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 2002  novembre 04 Lunedì calendario

Domani negli Usa si vota

• Domani negli Usa si vota. Sono le elezioni politiche di ”metà mandato”, mid- term, cosiddette perché intervengono a metà del mandato presidenziale. Rinnoveranno tutta la Camera (435 seggi), un terzo del Senato (34 seggi su un totale di 100) e 36 governatori sui 50 totali. Attualmente i repubblicani hanno il controllo della Camera, mentre al Senato sono sotto di un seggio, 49 a 50 più un indipendente che vota con i democratici. Si voterà anche per oltre 200 referendum, dal doposcuola proposto da Arnold Schwarzenegger in California alla legalizzazione della marijuana in Nevada.

• In America le chiamano ”Seinfeld Elections”, dal nome della famosa sit-com, perché, ha scritto il ”Washington Post”, «è un’elezione fatta di niente sul niente». Si tratterà, come al solito, di un referendum indiretto sul presidente, che chiede al voto la legittimazione, il mandato e il prestigio che nel 2000 ebbe dai giudici (lo proclamarono vincitore 5 voti contro 4) ma non dagli elettori. Il presidente «scelto e mai eletto» l’ha definito Hillary Clinton ricordando che prese mezzo milione di voti nazionali meno di Al Gore.
• Anche questa volta gli elettori sono divisi. Secondo un sondaggio ”Wall Street Journal”-Nbc il 44 per cento pensa che il Paese vada nella direzione giusta, il 42 per cento nella direzione sbagliata, il 14 per cento non sa che dire. Il 39 per cento si dice repubblicano, il 39 per cento democratico, il 22 per cento è incerto. E alla domanda «state meglio o peggio di due anni fa», il 39 per cento risponde «meglio», il 40 per cento «peggio», mentre il 21 per cento è confuso perfino sulle proprie tasche. Il presidente George W. Bush è popolare, ma l’agenda repubblicana (giudici conservatori, tagli fiscali, ticket sanitari, limiti all’aborto, maggiore libertà per il possesso di armi da fuoco) è impopolare.
• I Democratici possono ribaltare la situazione alla Camera? improbabile: i seggi incerti sono secondo le stime 16. Charlie Cook, uno degli analisti politici più autorevoli, dice che possono contare su 202 seggi pressoché certi, il che vuol dire che per conquistare la maggioranza (218 su 435) dovrebbero vincere in tutti quelli incerti. Dovrebbe andar meglio al Senato, dove hanno un seggio di vantaggio e dove secondo Tom Mann della Brookings Institution potrebbero conquistare due dei tre seggi repubblicani che appaiono più vulnerabili (New Hampshire, Colorado, Arkansas) e potrebbero avere chance anche in alcuni collegi sui quali gli uomini di Bush appaiono un po’ più tranquilli (Texas, North Carolina, Tennessee). Rischiano però di perdere Missouri e Sud Dakota, e anche il Minnesota, dove non si sa quali effetti produrrà la morte del senatore Wellstone.
• In un Paese spaccato a metà 16 seggi incerti sono pochi. Con una situazione come questa almeno un quinto dei candidati dovrebbe prendere in considerazione l’ipotesi di trovarsi un altro mestiere. Negli Stati Uniti il rapporto è invece di uno ogni venti. Da cosa dipende? Dal fatto che entrambe le parti imbrogliano.
• I collegi elettorali vengono periodicamente ridisegnati per tenere conto delle variazioni demografiche. Il problema è che negli Usa il compito non spetta a burocrati indipendenti, ma pressoché in ogni Stato viene svolto dai politici che governano. E si vede: i cervelloni dei vari partiti studiano come disegnarli in modo da tradurre i loro voti nel maggior numero possibile di seggi. E i locali capi dell’opposizione in genere danno il loro assenso a queste manovre in cambio di un collegio sicuro in cui farsi a loro volta rieleggere.
• Risultato: collegi a forma di granchio, ciambella ecc. Il quarto collegio dell’Illinois ricorda un sandwich: è costituito da due porzioni di territorio non confinanti, i democratici hanno studiato quella forma per sommare i voti dei loro simpatizzanti latinos. Con l’avvento dei computer sono stati creati software a prova d’errore. In molti casi vedendo le mappe dei collegi vengono in mente i disegni dei test di Rorschach, quelle macchie d’inchiostro simmetriche mostrate ai pazienti nella psicodiagnostica. Se a questa situazione si sommano i vantaggi che i deputati in carica hanno in termini di visibilità e raccolta dei finanziamenti, quella americana pare una parodia della democrazia.
• Ecco spiegata, ad esempio, l’anomalia della Florida. Alle presidenziali del 2000 Bush e Gore erano separati da pochissimi voti, ma alla Camera i repubblicani hanno 17 seggi e i democratici 8. Dieci collegi sono così sicuri che in pratica c’è un solo candidato. Lo stesso in California, dove l’unico collegio in discussione è quello che apparteneva a Gary Condit, il deputato travolto dalla morte dell’amante Chandra Levy.
