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 1998  settembre 07 Lunedì calendario

Il campionato italiano è il più importante del mondo ma non il più ricco

• Il campionato italiano è il più importante del mondo ma non il più ricco. Prendiamo le coppe europee: negli ultimi dieci anni (dal 1988-89) le squadre Italiane ne hanno vinte 13, le squadre inglesi 2. Eppure i giocatori più pagati non militano nel nostro campionato (Ronaldo e Vieri sono due casi a parte) ma in squadre della Premier League britannica, Manchester United, Liverpool, Tottenham Hotspur, Middlesbourgh. Del Piero guadagnava fino all’anno scorso 2 miliardi e mezzo a stagione contro i 5 di Fabrizio Ravanelli (che gioca in Francia con l’Olympique Marsiglia), i 6 e mezzo che il Tottenham aveva offerto al trentatreenne Klinsmann, i 6 di Sammer e di Rivaldo (rispettivamente Borussia e Barcellona).
• Le squadre inglesi sono le più ricche del mondo. Dotate di stadi propri sono state le prime a quotarsi in Borsa e a sfruttare industrialmente il merchandising (magliette, bandiere, pupazzi ecc. con colori e marchio del club) ed il catering (panini, birre, patatine). Anche in Spagna sono molto più avanti di noi: il museo del Barcellona è il più visitato del Paese, già da un paio d’anni la televisione trasmette incontri di calcio in diretta praticamente ogni giorno.
• La società più ricca del mondo è il Manchester. Nel 1996/97, ad esempio, ha avuto un budget di 258,72 miliardi di lire. La più grande squadra italiana, la Juventus, sta a 141,12 miliardi, il Milan a 132,30, l’Inter a 110,72.
• Il Manchester United capitalizza in borsa più di 400 milioni di sterline (1.200 miliardi). L’utile annuo è sui 30 miliardi. Principale punto di forza: la trasparenza dei bilanci. In Italia quando una squadra compra un calciatore lo considera come un investimento e ne suddivide il costo (in termini tecnici si dice che l’ammortizza) su tutti gli anni di durata del contratto. Poiché gli incassi da cessioni vengono conteggiati per intero, si creano bilanci che sembrano in attivo ma in realtà non lo sono. In Inghilterra, invece, l’acquisto di un calciatore è considerato come una spesa, dunque se ne valutano immediatamente i costi. Ne deriva che, quando fanno la campagna acquisti, i manager inglesi sono molto più attenti.
• La Lega calcio italiana, pur di aiutare i club nella quadratura dei bilanci, asseconda vari espedienti. Per esempio i costi del ”vivaio”, cioè dei giovani calciatori, vengono iscritti in attivo come ”immobilizzazioni immateriali” da ammortizzare in cinque anni. Contabilmente il criterio è scorretto perché si tratta di costi che non portano a ricavi certi: non tutti i giovani, infatti, diventano campioni. Ancora: per alleggerire il peso sui bilanci della legge Bosman (che consente la libera circolazione dei giocatori all’interno dell’Unione Europea) la Federazione italiana ha ammesso una rivalutazione del parco calciatori con la possibilità di inserirla in conto economico come ricavo,da dividere poi a piacere nell’arco di un triennio: il Parma lo ha fatto in due anni, l’Inter lo farà tutto nel prossimo anno. Questo, in una società non calcistica, un revisore non potrebbe mai approvarlo: le rivalutazioni in conto economico non sono accettate dai princìpi contabili.
• A discorsi tutti i grandi club italiani mirano a quotarsi in Borsa. Requisiti richiesti: la proprietà dello stadio (sono ammesse eccezioni), impianti aperti per dieci ore al giorno, capacità di produrre indipendentemente dai risultati sportivi. In Inghilterra ci sono già 15 squadre quotate in borsa (cominciò il Tottenham nel 1987), in Italia c’è solo il caso della Lazio. Per facilitare la quotazione, la Consob ha stabilito che per le società di calcio non sono indispensabili tre bilanci consecutivi in attivo, ma ne basta uno, «sempre che gli assetti patrimoniali e organizzativi siano tali da assicurare stabili ricavi nel tempo, capaci di attenuare l’aleatorietà delle entrate legate ai risultati sportivi» (Tommaso Padoa Schioppa).
