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 2003  giugno 02 Lunedì calendario

Stefano Folli è il nuovo direttore del ”Corriere della Sera” in sostituzione del dimissionario Ferruccio de Bortoli: la decisione è stata presa giovedì dai soci del patto di sindacato che controlla il 44,8 per cento del capitale di Rcs MediaGroup

• Stefano Folli è il nuovo direttore del ”Corriere della Sera” in sostituzione del dimissionario Ferruccio de Bortoli: la decisione è stata presa giovedì dai soci del patto di sindacato che controlla il 44,8 per cento del capitale di Rcs MediaGroup. «Il patto ha votato all’unanimità» ha spiegato Bazoli senza altri commenti. Ieri il ”Corriere della Sera” non è uscito per uno sciopero dei giornalisti (approvato dall’assemblea a larghissima maggioranza). Raffaele Fiengo, del Cdr: «Uno sciopero deciso contro i metodi attraverso i quali si è giunti a un cambio di direzione e non contro il direttore uscente né contro il direttore designato».
• Quello del ”Corriere della Sera”, dicono, è molto più di un normale passaggio di consegne. Giulio Anselmi: «Un po’ perché l’antico quotidiano di via Solferino è l’ammiraglia del giornalismo italiano, il nostro foglio più conosciuto nel mondo. Un po’ perché il passaggio di mano fra i suoi direttori corrisponde a fasi diverse nella vita del Paese, a rivoluzioni, restaurazioni e riassetti che il capitalismo nazionale promuove, frena o asseconda sulla base dei suoi interessi e dei suoi rapporti col mondo politico».
• «Si sono presi anche il Corriere», titola ”l’Unità”, ma Fassino non apprezza. Anzi è fortemente irritato. «Ci vuole misura», commenta infatti il segretario Ds, che dirama attestati di stima al direttore dimissionario («Grazie, caro Ferruccio, per quanto ci hai dato in questi anni») e a quello designato: «Guardiamo con grande simpatia a Stefano Folli, professionista stimato a cui tutti hanno riconosciuto sempre capacità giornalistiche e intellettuali molto forti». Con Fassino si schiera la maggioranza Ds: da Massimo D’Alema «un convinto augurio di buon lavoro», Gavino Angius si dice perplesso per le «reazioni e gli atteggiamenti allarmati» seguiti alla nomina di Folli. Giuseppe Caldarola è in «totale disaccordo con la lettura che della vicenda del Corriere ha dato l’Unità», perché «non c’è nessuna minaccia».
• La stampa ha paura del potere? ”Il Riformista”: «[...] ne è condizionata, nelle minime scelte quotidiane e nelle grandi scelte, come quella del cambio di un direttore. [...] De Bortoli sarebbe ancora al suo posto se non fosse stato inviso a Berlusconi, e [...] la staffetta è avvenuta non per ragioni editoriali, ma politiche. Intendiamoci: anche altri politici - D’Alema, tanto per non fare nomi - hanno avuto da ridire sulla direzione de Bortoli. Anche altri politici - D’Alema, tanto per non far nomi - hanno dichiarato che i giornali è meglio non leggerli. Ma il punto è: D’Alema non aveva il potere di far sostituire De Bortoli, neanche se l’avesse voluto. Berlusconi quel potere ce l’ha avuto, anche se non l’avesse chiesto».
• C’è una leggenda metropolitana che riguarda de Bortoli: «Un giorno, in un’occasione ufficiale, mentre stava con Cesare Romiti, ebbe la ventura di imbattersi nel nostro presidente del Consiglio, il cavaliere Silvio Berlusconi. Dopo un sorriso a sessantaquattro denti, il premier lo interpellò così: ”Ah, bene! Lei è Ferruccio de Bortoli, il direttore del ’manifesto’”!. Vale a dire un estremista della carta stampata, uno di quelli che vanno giù durissimo, un fondamentalista dell’anti-berlusconismo» (Giampaolo Pansa).
