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 2002  novembre 25 Lunedì calendario

Giovedì, a Praga, la Nato ha celebrato il proprio trionfo con l’allargamento (dal 2004) a 7 nuovi paesi: Romania, Bulgaria, Slovacchia, Slovenia, Lettonia, Estonia e Lituania

• Giovedì, a Praga, la Nato ha celebrato il proprio trionfo con l’allargamento (dal 2004) a 7 nuovi paesi: Romania, Bulgaria, Slovacchia, Slovenia, Lettonia, Estonia e Lituania. «Come l’impero romano diciotto secoli fa, proprio nel momento in cui raggiunge la massima espansione territoriale e afferma la pressoché incontrastata egemonia dei propri valori, anche l’Alleanza tocca con mano i germi del declino e vede delinearsi, sotto la superficie del trionfalismo di circostanza, la faglia di una crescente divisione interna tra il proprio Occidente e il proprio Oriente. Tanto che sarebbe legittimo chiedersi se il fine ultimo dell’Organizzazione non sia ormai divenuto quello di tenere insieme i propri pezzi sotto un’unica leadership. Quella americana, naturalmente» (Andrea Bonanni).
• La Nato è morta, viva la Nato. «L’Alleanza Atlantica ha celebrato a Praga una festa di rifondazione che è anche un funerale. Ferita nei primi anni Novanta dalla perdita del nemico sovietico cui doveva far fronte, rivitalizzata solo in parte dai successivi interventi balcanici, la vecchia Nato ha ricevuto il colpo di grazia dopo le stragi dell’11 settembre: per combattere la nuova minaccia del terrorismo servivano metodi diversi, occorreva aggiornare in profondità gli arsenali, si doveva adottare una dottrina d’intervento senza limiti geografici. Tenendo a battesimo la Nato II in piena continuità con la sua illustre progenitrice, il vertice di Praga ha risposto a queste esigenze. Ma la soddisfazione generale dei partecipanti, e il corale benvenuto accordato ai nuovi soci ex- avversari, non sono riusciti a dissimulare del tutto le incognite che pesano sull’Alleanza rinnovata. [...] Nessuno dubita che gli europei abbiano gran bisogno degli americani per la loro sicurezza, e la nuova Nato si basa sul presupposto, certo più discutibile, che sia vero anche l’inverso» (Franco Venturini).
• Mai s’erano visti tanti rovesciamenti paradossali come nell’interregno che va dalla fine del «secolo breve» all’inizio tempestoso del 2000. «Poco più di un decennio, dapprima luminoso e poi sempre più buio. Esso si è esteso dalla brusca interruzione nel 1989 della guerra fredda, che aveva per epicentro l’Europa, per approdare infine, dopo gli eccidi balcanici, alle frantumate guerre planetarie terroristiche e antiterroristiche. Queste non hanno più epicentri né confini convenzionali e simmetrici: si spostano a singhiozzo lungo imprevedibili linee transcontinentali da New York a Kabul, da Bali a Mosca, dalle Filippine ai deserti dello Yemen e presto dell’Iraq. su tale sfondo estremamente mosso e insidioso, impensabile ai tempi della rigida geopolitica bipolare, che si è compiuta in questi giorni l’ulteriore dilatazione dei confini strategici del Patto Atlantico» (Enzo Bettiza).
• I sette Paesi dell’Est fanno crescere i muscoli, non la testa dell’arsenale atlantico. «Portano in dote 13 mila carri armati di sovietica memoria, 500 aerei da combattimento (soprattutto Mig di vecchia generazione), una dozzina di navi, 227 mila soldati. Il meglio che Lord Robertson potrà sfruttare da subito sono probabilmente i reparti speciali alpini della Romania (il Paese più militarizzato tra i debuttanti), la difesa aerea slovena, gli specialisti bulgari in decontaminazione, mentre tutti daranno una mano per il ”peacekeeping”. A ingolosire la Nato è più che altro la posizione geografica degli esordienti, dal Baltico al Mar Nero» (Claudio Lindner).
• La Nato allargata rischia, secondo ”Foreign Affairs”, di diventare «irrilevante» in un mondo dove la guerra di posizione Usa-Urss ha ceduto il passo alla violenza asimmetrica del terrorismo. [5] Per la stampa e la pubblicistica Usa è ormai ridotta, citando Michael Mandelbaum, a un «club per dare sostegno alle giovani e precarie democrazie dell’Europa centro-orientale».
