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 2003  aprile 14 Lunedì calendario

I problemi della vittoria «sono certo più piacevoli di quelli che s’incontrano dopo una disfatta militare, ma non per questo meno ardui» (Winston Churchill)

• I problemi della vittoria «sono certo più piacevoli di quelli che s’incontrano dopo una disfatta militare, ma non per questo meno ardui» (Winston Churchill).
• La cultura strategica Usa punta tutto sulla vittoria militare. «La politica seguirà. Così nelle due grandi guerre mondiali ”calde”, nella terza guerra mondiale ”fredda”, nei più o meno fortunati interventi militari, da Panama alla Somalia, dal Libano alla Bosnia, dal Kosovo all’Afghanistan. Idem oggi in Iraq. è un riflesso condizionato. A differenza delle grandi potenze del passato, infatti, l’America profonda tende a trascurare il controllo dello spazio. Prova a surrogarlo, quando può, con il culto della legge (rule of law), con l’ideologia degli Usa faro di libertà per tutti i popoli del mondo» (Lucio Caracciolo).
• Le leadership americane detestano il nation building «sicché le loro vittorie militari tendono a trasformarsi in durature conquiste politiche quando si tratta di occupare/liberare paesi abbastanza radicati, stabili e omogenei, dalla Germania al Giappone all’Italia. Sulla formidabile spinta americana, Stati di corposa sostanza storica riescono presto ad amministrarsi da soli. E restano legati da mille fili alla superpotenza di riferimento. I problemi nascono con i territori instabili, con gli Stati abortiti. Qui le armi a stelle e strisce conquistano spazi che spesso si rivelano troppo complessi e costosi per i contribuenti americani. Dunque per il presidente che ne è eletto» (Caracciolo).
• L’America, potenza mandataria in Iraq: «obiettivo: fare dell’Iraq un modello di successo, un esempio di democrazia e di libertà per il Medio Oriente, per i popoli arabi, per la comunità islamica nel mondo. La vittoria militare non basta. Serve il successo politico. Se Bush riuscirà, sarà innalzato nell’empireo dei grandi presidenti della storia americana. Ne guadagneranno non solo gli iracheni, ma tutti i popoli della regione. Se fallirà, pagheremo tutti il conto [...]» (Caracciolo).
• La transizione dell’Iraq verso la democrazia dovrebbe avvenire in tre stadi. 1) un’amministrazione militare americana; 2) quello che il vicesegretario alla Difesa Usa Paul Wolfowitz chiama «il ponte»: un’authority ad interim, un «quasi governo» iracheno che gradualmente sostituisca gli americani nell’amministrazione giorno per giorno; 3) un governo iracheno eletto e permanente. La prima fase sarà diretta dall’Office of Reconstruction and Humanitarian Assistance (Orha), che piazzerà il suo personale in tutti i ministeri, al vertice il generale in pensione Jay Garner. I critici parlano di «unilateralism on steroid», alcuni gruppi curdi e sciiti vedono nell’Orha un organo coloniale, i più convengono che si tratta di esagerazioni.
• La ”interim authority”. Il Pentagono pensava di affidare la fase 2 a leader dell’opposizione irachena in esilio, i britannici hanno fatto notare che difficilmente avrebbero ottenuto un seguito una volta ritornati in patria, meglio perciò rivolgersi a figure locali. Blair teme che alla fine il mondo (quello arabo in particolare) parli di un governo ”fantoccio” manovrato da Washington e suggerisce una conferenza internazionale gestita dall’Onu, sul modello afghano, per scegliere i membri dell’authority. Chirac continua a ribadire che «la ricostruzione dell’Iraq riguarda l’Onu, e basta». Difficile che Bush ceda: il presidente Usa sa che sulla ricostruzione dell’Iraq si gioca molte delle chance di rielezione e non vuole diventare ”ostaggio” di francesi, russi ecc.
• Il ritorno della democrazia. Quando gli iracheni potranno liberarsi della protezione internazionale ed eleggere i loro governanti? In Kosovo la risoluzione Onu 1244 diceva che ciò sarebbe dovuto avvenire una volta che lo «sviluppo democratico» avesse raggiunto un livello sufficiente. Cioè? Richard Holbrooke, inviato speciale dell’amministrazione Clinton nei Balcani, rifletteva nel 1998: «Che succede se le elezioni sono dichiarate libere e corrette ma vincono razzisti, fascisti ecc.?». In Bosnia le elezioni avrebbero dovuto tenersi nove mesi dopo gli accordi di Dayton, le truppe straniere avrebbero dovuto fare i bagagli entro 12 mesi. Clinton voleva risultati tangibili prima delle elezioni presidenziali del 1996, ma lasciò un tempo insufficiente per trasformare il panorama politico bosniaco. Alla fine, le truppe straniere restarono più a lungo del previsto.