• Cesare Romiti e la Fiat da qualche mese spingevano per una linea politica del ”Corriere” «più in sintonia con gli impulsi berlusconiani». Giovanni Pons (’la Repubblica”): «La Fiat ha bisogno del governo per portare a termine il piano di risanamento dell’auto e la Gemina della famiglia Romiti non gode certo dell’autonomia finanziaria necessaria a reggere eventuali scontri di potere. Così de Bortoli ha deciso di lasciare con la consapevolezza di mettere un po’ con le spalle al muro i suoi azionisti e sollevando anche l’irritazione di alcuni di loro. ”Ci ha messo in una posizione scomoda - dice uno dei partecipanti al patto di sindacato Rcs Media - sembra che il governo ci chieda una cosa e noi corriamo a soddisfarlo”».
• Ferruccio de Bortoli è nato a Milano nel 1953. Laureato in Giurisprudenza, arrivò al ”Corriere della Sera” nel 1979, dopo il praticantato al ”Corriere dei Ragazzi” e alcuni anni al ”Corriere d’informazione”, come cronista, per poi passare alle pagine economiche. Fu quindi caporedattore dell’’Europeo” e del ”Sole-24 Ore”. Nell’87 tornò al Corsera come caporedattore dell’Economia e commentatore economico. Vicedirettore dal dicembre del ’93, fu nominato alla direzione l’8 maggio del ’97 succedendo a Paolo Mieli. Nessuno lo conosceva, quando fu nominato: «Né i lettori, né gli addetti ai lavori. Alzi la mano chi ricordasse un articolo, un’intervista, un libro, una corrispondenza che recasse la sua firma. Capo dell’economia - posizione storicamente redditizia in via Solferino - vicedirettore di Mieli, stimato da Romiti. Queste erano le sue credenziali» (’Il Riformista”).
• De Bortoli «non appariva (forse non voleva apparire) come l’uomo forte capace di governare una redazione dipinta come riottosa e difficile, non vantava trascorsi da intellettuale. Doveva fare i conti con una proprietà che dalla Fiat all’Hdp di Romiti, da Mediobanca a Banca Intesa e al Credito Italiano, da Pirelli a Lucchini rappresenta gran parte del potere economico italiano, con interessi spesso divergenti. E si trovava a fronteggiare il mondo della politica, deciso a riaffermare il proprio primato, dopo lo sconvolgimento di Mani pulite» (Anselmi).
• De Bortoli ha retto l’assalto di ”Repubblica”, «irrobustito il carattere nazionale della testata (che da sempre vende oltre tre quarti delle copie in Lombardia) aprendo dorsi locali ben fatti e ben diretti, guidato con fermezza la redazione senza provocare un giorno di sciopero. Fermo con Berlusconi. stato corretto ma fermo con la proprietà come con il cdr. Soprattutto, è stato fermo con Berlusconi, senza snaturare il giornale, senza portarlo a sinistra (cosa non difficilissima, basta chiedere di tanto in tanto un fondo a Galli della Loggia). Non da ora Berlusconi chiede la sua testa: e questo è un bel riconoscimento. [...] De Bortoli ha usato la raffinata tattica di farlo attaccare da destra, dai Romano, dai Sartori» (’Il Riformista”).
• De Bortoli è stato un direttore ”di macchina”, «nel senso migliore del termine: attento all’artigianato, alla fattura delle pagine, alla vivacità cronistica di un giornale che deve stimolare gli intellettuali e piacere anche ai commercianti e ai taxisti, soprattutto a Milano. Ma spesso ha scritto, lasciando il segno: come quando, con un suo fondo, ha schierato il ”Corriere” contro la guerra in Iraq. Senza teorizzarlo, de Bortoli è stato un ”terzista”, com’è di moda dire per indicare chi non ama intrupparsi in uno schieramento, di sinistra o di destra. Ma non si è nascosto l’evidenza e non ha evitato di criticare gli aspetti più macroscopici del conflitto di interessi e della politica giudiziaria del centrodestra» (Anselmi).