• Le novità di Praga, allargamento a parte. «La prima è che il terrorismo e la proliferazione Nbc-missilistica assurgono al rango di minacce (nel Concetto Strategico del 1999 erano solo rischi), con tutte le conseguenze pratiche elencate (nuovo concetto militare, iniziative mirate ecc.). Seconda novità, la creazione di una Nato Response Force (Nrf), capace di dislocarsi dovunque sia necessario, su decisione del Consiglio Atlantico. Terza, l’assegnazione al comando strategico statunitense per la Trasformazione dell’incarico di modernizzare le forze dell’Alleanza. Una lista più ridotta e realistica di programmi militari da concludere, chiamata Pcc (Prague Capabilities Commitment-Impegno sulle Capacità di Praga), e che prevede, finalmente, la caduta del tabù della specializzazione dei ruoli per paese. Quinta, un’attenzione significativa alla guerra informatica. Ultima, un nuovo studio di fattibilità di difesa antimissile Nato» (Alessandro Politi).
• Le non-novità, altrettanto importanti: «L’accordo di sicurezza tra la Nato e l’Ue non è stato sbloccato (una saga che dura da un lustro); nulla di concreto è successo nella cooperazione con la Russia, siglata a Pratica di Mare; la cooperazione con i paesi mediterranei del Nord Africa e del Medio Oriente continua a segnare il passo; la Nato non sarà in prima linea né in Afghanistan, né in Iraq. [...] Le conseguenze sono serie. La costituenda Nrf non ha nessun mandato legale per andare dovunque, ma solo politico, perché il trattato della Nato ha precisi limiti geografici [...] La collaborazione Ue-Nato è tiepida e quella transatlantica in materia d’armamenti non è nemmeno menzionata» (Politi).
• Se sarà necessario, la Nato II colpirà per prima: i 19 hanno sottoscritto un documento segreto che autorizza azioni preventive (dottrina Bush) contro gruppi terroristici, organizzazioni, ”aree” di territorio che preparino minacce agli stati membri. Secondo una fonte dell’Alleanza, è allo studio la possibilità di usare la rete dei radar Nato (il cosiddetto Nadge) contro gli aerei kamikaze: la decisione di colpire passerebbe dalle autorità nazionali ai comandi atlantici.
• La response force, 20mila uomini (americani ed europei) sotto comando Usa da inviare in qualsiasi parte del Globo per missioni «ad alta intensità di combattimento»: composizione decisa caso per caso in base alla disponibilità politica dei governi dell’Alleanza, la sua creazione renderà ancora più difficile uno sviluppo autonomo della forza di intervento rapido che l’Ue si è impegnata a creare entro il prossimo anno e che sarà costituita in gran parte dalle stesse unità militari.
• La Nato II, una creatura speculare all’Ue: «Un ”doppio” che, prevenendo le mosse dell’Europa, ne ostacola lo sviluppo autonomo e preserva la leadership americana. La sua funzione, più che combattere un nemico esterno, sembra sempre più quella di prevenire le spinte interne ad una divaricazione dell’Occidente tra il modello europeo e quello americano» (Bonanni).
• Il nuovo nemico. «A 13 anni di distanza dalla caduta della Cortina di Ferro, in un’epoca di orribili attacchi terroristici, deve essere ormai chiaro a tutti che attualmente il principale nemico dei valori che l’Alleanza ha sposato non è uno Stato, non è una superpotenza che possa essere identificata in un modo o in un altro. Il nemico di oggi è rappresentato dal male» (Vaclav Havel).
• Lo scenario internazionale è migliore di due o tre decenni fa. «Il terrorismo costituisce una grave minaccia, ciò nonostante non si tratta ancora di una minaccia così seria come avrebbe potuto essere una guerra tra Usa e Urss, con il suo bilancio stimato in 180 milioni di morti nelle prime 24 ore. La ”seria e addensante” minaccia del terrorismo può essere sconfitta con l’organizzazione di una risposta militare e politica su vasta scala che tenga conto dei luoghi da cui scaturisce il terrorismo e di coloro che lo incitano politicamente. L’unità di intenti fra America e Europa in questo è indispensabile, con la Nato come momento essenziale di unione. Diversamente la risposta potrebbe essere usurpata da quei Paesi che si accaniscono nel suggerire l’indispensabilità di una coalizione anti-islamica, avendo adottato lo ”scontro tra civiltà” come una profezia destinata comunque a realizzarsi. Se questo accadesse, la cosìddetta guerra al terrore non potrà essere vinta, ma perpetuata, al punto che l’Alleanza Atlantica potrebbe perfino diventare una delle sue vittime» (Zbigniew Brzezinski).
