco (16 milioni di chili all’anno). è probabile che adesso la Philip Morris receda dai contratti con l’Eti, Bat ha già messo in conto la mossa ed è pronta a porvi rimedio.
• Sulla vendita dell’Eti si erano addensati sospetti e ombre «in virtù degli accordi pregressi che l’Ente tabacchi aveva stretto con Philip Morris e che faceva della multinazionale americana il convitato di pietra della privatizzazione delle sigarette italiane. L’enorme distanza di valore tra l’offerta della Bat e della cordata che ha vinto l’asta e quelle degli altri due concorrenti fa giustizia delle polemiche e cancella in un sol colpo i dubbi che la vendita dell’Eti potesse risolversi in un inciucio all’italiana. Ai mercati di tutto il mondo che l’aspettavano al varco, l’Italia ha stavolta offerto una prova di trasparenza e un metodo – il disegno dell’asta – che non solo accrescono ricavi e affidabilità ma indicano una strada per le dismissioni di domani» (Franco Locatelli su ”Il Sole-24 Ore”).
• Il mercato italiano del tabacco vale al dettaglio 12,65 miliardi di euro (dati Nomisma) ed ha un’importanza strategica assoluta: nono al mondo per volumi, quinto per profittabilità, secondo solo alla Germania nell’Europa occidentale, valeva un sacrificio e la cifra investita dagli anglo-americani non deve stupire: primo perché la Bat ha iscritto a bilancio 6 miliardi di euro da destinare alle acquisizioni e poi perché prendendo come riferimento un’operazione simile, l’acquisto poco più di un mese fa dell’ente tabacchi marocchino Régie des tabac marocains, si vede che anche Altadis ha pagato una somma (1,3 miliardi di euro) 16 volte superiore al mol.
• Con l’Eti, Bat conquista un tassello strategico nel mercato del tabacco europeo. L’amministratore delegato di Bat Italia, Francesco Valli, spiega che potranno ottenere «sinergie importanti unendo l’esperienza della Bat con quella della Eti. Sia nel campo commerciale che in quello dei prodotti. Tenga presente che siamo presenti in 180 paesi e possiamo sviluppare le esportazioni di Ms e Toscano dove il made in Italy ha molte possibilità di crescita. Solo in Brasile la Bat può contare su 360 mila punti vendita».
• L’Eti ha 7 stabilimenti: in sei mesi, dal primo ottobre 2002 al 31 marzo 2003, ha venduto 26 miliardi di sigarette per un fatturato di 336 milioni di euro ed un utile di 92. [10] Dopo la cura portata avanti in questi anni dal management, si presenta come una società in salute che nel dicembre 2002 ha pagato al Tesoro dividendi per 46,9 milioni di euro.
• La fine del Monopolio dei tabacchi è iniziata nel 1998. All’epoca lo Stato doveva alle sigarette dal tabacco chiaro, quelle tipo Ms, quasi l’80 per cento dei 200 miliardi di lire di utile (sui circa 4 mila miliardi di fatturato) che vantava nel business del fumo. Al secondo posto venivano le sigarette straniere prodotte su licenza in Italia, più o meno il 15 per cento dell’utile. Il resto veniva dai tabacchi da fiuto, dai sigari, dalle ”slim”. Le sigarette scure, tipo le nazionali, erano in netta perdita, travolte dalla trasformazione del gusto dominante fino a quando, quell’anno, non era intervenuta una provvidenziale manovra tariffaria che alzando il prezzo del pacchetto aveva riportato il prodotto in attivo.
• La produzione delle sigarette era già stata liberalizzata ovunque, in Europa. Il ministero delle Finanze decise perciò di smantellare questo ramo d’attività dei monopoli e di privatizzare vendendo al migliore offerente (in un primo momento ci fu pure l’idea di quotare la società in Borsa). Il processo iniziò con la costituzione dell’Ente tabacchi italiano, a cui facevano capo i due rami d’attività dei sali e tabacchi nonché una bella fetta dei dipendenti (circa 7.400: poco più di mille restarono a carico del ministero delle Finanze per gestire il lotto e le lotterie). Quel primo passo fruttò al Tesoro duemila miliardi: a tanto ammontavano i fondi dei Monopoli che sembravano impegnati ma in realtà non lo erano, e che quindi rientrarono come un regalo imprevisto nelle disponibilità del ministro Ciampi.
• Il secondo passo fu la nomina di un presidente esterno all’amministrazione finanziaria, Maurizio Basile, che sulla poltrona dell’ultimo potente direttore generale dei Monopoli, Ernesto Del Gizzo, portava l’expertise del gestore e del liquidatore di aziende delle ex Partecipazioni statali (Italasanità, Iritecna, Finsider). Il business era gestito un po’ sottotono dallo Stato, che si trovava nell’imbarazzante veste di produttore di una merce di cui poi limitava il consumo per motivi di salute e vietava la pubblicità, anche se questo non gli impediva di incassare il 73 per cento dei 20 mila miliardi che gli italiani spendevano in fumo sotto forma di tasse e il 7,8 per cento sotto forma di ricavi.