• Stefano Folli è nato a Roma nel 1949 da una famiglia di origini lombarde. Giovanni Spadolini (segretario del Pri, premier negli anni 80 e direttore del Corriere dal ’68 al ’72) è stato uno dei suoi maestri. «I primi passi nel giornalismo li muove proprio alla ”Voce Repubblicana”, prima della chiusura nel 1978. Quando il giornale torna in edicola, nell’81, Folli è direttore. Entra nello staff di Palazzo Chigi, proprio con Spadolini, primo presidente del Consiglio laico nella storia della Repubblica. Alla ”Voce Repubblicana”, resta fino al 1989 quando diventa caposervizio politico al ”Tempo”. Ma per lui sta per cominciare l’esperienza al ”Corriere della Sera”, dove nel 1990 diventa notista politico, poi editorialista. [...] Nel ’95 disse di sé: ”Io mi definisco liberaldemocratico”. E del suo giornalismo: ”Cerco il distacco critico da fatti e personaggi”» (’la Repubblica”).
• Il nome di Folli è frutto dell’opera bipartisan di Romiti. Un imprenditore milanese «che frequenta i salotti romani» spiega: « riuscito a soddisfare le esigenze di cambiamento degli ambienti berlusconiani con i richiami all’indipendenza che sono arrivati dai banchieri più vicini alla sinistra [...] Se fosse partito il balletto delle candidature esterne sarebbe stato molto più difficile decidere all’unanimità». Palazzo Chigi «aveva messo in pista Carlo Rossella, Romiti ha contrapposto Ernesto Auci e, come second best, Pietro Calabrese, il suo pupillo che ha rilanciato la ”Gazzetta dello Sport”. Alla fine, si è convenuto che Folli sarebbe stata una soluzione interna, di alto profilo professionale, gradita anche alle massime cariche dello Stato, dal Quirinale ai presidenti del Senato e della Camera fino a Gianni Letta. Un uomo di garanzia» (’Il Riformista”).
• Il ”metodo Rai” ha fatto infuriare le banche. Secondo ”Il Riformista”, «la proprietà è debole e frastagliata, ma le grandi banche milanesi restano deus ex machina del capitalismo italiano»: «Il cda di Rcs MediaGroup è presieduto da Guido Roberto Vitale, di Romiti ce n’è uno ma è il figlio Maurizio, amministratore delegato. Cesare resta a capo dei quotidiani che sono una divisione, anche se l’unica profittevole, del gruppo. Ma Rcs MediaGroup, nato dalla fusione con Hdp è governato dallo stesso patto di sindacato della holding-madre. E cioè Fiat con il 10,2% rappresentata da Franzo Grande Stevens, Mediobanca con il 9,378% con Gabriele Galateri, Gemina (9,2%) con Romiti padre, Italmobiliare (4,8%) con Giampiero Pesenti, Generali (2,54%) con Raffaele Agresti, Pirelli (1,9%) con Marco Tronchetti Provera, Banca Intesa (1,9%) con Corrado Pasera, Inpar (1,88%) con Luigi Lucchini, Smeg (1,18%) con Roberto Bertazzoni, Edison (1%) con Umberto Quadrino, Mittel (0,877%) con Giovanni Bazoli. Fuori sono rimasti Ligresti (5,1%) che ha chiesto formalmente di entrare, e Caltagirone (2,01%)».
• Un azionariato così disperso rende di per sé più complessa la governance. ”Il Riformista”: «[...] in Rcs la proprietà oltre che frastagliata è anche debole e distratta. Non ci sono veri actionnaires de référence. Per nessuno di loro l’investimento nel ”Corriere” è davvero strategico. Umberto Agnelli ha detto che per ora nulla cambierà, sottolineando quel ”per ora”, ma in campo editoriale la sua priorità resta la ”Stampa” che va ristrutturata e rilanciata. [...] Mediobanca dopo Maranghi sta ripulendo la ragnatela di partecipazioni molte delle quali sono fonte di difficoltà e di perdite vere e proprie (a cominciare da Rcs ex Hdp). Pesenti, Lucchini e Tronchetti ci sono per l’eredità di Cuccia. Le banche, a loro volta, tengono nelle loro mani le sorti di buona parte degli altri azionisti (Fiat, la Gemina di Romiti, Lucchini, Edison, Pirelli-Telecom, Generali e Mediobanca). E ciò impiomba i loro stessi bilanci. Un insieme di gemellaggi siamesi che avrebbero fatto inorridire Raffaele Mattioli, che ebbe l’idea di creare Mediobanca. Questi intrecci talvolta incestuosi (per citare ancora Mattioli) potranno essere sciolti nel luglio 2004 quando scadranno sia il patto di sindacato di Mediobanca sia quello di Rcs» (’Il Riformista).
