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 1999  marzo 08 Lunedì calendario

Costo di una sfilata ”tutto compreso” alla Fiera di Milano: affitto delle sale da 25 a 45 milioni (fuori si trova anche a 10 milioni), luci da 5 a 25 milioni, regia da 3 a 20 milioni, musiche da 1 a 15 milioni, parrucchieri e truccatori da 4 ai 15 milioni, modelle da 25 a 500 milioni, sicurezza da 4 a 15 milioni, inviti da 2 a 5 milioni, ufficio stampa da 4 a 20 milioni

• Costo di una sfilata ”tutto compreso” alla Fiera di Milano: affitto delle sale da 25 a 45 milioni (fuori si trova anche a 10 milioni), luci da 5 a 25 milioni, regia da 3 a 20 milioni, musiche da 1 a 15 milioni, parrucchieri e truccatori da 4 ai 15 milioni, modelle da 25 a 500 milioni, sicurezza da 4 a 15 milioni, inviti da 2 a 5 milioni, ufficio stampa da 4 a 20 milioni. Modella più pagata: Naomi Campbell, 102 milioni a sfilata. Sfilata più cara: Gai Mattiolo.
• «Adesso tutti vogliono le stravaganze, è più eccentrico un ragioniere di una rockstar».
• «I lussi, si sa, sono anche quelli prodotti dalla genialità»
• «Il rigido diktat delle gambe nude in inverno, possibilmente accompagnate da sandali pianella, con tutte le dita esposte e pronte a immergersi nelle pozzanghere gelate e nella neve, confermato anche da queste collezioni, trova vittime volenterose all’estero ma recalcitranti in Italia. E se tutte le giornaliste americane presenti a Milano viaggiavano impavide coi polpacci lividi e i piedi raggrinziti, quelle di casa nostra continuano imperterrite a infilarsi le calze».
• «L’ombelico trionfa anche sulle passerelle del lusso italiano [...] premonizioni di gelidi futuri inverni da affrontare stoicamente a pancia nuda [...] Chiedere a un artista il perché della sua fiducia assoluta in un inverno del 2000 caldo e in una clientela adolescente e di forte tempra addominale, sarebbe come mettere in dubbio la sua opera creativa».
• Perché in passerella si vedono capi che non sembrano tenere più conto delle stagioni? «C’è un vestire urbano e un vestire alternativo. Gli elementi dell’urbano sono più leggeri perché le case sono riscaldate e poi, trattandosi di prodotti destinati a tutto il mondo, quando qui fa freddo dall’altra parte del globo si scoppia di caldo. Ciononostante non bisogna dimenticare che dappertutto l’inverno è sinonimo di copertura. Io ho vissuto a lungo in India dove a gennaio fa un caldo tremendo. Eppure anche lì si vestono di più e non solo perché sta per arrivare la stagione delle piogge» (Gianfranco Ferrè a Daniela Fedi).
• Campbell. Per la prima volta da quando sfila in Italia, Naomi Campbell non ha indossato abiti di Versace. Ipotesi sui motivi che hanno portato alla rottura: cachet troppo alto, gesto di stizza della modella per la sua esclusione dalla sfilata della Versus, la linea giovane della casa per la quale la Campbell, prossima ai trent’anni e prototipo di donna irraggiungibile, sarebbe stata un testimonial non adatto.
• Tom Ford. «Che i pezzi di Gucci, come in genere tutte le produzioni griffate di prima linea, siano rivolti soltanto a una donna gioiosa perché il conto corrente familiare legittima il buon umore, non interessa granché il designer texano: ”A volte basta un pezzo d’abbigliamento per far sentire le donne diverse. E un solo pezzo, volendo, è alla portata di molte”».