• Tre fattori decisivi nella stabilizzazione geopolitica. «Primo: lo Stato nazionale non esisteva già prima della caduta di Saddam, non fosse che per l’autogestione curda in una sostanziosa e ricca porzione del Nord. Per l’intellettuale iracheno Salim Matar, ”noi siamo orfani di padre e di madre: non sentiamo l’appartenenza né allo Stato né alla patria”. Secondo: macrofratture etnoreligiose a parte (curdi e arabi, sunniti e sciiti, cristiani e yazidi), il vero potere pertiene alle famiglie allargate. Alcuni clan sono stati vezzeggiati dal regime uscente [...] dopo che i precedenti tentativi di modernizzazione/ nazionalizzazione per la scorciatoia laico-militare erano naufragati. Terzo: non c’è paese limitrofo che non coltivi antiche ambizioni su parti del territorio iracheno – né sarà facile installare a Bagdad un leader ”nazionale” privo di retropensieri sui ”diritti storici” (e petroliferi) nei confronti del Kuwait o dell’Arabistan/Khuzistan iraniano» (Caracciolo).
• L’Iraq è un paese esteso per circa 440 mila kmq «inserito tra Turchia (a nord), Iran (est), Giordania (sud-ovest), Siria (ovest), Arabia Saudita e Kuwait (sud), costituisce una cerniera tra l’universo arabo, il mondo iranico e il blocco turco. Sul suo territorio scorrono i due principali fiumi della regione (il Tigri e l’Eufrate) che si versano nelle acque del Golfo arabo-persico utilizzando l’unico sbocco al mare, con una costa lunga appena 60 km. Le sue principali risorse, oltre ai fosfati, sono i ricchi giacimenti di petrolio e di gas naturale, concentrati per lo più nel nord e nel sud del paese» (Lorenzo Trombetta).
• Il divario tra iracheni e Stato. Chiuso ad est dai monti dell’Iran e dalle alture dell’Asia, a nord dalle alture del Caucaso e dell’Anatolia, a ovest e a sud dal deserto siriaco e dalla penisola araba, l’Iraq «è come una fertile vallata con confini aperti e circondata da sterili alture dalle quali, per migliaia di anni, sono partiti sciami di razziatori che ogni volta hanno distrutto la civiltà preesistente seminando la desolazione. Dalle acque dei due fiumi nasceva poi un’altra civiltà che si sviluppava e si estingueva proprio come quella precedente [...] Ma all’Iraq non sono bastate l’occupazione straniera, le disgrazie naturali, l’ostilità delle tribù arabe, curde e turcomanne: per molti secoli il paese è stato terreno di scontro tra due irriducibili nemici, gli ottomani e gli iraniani. Con la fondazione del moderno Stato iracheno nel 1921, il regime monarchico, nonostante i suoi sforzi in senso nazionalista e liberale, continuò a essere affetto dalla stessa malattia: la gran parte della popolazione rimaneva isolata [...] Con il passare degli anni, il divario tra iracheni e Stato si fece sempre più profondo fino a raggiungere il suo apice con l’avvento dell’epoca repubblicana (a partire dal 1958)» (Salim Matar).
• Il buio è completo. «A chi si meraviglia che non esista un bilancio statale iracheno (l’ultima Finanziaria risale al 1978) o che non si abbia un’idea del numero degli abitanti del paese, del numero di disoccupati o del livello dei redditi, basti ricordare che l’ultima piantina ufficiale di Bagdad è stata pubblicata nel 1973, e che per ragioni di sicurezza non è mai stata aggiornata. Tale è il buio creato da Saddam sull’economia e sulla finanza irachena che il diparimento al Tesoro è stato costretto a chiedere alla Cia l’indirizzo della banca centrale e delle sue filiali di Bagdad» (Alessandro Plateroti).
• Un mosaico di etnie e confessioni religiose. «La maggioranza dei musulmani (il 97 per cento della popolazione totale, accanto ad un’esigua percentuale di cristiani siriaci e caldei e di altre comunità) è sciita (65 per cento), presente per lo più nelle regioni sudorientali, mentre i sunniti (32 per cento) occupano le aree centrali e settentrionali. Anche dal punto di vista etnico il frazionamento è notevole: la minoranza curda (20 per cento) è presente al nord, lasciando il resto del paese alla maggioranza araba (75 per cento). Il resto della popolazione (circa 5 per cento) è composto da turkmeni e assiri: i primi, turcofoni e in larga parte musulmani sunniti, occupano una fascia trasversale nord-ovest/sud-est lungo le regioni centro-settentrionali. I secondi, cristiani di rito siriaco, caldeo e cattolico, sono invece concentrati prevalentemente al nord, in un’area in parte nel territorio curdo e in parte in quello controllato da Bagdad» (Trombetta).
• La nuova Costituzione stabilirà che l’Iraq sarà uno Stato unitario «con una identità nazionale irachena rispettosa dell’eredità tribale, etnica e religiosa». Molte le incertezze: «In primo luogo la forma dello Stato. Sarà uno stato centralizzato come vorrebbero i sunniti, uno stato federale come preferirebbero gli sciiti o uno stato confederale come auspicano i curdi? Dalla forma dello Stato dipenderà anche il futuro della principale risorsa del Paese, il petrolio. Anche in questo caso si comprende l’interesse dei curdi e degli sciiti a rivendicare un maggior controllo sugli introiti petroliferi dal momento che la gran parte dei pozzi di greggio si trovano nel nord e nel sud del Paese. Non sarà affatto facile mettere d’accordo fazioni che da decenni sono abituate a combattersi. Ma tutti sanno che nel dopo Saddam non ci sarà alternativa all’intesa pacifica» (Magdi Allam).
