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 2003  marzo 17 Lunedì calendario

A ventiquattr’ore dalla rinuncia di Paolo Mieli, giovedì 13 marzo Pera e Casini scelgono il nuovo capo di Viale Mazzini

• A ventiquattr’ore dalla rinuncia di Paolo Mieli, giovedì 13 marzo Pera e Casini scelgono il nuovo capo di Viale Mazzini. «Lucia Annunziata sarà il nuovo presidente della Rai. Nominata dai presidenti di Camera e Senato, ha accettato poco dopo la designazione a guidare la tv pubblica. Giornalista, direttore dell’agenzia di informazione Ap-Biscom, è la seconda donna chiamata al vertice della la Rai dopo Letizia Moratti, che ha diretto l’azienda di viale Mazzini per due anni, dal 1994 al 1996» (Marco Galluzzo).
• L’elettricità celeste di Zeus Keraunos. «Ebbene sì: ieri sera, in viale Mazzini si è rivelato per davvero Zeus Keraunos, il dio delle folgori. Un’impressionante scarica di elettricità celeste, simbolo di potenza soprannaturale, ma anche di fuoco, di fertilità e di energia virile, addirittura, ha accompagnato infatti la designazione di Lucia Annunziata alla presidenza della Rai» (Filippo Ceccarelli).
• Lucia Annunziata ha fatto un po’ di tutto, tranne che scaldare la sedia. «Ha iniziato in quella fucina di talenti che è stato il Manifesto degli anni ’80 e ha lavorato nelle corazzate dell’informazione italiana, Repubblica e il Corriere della Sera. In Rai c’è già stata come direttore del Tg3 e conduttore del talk show Linea Tre. E da più di due anni dirige l’agenzia di stampa ApBiscom. In ciascuno di questi incarichi il neopresidente della Rai tutto ha fatto tranne che scaldare la sedia. stata inviata di guerra un po’ ovunque: Nicaragua e Salvador, Guatemala e Perù, unica giornalista europea ad essere entrata nel ’91 nel Kuwait occupato» (Dario Di Vico).
• Due presidenti in sei giorni. Venerdì 7 marzo i presidenti di Camera e Senato, Marcello Pera e Pier Ferdinando Casini, nominano un nuovo consiglio d’amministrazione Rai. Presidente: Paolo Mieli. Consiglieri: Giorgio Rumi, Francesco Alberoni, Marcello Veneziani, Angelo Maria Petroni. Mieli dichiara subito che accetterà solo «dopo aver esaminato sotto ogni profilo le condizioni in cui potrà operare il nuovo cda». Le sue condizioni: il ritorno di Biagi e Santoro in prima serata, l’autonomia di scelta del nuovo direttore generale, stipendio adeguato. Domenica 9 marzo compaiono le scritte antisemite sui muri della Rai di Milano. Mercoledì 12 marzo, con una lettera ai presidenti delle Camere, Mieli rinuncia alla presidenza della Rai («Difficoltà di ordine tecnico e politico mi hanno impedito di accogliere la vostra offerta»). Giovedì 13 marzo Pera e Casini scelgono Lucia Annunziata («Ho accettato in piena autonomia senza aver sentito né il governo, né l’opposizione»).