• Public company. «La Gucci era, fino a pochi mesi fa, una sorte di public company quotata a New York. In pratica non c’erano veri padroni. E tutto il potere stava nelle mani dell’avvocato Domenico De Sole (presidente) e dello stilista Tom Ford. Il primo sorvegliava i conti, il secondo rilanciava la società sfoderando un gusto e uno stile che molti hanno subito invidiato. E la Gucci si è trasformata nel giro di pochi mesi in una maison dai buonissimi risultati e quindi molto invidiata. Poi, un giorno, salta fuori che Prada, nome eccellente della moda milanese e in fortissima ascesa, ha comprato il cinque per cento di Gucci. Dopo qualche settimana, Prada comunica di aver comprato un altro cinque per cento, arrivando di fatto al dieci per cento. Spesa totale vicina ai 500 miliardi. Poiché Prada è un’azienda dalle dimensioni contenute, anche se sta crescendo molto in fretta, molti si domandano perché mai vada a investire tutti questi soldi su Gucci. Curiosamente, nessuno capisce quello che invece hanno capito Miuccia Prada e suo marito Patrizio Bertelli: e cioè che Gucci è ormai una mela matura. Matura per essere colta. Va benissimo, è lanciatissima, ma non c’è un vero padrone. E quindi è pronta per essere assaltata [...] Lo scalatore arriva da Parigi. E si chiama Arnault Bernard; è il padrone della Lvmh (acronimo di Louis Vuitton, Moet e Hennessy, tutte aziende finite nel suo canestro) e da anni va costruendo una sorta di multinazionale della moda e del lusso. Arnault si muove a colpi di acquisti successivi e arriva al 34 per cento della Gucci. Nella sua corsa la Lvmh acquista naturalmente anche il dieci per cento saggiamente messo da parte dai due Prada, i quali guadagnano (con questa sola operazione) una somma che sfiora i 300 miliardi di lire. Nella stagione ’98-’99 il più grande guadagno singolo fatto nella finanza milanese non è di qualche mago della Borsa, ma di una stilista minimalista e di suo marito [...] Ma Domenico De Sole non è tipo da arrendersi tanto in fretta [...] In pratica, crea una fondazione riservata ai dipendenti, la riempie di nuove azioni ordinarie (che però non hanno diritto di dividendo) e, alla fine, salta fuori che questa Fondazione ha in mano più del 40 per cento mentre Lvmh scende al 22 (perché sono state emesse nuove azioni). E qui scoppia il pandemonio».
• La guerra azionaria e borsistica intorno a Gucci è destinata a rimanere un caso assolutamente isolato. «E questo per una ragione molto semplice: la Gucci è l’unica maison quotata in borsa. Tutte le altre sono in rigido controllo familiare. E quindi, anche volendo non è possibile dare il via a scalate in borsa».
• Domenico De Sole, presidente della Gucci: «Fin dal primo incontro ho messo in chiaro quali erano le nostre richieste. O un’offerta amichevole, per tutti gli azionisti della Gucci. Oppure un accordo chiaro che preservasse la nostra autonomia». Ma Arnault dice che eravate quasi d’accordo. «Non è assolutamente vero. Noi chiedevamo garanzie precise e sa che cosa mi rispondeva? ”Ti do la mia parola”. Ma come faccio ad andare dai miei azionisti a dire Ok, fidiamoci della parola di Arnault. Alla fine dopo cinque settimane, abbiamo capito che non era una cosa seria». In fondo Arnault chiedeva solo un posto in consiglio d’amministrazione. Una richiesta ragionevole, per chi ha il 34 per cento dell’azienda. «Ragionevole? Ma Arnault è il primo nostro concorrente».
• Se Arnault vorrà riprendere il comando della Gucci dovrà lanciare un’Opa. «Qualsiasi tentativo della Lvmh di controllare o di influenzare la direzione strategica della società in assenza di un’offerta equa per l’intero pacchetto azionario è inaccetabile» (Domenico De Sole presidente della Gucci).
• Fatturato in miliardi di lire dai bilanci del 1997: Gucci 1.609, Armani 4.410, Prada1.159, Versace 940, E. Zegna 875, Ferragamo 869, Bulgari 574, La Perla 427. «Le maison sono organizzate con uno che disegna i vestiti e uno che sta ai conti. In qualche caso si tratta di parenti, in altri di amici e soci. Spesso le quote sono divise al 50 per cento, in altri casi vi sono patti annessi, a volte decisamente cervellotici» (Giuseppe Turani).