• Un ordine del giorno per la nuova Nato: «1. Insistere sul fatto che gli impegni presi dai suoi nuovi membri diventino impegni esecutivi, che significa che il Senato americano - quando gli toccherà ratificare la nuova carta - si concentri su questo aspetto. 2. Trasformarsi da alleanza difensiva statica nel cuore dell’Europa in una forza maggiormente flessibile e rapidamente reattiva, capace di pronti interventi nelle aree periferiche, ma strategicamente importanti dell’Europa. In breve una Nato come Forza di Reazione. 3. Essere pronta a partecipare collettivamente all’imposizione delle risoluzioni dell’Onu contro la minaccia potenziale delle armi di distruzione di massa, in qualsiasi area, per esempio in Iraq. 4. Essere anche disposta a partecipare, ove necessario, alle missioni di pace concordate in qualsiasi area, ad esempio in Medio Oriente. 5. Preparare attivamente e promuovere una prossima ridefinizione dello spazio geopolitico della comunità atlantica, eventualmente comprendendo in essa l’Ucraina, come la Georgia e l’Azerbaigian. opportuno notare che diversi anni fa l’idea di includere i Paesi baltici era considerata impensabile. 6. Incoraggiare l’evoluzione della Russia in un Paese che condivida i valori democratici attraverso una nuova e più intensa cooperazione Nato-Mosca» (Brzezinski).
• Il conflitto contro la mini-Jugoslavia di Slobodan Milosevic, nel 1999, «ha evidenziato clamorosamente il gap tra le capacità militari americane e quelle europee. Nel campo delle comunicazioni e guerra elettronica, per Joseph Ralston, capo militare (uscente) della Nato in Europa, il Pentagono ha una disponibilità di mezzi superiore tra il 90 e il 100 per cento, dell’80 per cento negli aerei per il rifornimento in volo, ancora del 100 per cento nei 180 bombardieri a lungo raggio equipaggiati con missili dell’ultima generazione, tutti battenti bandiera Nato ma tutti in forza all’Usaf. (Francesco Paternò).
• La Francia spende per la difesa il 2,5 per cento del suo pil (429 euro pro capite); la Gran Bretagna il 2,4 (646 euro), la Germania l’1,5 (303), l’Italia l’1,9 (245), «contro il 2,9 degli Stati Uniti, dato in ulteriore crescita sull’onda degli attacchi dell’11 settembre [...] La Repubblica Ceca spende il 2,2 per cento ed è probabile che questo sia l’ordine di grandezza che i nuovi partner dell’est europeo si saranno impegnati a garantire per essere accolti nel club militare a guida Usa. Un impegno gravoso per paesi con finanze ancora dissestate, destinato a farsi sentire sulla crescita e nella vita di tutti i giorni» (Paternò).
• Gli strumenti di una Nato meno vecchia e burocratica: aerei per il trasporto di uomini e mezzi, sistemi di sorveglianza radar, sistemi di telecomunicazione utilizzabili da tutte le truppe, rafforzamento delle forze speciali, protezione contro le armi chimiche e biologiche. «La situazione economica di alcuni tra i grandi Paesi europei non aiuta certo a soddisfare le pressanti richieste di George Bush. [...] Nel 2003 l’America, pur in una condizione economica precaria, toccherà i 380 miliardi di dollari, 48 miliardi in più rispetto a quest’anno. Un surplus che supera da solo l’impegno per la Difesa di ogni singolo Stato europeo. I sedici Paesi continentali che fanno parte della Nato sborsano un totale di 500 milioni di dollari al giorno, gli Usa arrivano al doppio [...] (Lindner)
• La valutazione del ruolo e del futuro dell’Onu è un altro punto sul quale minaccia di aprirsi una vertenza: « sempre più evidente che gli americani ritengono l’organizzazione ospitata al Palazzo di Vetro un pachiderma da sottoporre a pesanti revisioni, se non un’ingombrante eredità del passato da cui liberarsi. Altrettanto evidente è che gli europei restano convinti che le Nazioni Unite possano invece assolvere tuttora un’importante funzione, magari per porre un freno al talvolta eccessivo unilateralismo della Casa Bianca» (Vittorio E. Parsi).
• Due Nato, due Europe quasi contrapposte. «Da una parte i grandi malati, la Francia e la Germania, che stentano ad ammodernare le loro politiche di difesa, che non riescono a pareggiare i parametri di Maastricht, che ostacolano l’entrata della Turchia in Europa, che volgono le spalle all’America e all’Inghilterra nel momento in cui queste già attaccano le postazioni antiaeree irachene. Dall’altra parte la Nato e l’Europa più fresche e diplomaticamente meno sofisticate dei Paesi postcomunisti: i baltici, i cechi, i romeni e i bulgari hanno già risposto positivamente alla proposta americana di creare una forza di reazione rapida per interventi armati contro centrali terroriste ed eventuali Stati terroristi» (Bettiza).
• L’Italia non sa a che santo votarsi. «Il problema è che oggi è molto più difficile fare due cose che prima sapevamo fare bene: essere europei ed atlantici al tempo stesso e compensare le scarse spese militari con l’impegno politico. Quanto è lontano l’Usa Day, quanto è ridotto il nostro bilancio militare e quanto è sottotono il nostro impegno in Enduring Freedom. I nostri amici a Bruxelles e Washington potranno non capire le finezze del nostro Transatlantico, ma sanno benissimo far di conto e quelli della Difesa non tornano» (Politi).