• L’Eti nasceva in sovrappeso: la Seita, cugina francese del tabacco, con un terzo dei dipendenti in meno faceva mille miliardi in più di fatturato. Basile indicò subito due priorità: frenare le perdite di quote di mercato e ottimizzare il ciclo produttivo. In quindici anni la vendita di tabacchi aveva subito un tracollo: da 104 milioni di chili venduti nel 1983 si era passati a 90,5 milioni di chili nel 1997. Se la gente fumava meno, in compenso fumava sigarette più costose. Gli acquisti erano concentrati su due fasce di prodotto: quello delle Ms (prezzo tra le 3.550 e le 4 mila lire) e la fascia alta comprendente Marlboro e Merit (5.050-5.500). Le vendite di sigarette italiane erano state superate da quelle di marche straniere: nell’83 le prime rappresentavano il 67 per cento del totale, nel 1999 i fumatori erano diventati più esterofili (ma in gran parte quelle sigarette erano prodotte su licenza dagli stessi monopoli) e le marche italiane avevano ormai solo il 35 per cento del mercato.
• Le fabbriche che producevano sigarette, sigari, trinciati, tabacchi da fiuto non avevano tutte la stessa produttività. L’ultimo bilancio dei Monopoli, presentato nel giugno del 1998, spiegava che se la media era di 9 mila chili di prodotto procapite ogni anno (contro una media europea di 12 mila chili), stabilimenti come quelli di Catania, Cagliari, Napoli e Palermo erano largamente sotto (5.700 chili). Di conseguenza il costo industriale variava (molto): produrre un pacchetto di sigarette aveva un costo industriale medio di 400 lire (cioè 20 mila lire al chilo), ma secondo lo stabilimento da cui proveniva poteva oscillare anche del 35 per cento. Prendiamo le Ms: fatto 100 il prezzo di un pacchetto prodotto a Rovereto, a Milano si arrivava a 125, a Catania a 135.
• Dove il costo industriale sale, il margine diminuisce. In alcuni casi, ad esempio Cava dei Tirreni (sigari), Napoli, Palermo, Trieste, il margine era talmente basso da annullare quasi la redditività dell’impianto. La collocazione sul mercato di quelle manifatture, così come erano, non sarebbe stata redditizia come si è poi rivelata. Il problema non era comunque la redditività ma la sostenibilità: Basile spiega che «senza una politica commerciale, nel giro di tre, quattro anni, l’azienda sarebbe sparita». Primo passo l’inevitabile dimagrimento. Quindi la chiusura di tre stabilimenti e la ricerca di un accordo sindacale per la gestione degli esuberi. Spiegava Basile all’inizio del 2001: «Delle 3.500 persone di troppo, 1.200 verranno riassorbite dalle Finanze o dalla Pubblica amministrazione, il resto andrà in pensione nel giro di tre anni, con incentivazioni e in parte con il ricorso a un fondo di sostegno al reddito». Costo dell’operazione: 300 miliardi di lire, con un taglio del costo del lavoro di 190 miliardi l’anno, per sempre.
• Bisognava ridare competitività alle ”bionde” made in Italy. Quindi nuovo look soprattutto per l’’ammiraglia” Ms (dal design dei pacchetti alle miscele), nuove sigarette per assalire la fascia da 4.500 lire a pacchetto (quella delle Camel), valorizzazione dei leggendari Toscani. E poi, visto che senza pubblicità sarebbe stato arduo frenare l’emorragia delle vendite, la decisione di infrangere il tabù e di tentare, come i concorrenti, la strada delle sponsorizzazioni sportive: le Ms sulle moto Aprilia di Ivano Beggio per un costo 17 miliardi per tre anni. Da allora il risanamento non si è più fermato.
• Resta da fare i conti con le campagne anti-tabacco: lotta al fumo senza quartiere, divieti di accendere le sigaretta in tutti i luoghi pubblici, multe pesanti per chi trasgredisce, rischi penali per la vendita ai minori. Ogni mezzo è buono per dissuadere i fumatori. Con un’aria del genere come stanno quelli che, grazie ai fumatori, da sempre fanno i soldi? Sono in crisi nera? Macché. Il tabacco rimane oro. Come viene confermato dai tabaccai. Sono loro a testimoniare che i fumatori non si lasciano scoraggiare ma resistono impavidi: in Italia (stima Ispo) sono 13.700.000 contro i 13.980.000 del 1993. Spiegava Sergio Baronci, segretario generale della Federazione Tabaccai (raggruppa circa 48mila tabaccherie): «Io non fumo ma quando vedo tutti questi divieti mi viene voglia di accendere una sigaretta. Figuriamoci chi il vizio ce l’ha».
• Gli ogm fanno più paura del fumo. Un paio d’anni fa una Carmen Soraire che faceva la contadina a La Cocha (Argentina) ricevette dal Vector Group di Miami delle sementi speciali in grado di produrre tabacco privo di nicotina (l’unica sostanza davvero responsabile della dipendenza) realizzate dalla North Carolina University. Il gusto delle sigarette rimaneva inalterato, ma la Philip Morris, abituale acquirente del tabacco di la Cocha, fece sapere che non avrebbe comprato quello geneticamente modificato. Perché avrebbe ridotto il consumo di sigarette? No, risposero quelli della Philip Morris, la paura era che europei e giapponesi, superdiffidenti verso il biotech, smettessero in massa di comprare Marlboro al solo sospetto che contenessero ogm...