• Il panorama della moda italiana è tutt’altro che uniforme «ma la corsa a capire chi, dopo Gucci, può trasformarsi in preda, è già cominciata [...]. Abbiamo alcuni grandi marchi entrati in una fase di transizione, che devono ancora decidere cosa fare da grandi: Ferré, Armani, Versace. Poi c’è Hdp di Maurizio Romiti, che per primo ha provato a dar vita al polo italiano della moda, ma per ora è alle prese con i risultati deficitari di Fila e Valentino. Ci sono i piccoli che grazie al mercato di nicchia stanno crescendo velocemente e quelli che piccoli non lo sono più (Prada, Ittierre, Robe di Kappa). Solo in pochi, anche grazie a una maggiore ”anzianità” sul mercato hanno saputo traghettarsi con successo da aziende familiari a grandi gruppi internazionali (Marzotto e Benetton) proponendosi anche come conquistatori all’estero».
• L’invasione degli ultracorpi è cominciata, «subdola e spietata sotto forma di gelidi signori ingessati negli immutabili doppio petto, immagine minacciosa dell’inutilità della moda e dei suoi sforzi per rinnovare l’estetica umana e vendere così montagne di novità. Sono i melliflui padroni della finanza, gli arcigni signori delle banche d’affari, che hanno cominciato a mettere il naso dove, tra cachemire e ricami, i conti sembrano meno disordinati e artificiali, per offrire miliardi, partner, fusioni».
• Giorgio Armani: «Io personalmente non mi cederei mai al gruppo Arnault. Credo nella possibilità di creare un polo tutto italiano che raccolga le griffe più importanti [...] Le banche hanno stimato che il valore della nostra azienda è attorno ai 6.000 miliardi ed è ovvio che a questo punto si debba pensare a una soluzione per il futuro. [...] Entrare in borsa, non ne sono convinto, non so come reagirei alla necessità di rendere conto di tutto agli azionisti».
• Capofila del polo italiano della moda avrebbe potuto essere Hdp, una finanziaria di partecipazioni industriali guidata da Maurizio Romiti che ha esordito nel mondo del lusso comprandosi Valentino: «Quando Hdp ha comprato per 540 miliardi il Valentino Group ha commesso un errore che può avere due conseguenze. L’errore è il prezzo pagato. Troppo alto».
• Un condottiero al quale i sovrani hanno fatto saltare i galloni. «Un’ipotetica fusione Armani-Hdp sortirebbe il paradossale effetto di far diventare Armani l’azionista di maggioranza assoluta della nuova società: sempre padrone di se stesso e anche del ”Corriere della Sera” [...] Romiti jr dovrebbe comprare. Ma non ha nemmeno l’ombra dei soldi che sarebbero necessari. Che polo di lusso può diventare, allora? Un polo dei piccoli. Romiti jr ci ha provato tentando l’acquisto di un marchio tedesco di seconda fila (’Strenesse”). Era disposto a pagarlo 70 miliardi. Alla vigilia del ’98 i legali erano pronti a firmare [...] ma l’idea è stata bocciata su iniziativa di Paolo Cantarella, rappresentante della Fiat, contrario a pagare un prezzo pari a 35 volte gli utili di Strenesse. Uno schiaffo per Maurizio Romiti [...] Hdp ha un condottiero al quale i suoi sovrani hanno fatto saltare i galloni».
• All’Italia manca un créateur. Pierre Bergé, amministratore delegato di Yves-Saint Laurent. «Purtroppo quello che manca all’Italia è un grande créateur. Il problema non è il rapporto tra la moda italiana e quella francese, non è sapere chi sia il più forte, chi sia il più bravo. L’Italia non ha avuto e non ha qualcuno come monsieur Yves-Saint Laurent, Dior, Chanel. Inutile cercare i problemi altrove».