• In questo momento gli interessi prioritari di Cesare Romiti non sono in via Solferino. «Nella conglomerata Romiti si mescolano un passaggio generazionale molto complesso e la determinazione delle nuove strategie del futuro. E Cesarone potrebbe aver deciso che la solidità del cemento armato è da preferire alla ribalta della carta stampata. D’altronde, è solo il terzo azionista di Rcs - dopo gli Agnelli e Mediobanca, per di più via Gemina, dove deve spartire il controllo con altri - mentre per la sua società di costruzioni Impregilo si apre un periodo di grandi opportunità grazie alle opere pubbliche» (’Il Riformista).
• Uscito dalla Fiat, Romiti ha aggiunto sotto l’architrave della finanziaria Gemina tre pilastri industriali: «Impregilo, Aeroporti di Roma e Hdp (ribattezzata Rcs MediaGroup). Poi ha affidato la gestione ai figli: Piergiorgio a capo di Impregilo - e in un secondo momento di Adr - mentre Maurizio si è lanciato nella creazione di una Hdp regina della moda e dei media. Nessuna delle tre società si è rivelata facile da gestire. Gemina da due anni non distribuisce dividendo e ha debiti per 880 milioni di euro. La vicenda più tribolata è stata proprio quella di Hdp: i marchi dell’abbigliamento si sono rivelati un vero e proprio buco nero (nel 2000 bruciarono 100 milioni di euro, l’anno dopo più di 200). Una spirale interrotta solo grazie all’uscita completa dal settore, per salvaguardare ”Corriere della Sera” e ”Gazzetta dello Sport”, unici prodotti proficui» (’Il Riformista”).
• I guai interni alle partecipazioni di famiglia hanno tolto Romiti dalla prima linea nelle battaglie finanziarie. «Aveva tagliato i ponti con Vincenzo Maranghi, tanto da opporsi all’ingresso di Ligresti nel patto di sindacato di Hdp nonostante fosse un evidente favore a Berlusconi, ma al momento della partita decisiva non ha avuto un ruolo significativo al fianco di Geronzi e Profumo. Ora è concentrato in scelte industriali e familiari tanto necessarie quanto difficili. Quali? Di certo c’è che Gemina continua a crescere in Impregilo (ormai è arrivata a possedere il 23,5%)» (’Il Riformista”).
• Il business plan 2003-2005 «presentato una settimana fa ha convinto gli analisti proprio perché Impregilo diviene sempre più il centro del gruppo. Il risanamento operato da Piergiorgio e il portafoglio ordini da 14,8 miliardi di euro sta facendo fare scintille al titolo in Borsa. Di fatto la società di costruzioni e impiantistica è tra le poche italiane in grado di proporsi come general contractor. Le dighe del Mose - un appalto da 2,3 miliardi di cui circa la metà finiranno al consorzio Nuova Venezia (partecipata al 40% da Impregilo) - e i cantieri già aperti dell’alta velocità ferroviaria, garantiscono il futuro. E sarà proprio la cassa generata da Piergiorgio - che si dice certo di poter ripagare bond in scadenza per 500 milioni senza creare nuovo debito - a rendere la gestione dell’investimento in Adr meno onerosa per Gemina» (’Il Riformista”).
• In questo scenario Rcs fa la Cenerentola, «tranne che le opere pubbliche rimandano a decisioni politiche e a nulla la politica è più sensibile che alle sirene di un grande giornale. Figuriamoci quando è il numero uno in Italia» (’Il Riformista”).