• Una delle battaglie decisive sarà nello Iowa, un piccolo Stato agricolo abitato da una popolazione quasi esclusivamente bianca. Uno Stato vecchio e noioso ignorato dal resto degli americani che ogni quattro anni ha però la sua rivincita e finisce al centro dell’attenzione. E’ diventato il cosiddetto ago della bilancia: nel 2000 Gore lo conquistò per meno di cinquemila voti, adesso è uno dei quattro Stati dell’upper mid-west in cui la corsa per il Senato è incerta. Insieme a Minnesota e Sud Dakota è uno dei tre Stati in cui sarà battaglia vera anche per Camera e governatore. I suoi tre milioni di elettori conteranno più degli 86 milioni di California, New York, Texas, Illinois.
• «Gli americani votano col portafoglio, non in base alla politica estera» (Paolo Mastrolilli). Per questo le primarie sono state molto accurate: ha prevalso il pragmatismo, i partiti hanno pilotato la lotta per le nomination in modo da farle ottenere a candidati poco ideologizzati noti soprattutto per i loro risultati pratici. quello che vuole la gente, stressata dalla guerra al terrorismo e dalla crisi della Borsa. Secondo il Pew Research Centre, il 55 per cento degli elettori vuol sapere cosa pensa il candidato dell’economia, solo il 7 per cento è interessato al suo punto di vista sull’Iraq. In Florida i democratici, dovendo scegliere il candidato alla carica di governatore, hanno fatto di tutto per favorire Bill McBride, un Marine decorato in Vietnam oggi avvocato di lusso, contro l’ex procuratore generale Janet Reno, considerata troppo liberal e troppo compromessa dal suo ruolo nell’amministrazione Clinton, in particolare nel caso Elian.
• I programmi sono molto simili. Prendiamo il caso del Connecticut, uno Stato con un elettorato diviso tra la ricca ”gold coast” della Fairfield County, a sud, e povere cittadine circondate da sobborghi agricoli sempre più decadenti. Qui la nuova struttura dei collegi fa sì che il democratico Jim Maloney, già eletto tre volte, debba sfidare per il Congresso la repubblicana Nancy Johnson, che è già stata eletta dieci volte. Maloney ha centrato la sua campagna elettorale sull’opposizione alla privatizzazione della sicurezza sociale (se l’è presa soprattutto con l’idea di investire parte dei contributi in azioni), dicendo che non poteva esserci più importante differenza tra i due candidati. La Johnson ha subito replicato che appoggiava un tale programma solo a condizione che i rendimenti fossero comunque garantiti, la stessa posizione di Maloney che in verità, ai tempi di Clinton, aveva appoggiato piani ben più drastici. Maloney si batte per difendere il diritto all’aborto? Pure la Johnson. Alla fine conterà la personalità dei candidati e, soprattutto, la credibilità nel promettere di impegnarsi a Washington per raccogliere quanti più fondi possibili da investire in loco.
• I partiti hanno cercato di scegliersi il candidato avversario. la grande novità di quest’anno. Tutto è cominciato con Gary South, il guru di Gray Davis, che durante la campagna per le primarie repubblicane ha pensato soprattutto a demonizzare Riordan, il candidato democratico più temuto. Ma la tecnica non si è sempre rivelata vincente: McBride, ad esempio, ha sfruttato il martellamento cui è stato sottoposto dai repubblicani per convincere i suoi che era un candidato migliore della Reno ed adesso potrebbe pure riuscire a battere Jeb Bush.
• A proposito di Florida. Dopo il disastro delle presidenziali di due anni fa, sono stati investiti 32 milioni di dollari per risolvere il problema del sistema elettorale (coriandoli, schede gravide ecc.). Quello nuovo, computerizzato (si vota toccando lo schermo), sembra addirittura aver peggiorato le cose tanto che durante le primarie di settembre Jim Smith, il Segretario di Stato che ha preso il posto di Katherine Harris, è sbottato: «Ma che diavolo hanno fatto negli ultimi due anni?». I maggiori problemi si sono avuti a sud, nelle contee di Miami-Dade, Broward e Palm-Beach. Le stesse del 2000.
• Il caso Miami-Dade: la maggior parte dei 750 seggi ha aperto in ritardo. Alcuni hanno addirittura cominciato a funzionare solo nel pomeriggio. Migliaia di elettori sono stati rimandati a casa, e non tutti hanno potuto far ritorno più tardi. Jeb Bush ha dichiarato lo stato d’emergenza e ha costretto i funzionari addetti ai seggi a tenerli aperti fino alle 9 di sera, due ore in più del previsto. In alcuni casi gli scrutatori non sono neanche riusciti ad accendere i computer, altri ce l’hanno fatta ma poi non sapevano da dove cominciare col lavoro. I nuovi sistemi prevedevano l’inserimento delle cartucce d’inchiostro prima dell’uso, un’operazione che richiede circa sei minuti: presi dalla fretta, alcuni operatori le hanno estratte a forza prima del tempo rompendo tutto; è andata un po’ meglio a quelli che sono andati avanti salvo accorgersi più tardi che il sistema aveva funzionato male e centinaia di voti andavano annullati. In molti casi gli addetti ai seggi erano anziani che non avendo alcuna dimestichezza con i computer se la sono data a gambe appena vista la novità, a volte la loro sostituzione non è stata possibile. La Reno, che era data per vincente in quasi tutti i sondaggi, dice che è stato questo caos a condannarla alla sconfitta.
