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 2003  gennaio 20 Lunedì calendario

Il Venezuela, quinto esportatore mondiale di petrolio (e quarto fornitore degli Usa) è lacerato da uno scontro politico che potrebbe portarlo alla guerra civile

• Il Venezuela, quinto esportatore mondiale di petrolio (e quarto fornitore degli Usa) è lacerato da uno scontro politico che potrebbe portarlo alla guerra civile. «Per cacciare Hugo Chavez, lo stravagante presidente che dopo il tragicomico golpe di aprile era tornato al potere in sole 24 ore, l’opposizione, coalizzatasi nel cartello della Coordinadora Democratica (alleanza di 17 partiti in cui sono confluite anche organizzazioni sindacali e movimenti civili), ha scelto stavolta la formula cilena che nel 1973 iniziò con il blocco dei trasporti e sfociò nella caduta di Salvador Allende. Uno sciopero a oltranza dei dipendenti (40 mila) della Pedevesa, l’ente petrolifero di Stato [...] che non dovrebbe portare all’insediamento di un nuovo Pinochet, ma alle elezioni anticipate» (Gianni Perrelli).
• Bloccati i pozzi e le navi, gli operai si sono girati i pollici per più di un mese. «Per fiaccarli il governo ha tentato di tutto. Anche di prenderli per fame e per sete, tagliando gli approvvigionamenti di viveri e acqua. Alla lunga Chavez ha posto fine all’ammutinamento con l’aiuto dell’esercito e di un po’ di crumiri. Ma la maggior parte delle petroliere restano alla fonda. Manca il greggio da trasportare» (Perrelli).
• Il Paese è spaccato. «Sono decisamente in maggioranza quelli che imprecano contro il populismo di Chavez, i suoi ammiccamenti al castrismo in nome della rivoluzione bolivariana. Non mancano i sostenitori del caudillo (tuttora il 30 per cento) che accusano di fascismo gli organizzatori dello sciopero, bollati come ”escualidos” (sintesi spregiativa fra squali e squallidi). Muro contro muro. In comune solo la sguaiatezza nelle manifestazioni per strada. I chavisti che ostentano gli organi genitali, i ribelli che scagliano contro l’esercito indumenti femminili. Un teatro dell’assurdo, che può trasformarsi in tragedia in un attimo» (Perrelli). Cira Romero, direttrice di una fondazione che promuove la democrazia: «Per capire dove si sta andando servono più gli astrologi degli analisti politici».
• Chavez è presidente del Venezuela dal 1998. Nel 1999 fece approvare dall’Assemblea costituente la nuova costituzione bolivariana del Paese, poi ratificata da un referendum popolare. Nel 2000, dopo la scoperta di un complotto omicida, fu rieletto con un mandato di sei anni per portare a termine la riforma politica del Paese. Nel novembre 2001 annunciò un pacchetto di 49 leggi approvate dal governo secondo un procedimento che non prevede il voto parlamentare: riforma agraria (con esproprio dei terreni giudicati improduttivi), riforma dell’industria petrolifera ecc. Tutto, a suo dire, per aiutare le classi povere, mentre l’opposizione l’accusava di mettere a rischio l’occupazione e l’economia.
• Il 9 aprile dell’anno scorso la Pedevesa (Pdsva) proclamò uno sciopero generale. Due giorni dopo, la guardia nazionale e alcuni sostenitori del presidente spararono ai manifestanti uccidendone 19. Alcuni comandanti militari costrinsero allora Chavez alle dimissioni e il 12 aprile lo arrestarono nominando capo del governo transitorio Pedro Carmona, membro tra i più influenti dell’organizzazione degli industriali che restò però al potere solo due giorni, dopodiché il presidente riprese il comando. Il 2 dicembre è partito un nuovo sciopero dell’industria petrolifera.
• «Il Venezuela dimostra che troppo spesso il petrolio è una maledizione» (Tim Padgett). Il Paese latinoamericano ha le più grandi riserve di greggio dell’emisfero ma l’85 per cento dei suoi 25 milioni di abitanti vive in povertà a causa dei cogollos, l’oligarchia che per decadi ha saccheggiato la ricchezza prodotta dai pozzi petroliferi. [4] «Chavez ha offerto un patto di non belligeranza a quel 5 per cento della popolazione che detiene l’85 per cento della ricchezza, e per acquisire benemerenze internazionali ha svenduto il gas dell’Orinoco a compagnie francesi, inglesi e americane. Però ha cercato di impossessarsi del petrolio: e lì sono cominciati i suoi guai. [...] Il Venezuela è stato a lungo la benemerita quinta colonna occidentale nell’Opec, di cui sfondava le quote. E garantisce agli Stati Uniti il 13 per cento delle importazioni di petrolio» (Guido Rampoldi).