• Dopo la rinuncia di Mieli, Berlusconi preme: «Lo schema 4 più 1 va mantenuto. E la cosa importante è chiudere subito». «Un messaggio chiaro ai presidenti delle Camere, ma soprattutto a Casini che sembrava pronto a ricominciare un lungo confronto sul cda Rai. Da questo punto fermo è cominciata la giornata di ieri, che ha portato alla nomina di Lucia Annunziata. Pera aveva già fatto sapere il suo pensiero: nominare subito il sostituto di Mieli e far partire il lavoro del cda. Dopo la notte, Casini si è convinto ad accettare la strada dei tempi brevi. ”Ho capito - ha spiegato – l’unica soluzione è quella del reintegro. In questo momento non ci possiamo permettere una lunga polemica sulla Rai, rischiamo di delegittimare la figura dei presidenti delle Camere. E la guerra si avvicina”». Iniziano le consultazioni di Casini con Rutelli e Fassino. «Visto che l’Ulivo ha offerto una terna, ripesca il nome di Fabiano Fabiani. I due leader dell’Ulivo sono d’accordo, ma nessuno nutre molte speranze. Infatti arriva di nuovo il veto del Cavaliere e di Pera sull’ex presidente di Finmeccanica. Casini chiede altre indicazioni, ma stavolta Fassino e Rutelli non cedono. Nel colloquio a Montecitorio il segretario dei Ds è chiaro: ”Io non faccio altri nomi e non voglio sentire neanche quelli che mi fai tu”. Casini quindi deve prendersi la patata bollente. Dalla maggioranza giunge l’indicazione di Paolo Gambescia, direttore del Messaggero. Il presidente della Camera la prende come una provocazione: l’editore del Messaggero infatti è la compagna di Casini, Azzurra Caltagirone. E la Rai non può diventare un affare di famiglia. La segnalazione di Antonio Polito, direttore del Riformista, ha vita breve. A questo punto Casini prende carta e penna, scrive una lettera al presidente del Senato. Da quando ha capito che la vicenda Mieli sarebbe finita male tiene nel cassetto un nome: Lucia Annunziata» (Goffredo De Marchis).
• I tre mesi di Pierre Carniti non sono i tre giorni di Paolo Mieli. «’Allora ho fatto bene a non comprarmi lo smoking...” disse alla fine Pierre Carniti stringendosi nelle spalle, il mezzo toscano spento in bocca a complicare quella specie di sorriso amaro. Era il febbraio del 1986, all’apice della Prima Repubblica, e con queste parole si concluse la breve e inusitata avventura dell’ex leader della Cisl alla presidenza della Rai. Solo che allora le cose procedevano con la massima lentezza, per cui prima di rinunciare alla poltrona di viale Mazzini, Carniti rimase in bilico per tre lunghi mesi; mentre prima di sciogliere negativamente la sua riserva, Paolo Mieli ha impiegato appena tre giorni. I tempi cambiano, si sa, e la storia non si ripete» (Ceccarelli).
• Il mondo anglosassone dei non ipocriti. «Ma allora dottor Mieli è vero che ha rinunciato alla presidenza della Rai per lo stipendio? ”Diciamo di sì, così sono tranquilli tutti. Sono orgoglioso di quello che guadagno, è tutto in busta paga ed è una retribuzione che mi sono conquistato con una vita di lavoro. Non me ne vergogno affatto. Anzi. Come accade nel mondo anglosassone e nel mondo dei non ipocriti, ciò che si guadagna in parte è ciò che si è. E sono grato al ministro Giulio Tremonti che, pur dicendosi costretto ad obbedire ad altre logiche, ha tenuto a dirmi che comprendeva alla perfezione il mio punto di vista. Ma chiudiamola qui”» (Di Vico).
• La Rai è un carrozzone e il suo presidente non ha un ruolo così importante. «Paolo è un caro amico. Noi possiamo arrivare a 1,3 miliardi di lire. Ma lui come fa a non rendersi conto che non potevamo arrivare a due miliardi? Eravamo disponibili ad offrire il doppio di quanto diamo ai manager di Eni e Enel. Ma con la differenza che quelle sono aziende con fatturati di oltre 50 miliardi di euro e la Rai è considerata da tutti gli italiani un carrozzone. Paolo poi sa bene che la legge non assegna al Presidente della Rai un ruolo così importante. Al capo azienda, ossia al direttore generale, quanto avremmo dovuto dare?» (Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro).
• «Alla poltronissima di viale Mazzini Mieli ha pensato per anni. Lavorando in tutte le direzioni. Estendendo la sua tela anche agli ambienti più lontani. Tanto da incassare non solo l’appoggio di Ciampi, ma anche quello del Vaticano. Bastava vedere la strana coppia chiamata da Anna La Rosa a commentare la storica visita del papa a Montecitorio. In grande sintonia Paolo Mieli si passava la palla con lo studioso più amato dal cardinal Camillo Ruini: Giorgio Rumi. Anche lui guarda caso nella cinquina. Alla fine Mieli era sembrato il tipo perfetto, capace con la sua astuzia e il suo savoir faire di pilotare e far convivere Michele Santoro e Antonio Socci. Ricordano bene al ”Corriere” il metodo Mieli. Perfino con il mito Indro Montanelli. ”Indro, ho pensato a quella tua riflessione di ieri, è magistrale”, attaccava il direttore ingigantendo quello che era stato appena un inciso interlocutorio del maestro, ma che era proprio quello che Mieli desiderava dire. E che il giorno dopo diventava l’autorevole editoriale di Montanelli» (Marco Damilano e Denise Pardo).