• In Michigan il 10 per cento dei voti è stato annullato per un errore nella grafica della scheda. A Dallas l’inaugurazione di nuove cabine per la votazione elettronica in sei seggi campione doveva testimoniare l’efficienza del sistema, ma si è trasformata in una catastrofe: indicando un candidato si finiva per votare l’altro. In Minnesota il pasticcio è di dimensioni maggiori: la morte del senatore democratico Paul Wellstone è avvenuta quando le schede per i voti postali erano già state spedite e la Corte Suprema dello Stato ha deciso che le schede con il suo voto verranno annullate.
• Il problema dell’astensionismo. «Quella democrazia per la quale la gente d’America è coraggiosamente pronta a morire in Iraq, in Afghanistan, nelle Filippine, non merita la fatica eroica di andare in chiesa o a scuola a votare» (Vittorio Zucconi). Negli ultimi giorni democratici e repubblicani hanno speso tutte le loro energie per convincere i propri elettori ad andare alle urne. Alla fine l’affluenza non dovrebbe superare il 40 per cento. I repubblicani, che hanno un elettorato più ricco, più istruito e più ”solido”, sembrano avvantaggiati dalla scarsa affluenza ed il 65 per cento dei loro sostenitori ha intenzione di votare, mentre tra i democratici la percentuale è del 55 per cento. Qualcuno ricorda però che quattro anni fa questa percentuale era ancora più a loro favore, eppure le elezioni andarono male.
• George Bush, questa volta, si è impegnato al massimo. Zucconi: «Lo vedono atterrare, sostare e risollevarsi in Colorado e in Alabama, nei territori dei Dakota e nel Missouri, a nord e a sud, sull’Atlantico e sul Pacifico, il tempo per qualche secondo di inquadratura con il candidato locale al Tg di paese e poi via sulla ”Domus Aurea”. Nell’età della politica carosello, quella che un tempo ci pareva un’’americanata” e oggi è il linguaggio corrente del potere anche in Europa, nessuno spot è più irresistibile di quello stupendo Boeing dipinto di azzurro, bianco e argento, che si posa solennemente sulle piste di aeroporti di provincia dimenticati da Dio e dalle compagnie aeree, ma non dai consulenti elettorali della Casa Bianca. La legge sui finanziamenti elettorali vieterebbe rigorosamente l’impiego dei mezzi dello Stato, come i due 747 chiamati Air Force One quando il presidente è a bordo, per fare campagna elettorale, ma il confine tra il lecito e l’illecito è ormai poroso come i confini tra il Pakistan e l’Afghanistan».
• Ha scritto ”Newsweek”: «Tale padre tale figlio». Dopo aver vinto la guerra contro l’Iraq, Bush senior perse le elezioni per colpa dell’economia. E Bush junior, meno navigato e meno intelligente, potrebbe fare nel 2004 la stessa fine. Secondo ”Us Today” la metà degli americani è pessimista sul proprio futuro personale e su quello del paese. Il ”Washington Post”, mai tenero con l’attuale comandante in capo, pubblica articoli in cui cita gente comune (impiegati, insegnanti, segretarie) che ripete: «Sarà lo stato dell’economia a decidere il mio voto». L’americano medio è arrabbiatissimo, accende la tv ed ecco le notizie terrorizzanti: non si parla di Osama Bin Laden, sullo schermo c’è un grafico e sullo sfondo una voce spiega a milioni di cittadini che dovranno lavorare fino all’età di 75 anni. John Zogby, ”il re dei sondaggi”, avverte che la metà di coloro che vanno a votare è costituita da ultracinquantenni e conclude che faranno pagare ai repubblicani il crollo della Borsa.
• La tradizione vuole che il partito del capo della Casa Bianca perda terreno nelle elezioni ”mid-term”, ma stavolta i sondaggi non sono d’accordo. «Bush gode di una popolarità straordinaria, ben oltre il 50 per cento, e se corresse lui stavolta staccherebbe Gore senza appelli. Lo hanno aiutato la guerra al terrorismo e l’Iraq, che hanno distratto il Paese dagli scandali finanziari dell’estate e dalle incertezze dell’economia. Ma soprattutto, secondo un analista dell’American Enterprise Institute, ”lo ha aiutato la tendenza a parlare chiaro e proiettare ottimismo”» (Paolo Mastrolilli).