• Chavez è un ex paracadutista nato a Sabaneta il 28 luglio 1954. «Promotore del ”movimento bolivariano” all’interno delle Forze armate, aveva agli occhi di tutti i suoi elettori un merito non secondario: il 4 febbraio del 1992 aveva guidato un tentativo di golpe contro Carlos Andres Perez, il presidente del massacro di Caracas che ordinò alle Forze armate di sparare sulla folla che protestava contro la corruzione e la crisi economica. Allora finì in carcere ma ne uscì due anni dopo, rinunciando all’esercito. Da quel momento la sua marcia verso il potere non incontrò più ostacoli. Divenne il paladino dell’onestà e della lotta alla povertà in un Paese che, dopo la sbornia del petrolio negli anni Settanta e Ottanta, aveva visto precipitare il suo tenore di vita. Quando arrivò al potere due terzi dei venezuelani vivevano al di sotto della soglia di povertà. E furono loro ad eleggerlo. Non è cambiato molto. In tre anni è riuscito soltanto a mettersi contro tutti».
• Chavez diventerà un’icona come Salvador Allende? Secondo ”il manifesto” «forse è un caudillo che si vedrebbe meglio collocato a destra, ma che la sua storia personale ha spinto a sinistra». Gabriel Garcia Marquez ha scritto che ci sono due Chavez: «Uno può salvare il suo Paese, l’altro potrebbe passare alla storia come un nuovo tiranno». Marquez sceglie il primo, a dispetto del suo passato: «Perché la storia del Venezuela, di golpisti, ne ha già digeriti almeno quattro». «Mica è facile decodificare la personalità di uno che passa da Rambo II (suo simbolo elettorale) alle colazioni con Fidel Castro e Lula. O che inneggia alla terza via di Blair, salvo poi concedersi una gita in auto con Saddam (agosto 2000). Alla fine comunque ”il manifesto” sceglie: il buono sta dalla parte di Chavez, democraticamente eletto dai suoi cittadini, mentre l’opposizione è ”intimamente golpista”» (Francesco Alberti).
• Stereotipi. Ana Julia Jatar, professoressa venezuelana del Centro Rockfeller per gli studi latinoamericani dell’università di Harvard, avverte: non è vero che la crisi del Venezuela è uno scontro tra l’élite tradizionale, guidata dall’associazione degli industriali, e i poveri, guidati da Chavez. Il Venezuela, scrive, è uno dei paesi latinoamericani con la più alta mobilità sociale. I cambiamenti dei prezzi del petrolio hanno creato e distrutto ricchezze da un giorno all’altro. Gli immigrati hanno fatto fortuna in tempi record. Lo sciopero contro Chavez, inoltre, è guidato dal più grande sindacato del Paese e gli ultimi sondaggi indicano che il presidente ha contro di sé il 70 per cento della popolazione: considerando che il 70 per cento della popolazione è povero, ne consegue che la maggioranza di poveri è contro il presidente. Ancora: non è vero che è in atto uno scontro etnico tra bianchi e neri, con questi ultimi guidati da Chavez: i leader dell’opposizione, Manuel Cova, Enrique Medina Gomez e Claudio Fermin sono di pelle scura, mentre i due principali assistenti di Chavez, il vicepresidente Diosdado Cabello e il ministro della Difesa José Vicente Rangel sono bianchi. Non è vero, infine, che l’esercito fa parte dell’élite conservatrice: le forze armate, così come la Pdvsa, sono importanti meccanismi di mobilità sociale (lo stesso Chavez è figlio d’operai).
• La democrazia ancora regge. «Chavez sarà anche un dittatore, ma non tocca la libertà di stampa [...] Ogni domenica manda in scena ”Hallo presidente”, un incredibile show di cinque-sei ore in cui fa rifulgere tutte le sue virtù istrioniche. Infilato in tute mimetiche o in camicioni dai colori sgargianti, e brandendo la Costituzione, sollecita il contatto con la sua gente» (Perrelli). [1] «L’opposizione mente con enfasi maggiore, e con eccezionale costanza, perché dispone di tutte le tv con l’eccezione della flebile tv di Stato, il cui segnale è misteriosamente disturbato. Ma negli ultimi giorni Chavez ha rotto l’assedio con incursioni nelle fortezze nemiche: e cioè ha imposto alle tv di trasmettere a reti unificate i suoi comizi fluviali e menzogneri, da venerdì anche due al giorno. Così la mattina un telespettatore ignaro può concludere che tutti i venezuelani detestano Chavez, e due ore dopo che gli stessi venezuelani lo adorano» (Rampoldi).