• Formule. «Il mio stato d’animo è quello di uno scienziato che ha assistito ad un esperimento in provetta assolutamente inedito, il cui risultato sarebbe stato utile per tutti. L’esperimento non è andato in porto ma la formula si è rivelata giusta, praticabile e perfino possibile. Dunque me ne vado sconfitto ma non amareggiato, perché la formula c’è e prima o poi qualcuno riuscirà a realizzarla nell’interesse del Paese» (Paolo Mieli).
• Rose, mezzi petali e petali interi. «Rutelli e Fassino mi avevano detto che il loro candidato numero uno era Fabiani e che il mio nome doveva servire a creare una rosa - rivela. Strada facendo, il mio mezzo petalo è diventato un petalo intero, e alla fine la scelta è caduta su di me. Ma l’elemento di chiarezza e la franchezza dei due leader del centrosinistra sono stati decisivi. Io ho detto subito a loro ciò che poi ho ripetuto ai presidenti delle Camere. Non le chiamerei le mie condizioni: ho semplicemente spiegato il modo in cui avrei interpretato il mio ruolo se fossi stato chiamato alla presidenza della Rai» (Mieli).
• Formare un Consiglio d’amministrazione Rai implica lo psicodramma. «Anche la presidenza di Mieli, plausibilmente, avrebbe [...] scombinato degli equilibri. Ma non quelli interni della Rai, come 17 anni orsono. Molto di più: avrebbe scassato gli equilibri - già piuttosto precari - della maggioranza di governo. Perché è nel video, oggi, che si gioca la vera partita del potere. E se Berlusconi, che se ne intende, ha detto una volta che Luttazzi, Santoro e Benigni (da Biagi), cioè tre ore di tv, gli hanno fatto perdere tre milioni di voti, ecco, davvero questa maggioranza e il suo leader non possono permettersi di lasciare a viale Mazzini un presidente che sia al tempo stesso autonomo e imprevedibile. Per questo, ogni volta, la formazione di qualsiasi Consiglio d’amministrazione della Rai comporta oggi lo psicodramma che comportava ieri la formazione di un governo. E una volta formato, questo Consiglio vive quanto viveva mediamente un ”governicchio” della Prima Repubblica: nove-dieci mesi. E a volte nasce pure morto, [...]. O dura il tempo politico di un sospiro, tra una riserva e una rinuncia. Parole antiche che valgono per il presente e il futuro» (Ceccarelli).
• Zappatori. «Io sarò una grande rompiballe, ma quando mi danno un campicello da coltivare, lì sto a zappare, e di buzzo buono» (Lucia Annunziata).
• La maga di Sarno. «Converrà qui ricordare che alla tenerissima età di otto mesi, per quanto già precocissima, Lucia veniva imboccata dalla mamma, con un classico cucchiaino. Pare superfluo ricordarlo, ma fuori quella sera c’era un gran temporale, tuoni e saette. Ed ecco che un fulmine entrò per la finestra della cucina, nella casetta di Sarno, in provincia di Salerno, città natale di Giovanni Amendola (liberale per molti versi esoterico). E insomma questo fulmine si abbattè sul cucchiaio - appunto - e sulla piccolina, che restò tramortita. Ma viva, altroché se viva. Bene, in tutte le culture mediterranee, dalla brontoscopia etrusca in poi, coloro che erano colpiti dalla folgore venivano considerate creature molto speciali, predestinate. Tale è senz’altro - a pensarci bene anche nel nome e cognome - Lucia Annunziata. Figlia di un ferroviere. Prosegue la leggenda che qualche anno dopo il papà la portava tutte le mattine all’asilo, in treno, affidandola a un collega in quel di Avellino Scalo. Un giorno nevicava e per non farle bagnare le scarpine Lucia venne provvisoriamente deposta sulla carta di un quotidiano. E qui, come in un racconto edificante, si scoprì che la piccola sapeva leggere. Aveva imparato da sola. Prodigi, dunque. Tanti anni dopo queste storie della folgore e dell’auto-apprendimento piacquero assai a Enzo Siciliano, che prese a chiamarla: ”la maga di Sarno”» (Ceccarelli).