• Iraq unito, democratico e pluralista. «In apparenza è la formula che sembra mettere d’accordo il più ampio numero di partiti, gruppi etnici, religiosi e politici. Numerose formazioni hanno infatti dichiarato, più o meno esplicitamente, di esser favorevoli a un Iraq post-Saddam che sia unito all’interno dei suoi confini attuali, governato da un sistema democratico rispettoso dello storico pluralismo etnico-religioso del paese. Nella maggior parte dei casi, però, ciascuna formazione preferisce fermarsi a una vaga dichiarazione d’intenti senza addentrarsi mai nei dettagli geopolitico-amministrativi del futuro Iraq. Anche il principio di democrazia non va letto qui nel senso tradizionale che ha assunto nell’Occidente moderno, bensì è da intendere nella sua accezione più ampia e originaria di governo del popolo. In molti casi va semplicemte considerato funzionale ad esser recepito positivamente dall’amministrazione Usa» (Trombetta).
• L’opzione hascemita: sostenuta dal Movimento monarchico costituzionale (Mmc), fa riferimento ad Alì Bin al Hussein, il quale sostiene di essere cugino (da parte materna) di re Feisal II, l’ultimo sovrano hascemita dell’Iraq. Al Hussein (il cui ritratto è stato pubblicato sul ”Foglio” del 17 novembre 2002, autore Claudio Franco) racconta di essere sopravvissuto al massacro della famiglia reale grazie a una domestica del palazzo rifugiatasi con lui, che all’epoca aveva due anni, nell’ambasciata saudita di Bagdad. Da lì, attraverso Riad, raggiunse Londra dove ha vissuto e studiato, laureandosi in economia. [9] Il pretendente al trono dell’Iraq spiega che «la natura estremamente complessa e variegata del tessuto sociale, etnico e religioso del paese non consentirebbe altra soluzione se non quella di un ”capo di Stato che rimanga al di sopra delle dispute tra fazioni e fuori dalle manovre politiche”. Gli ultimi quarant’anni di governo avrebbero dimostrato il fallimento della forma repubblicana, durante la quale i diritti fondamentali delle minoranze sarebbero stati regolarmente calpestati» (Trombetta).
• Lo Mmc propone un Iraq governato da un esecutivo eletto dal parlamento, «i cui rappresentanti siano nominati dal popolo, con un sovrano ”garante del popolo”. La monarchia non sarebbe però instaurata dall’alto, bensì scelta dal popolo, per mezzo di un ”libero e diretto referendum [...] La famiglia reale, sebbene sunnita, godrebbe così del supporto della maggioranza sciita delll’Iraq, dando alla monarchia quella legittimità attorno alla quale si potranno riunire tutti i gruppi”» (Trombetta).
• Iraq unito e federale: curdi al Nord e arabi al Centro-Sud. « la formula dei due principali partiti curdi (Pdk e Upk), i quali non hanno mai messo in discussione l’unità territoriale del paese [...] Ciò che invece distingue, almeno nei programmi, la posizione curda da quella degli altri oppositori, è la chiara volontà di stabilire in Iraq un sistema federale su base etnica. [...] Nella carta costituzionale della futura ”Repubblica Federale di Iraq”, presentata lo scorso mese di luglio dal Pdk, si chiariscono i termini dell’eventuale opzione federale: ”La Repubblica Federale di Iraq si compone in due regioni: 1) La regione araba comprendente le regioni centrali e meridionali dell’Iraq fino alla provincia di Ninawi a nord fatta eccezione per i distretti e i subdistretti a maggioranza curda; 2) la regione curda comprendente le province di Kirkuk, Sulamaniya, Arbil, con i loro confini amministrativi del 1970 [...]”» (Trombetta).
• La carta del Kurdistan iracheno proposta dal Pdk «arriverebbe a comprendere delle aree di particolare importanza strategica: il distretto di Zammar, nella provincia di Ninawi, oltre ad essere attraversato dall’oleodotto che dall’Iraq arriva al Mediterraneo via Turchia, controlla il corso dell’alto Tigri con la diga Mosul; la ricca regione petrolifera di Kirkuk è inoltre un tassello fondamentale per chiunque voglia assicurarsi un più vasto controllo delle risorse energetiche della regione» (Trombetta).
• L’ipotesi che il paese cada in una completa anarchia «sul modello somalo o afghano è quanto mai remota: oltre al fatto che l’Iraq ha una cultura politica e una struttura sociale ben diversa dai due casi sopra citati, c’è da chiedersi chi, tra le potenze regionali e mondiali, lascerebbe che un territorio esteso più dell’Italia e prossimo alla polveriera palestinese, venisse affidato al caos» (Trombetta).