• Una tele-guerra fanfarona e sgangherata con un prim’attore, Chavez, dalle qualità teatrali indiscutibili: «Al cospetto del presidente i suoi nemici, ancorché in tv ubiqui, sembrano figuranti malassortiti: industriali scialbi, sindacalisti troppo grassi, generali tromboni, giornalisti vacui, una querula tecnocrazia del petrolio. Chavez è un’altra cosa. Per uso sapiente delle pause, vigoria dei gesti, tono potente della voce, può ricordare un Mussolini più autentico e meno ridicolo. [...] Anch’egli ha fondato un’ideologia, il bolivarismo, di cui però nessuno ha capito i contenuti, anche se in maniera confusa parrebbe spartire con la dignità della patria e delle classi umili. Ma l’idea che sia un tiranno comunista, come sostiene l’opposizione, è un malinteso comico. Difficile immaginare un bolscevico che grida a pieni polmoni ”Cristo è il mio comandante, Signore mio e del Venezuela”» (Rampoldi).
• Chavez ha fama di ”strano”. L’inviato della Cnn che lo intervistò alla vigilia delle elezioni del 1998 racconta che lo accolse col basco rosso calcato sulla fronte e una poltrona vuota accanto alla sua: «Qui è seduto Simon Bolivar - spiegò subito al giornalista -, insomma il suo spirito. Lui mi ascolta e mi guida».
• Gli Usa sono più preoccupati di Bin Laden, Saddam Hussein, Kim Jong Il. «Una delle molte sorprese della crisi venezuelana è che l’ottantenne dittatore caraibico Fidel Castro sia più influente del presidente della superpotenza americana George W. Bush. Washington, finora, non ha avuto una grande importanza nella crisi venezuelana. Che la potenza imperiale non eserciti la propria egemonia per definire la crisi di un Paese petrolifero a poche ore di volo dalle proprie coste, è difficile da immaginare. Ma è così» (Moises Naim).
• L’Amministrazione Bush è divisa. «Un gruppo sostiene che la difesa della democrazia è un valore fondamentale per gli Stati Uniti e che il regime di Chavez è una democrazia imperfetta quanto altre tollerate dagli Stati Uniti. [...] Un altro gruppo sostiene invece che il presidente venezuelano non è un vero democratico e che uno Chavez forte costituisce una seria minaccia per il suo Paese e per i paesi vicini» (Naim).
• L’attenzione che L’Avana dedica al Venezuela «è la più importante priorità nella politica internazionale di Cuba. Non c’è tema, nell’agenda mondiale, che abbia più conseguenze concrete per L’Avana della permanenza al potere di Hugo Chavez. E non solo perché Chavez il petrolio quasi glielo regala. L’alleanza con il Venezuela e l’enorme influenza personale che Castro esercita su Chavez aprono a Cuba porte e possibilità mai avute prima [...] Un regime ricco, amico e a due ore di volo» (Naim).
• Le organizzazioni criminali contano più di Bush: «Mettono radici nei Paesi dove il settore pubblico è entrato in crisi, da cui è facile entrare ed uscire [...] Non è detto che Chavez sia direttamente coinvolto nei traffici illegali. Ma molti funzionari del governo lo sono. [...] Le reti internazionali del crimine e i loro complici nel governo sono diventati un fattore politico molto importante in Venezuela. Un governo meno disposto a convivere con il crimine potrebbe costare loro la perdita del lucroso paradiso di impunità» (Naim).
• Chavez può ancora vincere la sua battaglia, il Venezuela l’ha già persa. Dal 1999 l’economia ha ceduto quasi il 10 per cento, si prevede che quest’anno, a causa degli scioperi, perderà almeno altrettanto. Gravato da un enorme deficit fiscale, il governo non potrà che tagliare le spese e stampare moneta. Il settore privato sarà affondato da un’ondata di bancarotte e il tasso di disoccupazione, ufficialmente al 17 per cento, aumenterà chissà quanto.
• Sono tre i leader emergenti nell’opposizione: «Henrique Mendoza, governatore dello Stato di Miranda, un democristiano che mastica di economia. Julio Borges, un avvocato di 32 anni, leader di una destra liberista che sa sfruttare a fondo i media. E Juan Fernandez, un dirigente petrolifero che ogni sera alle sette invita dagli schermi televisivi Chavez a fare fagotto. Ma nessuno di loro supera il 15 per cento dei consensi. Se si andasse subito al voto, l’opposizione dovrebbe puntare su un solo nome. Altrimenti [...] c’è il rischio surreale che contro i desideri di quasi tutto il Paese vinca ancora Chavez» (Perrelli).
• La vera incognita dell’America latina: «In genere l’elettorato non si fida più dei partiti tradizionali, e quando non trova un’alternativa dignitosa o è deluso dal demiurgo che ha plebiscitato, perde fiducia anche nella democrazia [...] Il Venezuela potrebbe inaugurare questa deriva sudamericana, se la crisi si risolvesse nelle caserme o nelle piazze. Se per esempio l’opposizione tentasse la spallata o Chavez indurisse la tendenza autoritaria del suo governo. Questo disastro sarebbe un pessimo segnale per il continente» (Rampoldi).