• L’aspirante Rosa Luxemburg che puntò sul cavallo D’Alema. «Classe 1950, segno zodiacale - guarda caso - Leone, nata a Sarno (Salerno), figlia di un ferroviere comunista, Lucia Annunziata si è laureata a Salerno in filosofia. Ha fatto, come tanti della sua generazione, il ’68 con tutto il cursus honorum di occupazioni, espulsioni dall’università e fermi in Questura. ”Da grande sognavo di diventare Rosa Luxemburg, sono cresciuta con l’idea di fare la militante politica”. E proprio nelle riunioni dove movimento studentesco e giovani comunisti si disputavano la leadership, Lucia conobbe Massimo D’Alema. ”Ci riunivamo con Lotta Continua e Avanguardia Operaia in una piccola stanza di via della Vite, lui era il segretario nazionale della Fgci”. L’amicizia con D’Alema dura ancora e sarà proprio l’Annunziata a fargli un’intervista rimasta famosa, nella quale il leader diessino disse tutto, proprio tutto, quello che pensava dei giornalisti. ”Ho puntato su D’Alema uomo nuovo della sinistra quanto tutti gli altri giornalisti erano per Veltroni, io ho visto il cavallo vincente quando ancora era nella stalla”» (Di Vico).
• Musica. «Sono irrequieta perché penso che il giornalismo sia come la musica, che più strumenti sai usare e meglio conosci il mestiere» (Annunziata).
• Ora si riapre la partita del direttore generale. «Torna in ballo il nome di Agostino Saccà, anche se non si può affatto escludere una soluzione diversa, magari con un manager esterno, come Mauro Masi o Claudio Cappon, o interno come Giancarlo Leone. Sarebbe la prima volta, nel caso di conferma di Saccà, dall’approvazione della legge 206 del 93, che un direttore generale resta al suo posto dopo un cambio dell’intero cda. In caso di conferma di Saccà, uno dei principali problemi che si porranno tra il direttore generale e il nuovo presidente, sarà quello di Enzo Biagi e Michele Santoro. Appare difficile che una giornalista come Lucia Annunziata rinunci a riportare in video i due giornalisti, se non altro per ragioni di audience, come ha sottolineato Paolo Mieli. Non è detto, però, che Santoro possa tornare senza condizioni, visto che il pluralismo e la completezza in ogni programma saranno la parola d’ordine del nuovo Consiglio d’amministrazione [...] Un altro problema si aprirà se e quando il nuovo cda intenderà – com’è suo diritto e com’è sempre successo – cambiare le direzioni di reti, testate e divisioni. Si tratta di nomi proposti dallo stesso Saccà che, in caso restasse al posto di comando a Viale Mazzini, si troverebbe a chiederne la conferma o a sostituire professionisti di sua fiducia» (Marco Mele).
• «Agostino Saccà che con Lucia Annunziata condivide l’amicizia con Claudio Velardi, già dalemiano oggi imprenditore nelle pubbliche relazioni e servizi, si è subito detto entusiasta della scelta di Pera e Casini, quasi lasciando intendere che la sua riconferma è certa. Ma da Alleanza nazionale è direttamente Gianfranco Fini a gelare le sue speranze: sul nome di Saccà resta il no del vicepremier che spinge invece per una soluzione di compromesso, quella di Mauro Masi» (Gianna Fregonara).
• Elefanti e cristalli. «La Rai è un po’ come il Vaticano. Gli intrecci di potere e le cordate, le sfumature politiche nelle decisioni, la diplomazia nelle scelte, l’attenzione ai particolari che sembrano irrilevanti sono tali e tante che solo chi c’è stato è in grado di gestirle. Gli esterni vi si muovono come elefanti in una cristalleria» (Annunziata).