• Perché allora i club italiani dicono di volersi quotare in borsa e poi non lo fanno? Gran parte delle società non vuole controlli. I club hanno cercato di ridurre i poteri della Covisoc (la commissione della Lega che sorveglia i conti delle società professionistiche) che non entra più nel merito della gestione (Victor Uckmar, presidente della Covisoc a Mario La Ferla).
• Tasse e costo del lavoro. Va detto che le società italiane pagano più tasse delle concorrenti straniere (+20 per cento rispetto all’Inghilterra): per la stagione 97-98 le 38 società di Serie A e B hanno versato all’Erario 520 miliardi, 85 più del ’97. Le società italiane sono quelle che spendono di più per il costo del lavoro: (dati 1996 in migliaia, tra parentesi la percentuale sul fatturato) Milan 84.779 (69), Juventus 59.535 (51), Newcastle 53.190 (68), Barcellona 47.250 (42), Borussia D. 39.960 (43), Bayern Münich 36.180 (29), Manchester 35.910 (25), Rangers 29.430 (36), Celtic 17.010 (39), Brondby 4.050 (27). Quest ’esposizione ha fatto sì che l’Irap avesse un impatto più che sensibile.
• Sponsor. Ancora indietro riguardo alla quotazione in borsa, alla cessione dei diritti televisivi, alla gestione del merchandising, le società italiane hanno ricavi che coprono a malapena gli ingaggi. Per far tornare i conti, costantemente in rosso, ricorrono in modo massiccio alle sponsorizzazioni, che nel 1998-99 saranno, in Serie A, le seguenti: Bologna 1,95 miliardi dalla Granarolo e 950 milioni dalla Diadora; Cagliari 3,5 miliardi dalla Regione Sardegna; Empoli 400 milioni dalla Sammontana; Fiorentina 4 miliardi dalla Gig Nintendo e 2,5 miliardi dalla Fila; Inter 10 miliardi dalla Pirelli e 22 miliardi dalla Nike; Juventus 18 miliardi da D+ e 10 da Robe di Kappa; Lazio 7 miliardi da Cirio e 4 miliardi da Puma; Milan 11 miliardi dall’Opel e 25 dall’Adidas; Parma 15 miliardi da Parmalat e 9 da Lotto; Piacenza un miliardo da Compra Dac; Roma 4,5 miliardi da Ina Assitalia e 2,8 miliardi da Diadora; Salernitana 1 miliardo da Exigo e 500 milioni da Asics; Sampdoria 2,5 miliardi da Daewoo e 500 milioni da Asics.
• Gli inglesi sono stati i primi a capire che i diritti televisivi sugli incontri di calcio potevano essere una grande fonte d’incassi. Il Manchester United è padrone di una tv via cavo che dal 10 settembre trasmetterà le partite della squadra, gli allenamenti, interviste ai giocatori, grandi sfide del passato.I tifosi pagheranno 5 sterline (quindicimila lire) al mese per sei ore di trasmissione al giorno.
• Questo del calcio in tv è un grande affare in tutta Europa, anche perché i proprietari di canali via cavo e via satellite hanno capito che senza lo sport (in Europa soprattutto il calcio) non si fanno profitti. «Il segnale d’avvio delle partite ormai viene dato dai registi, non più dagli arbitri. E spesso noi rimaniamo lì, al gelo, irrigiditi come sardine, in attesa che gli spot pub blicitari previsti vengano tutti trasmessi» (Andi Moeller). «Sì, è vero, ma non bisogna scandalizzarsi né lamentarsi troppo. In fondo questi qui ci danno un sacco di soldi» (Giovanni Trapattoni).
• Telepiù. La settimana scorsa Juventus, Inter, Milan e Napoli hanno firmato con Telepiù un contratto in esclusiva per la trasmissione in pay tv e pay per view delle loro partite dal 1999 al 2005. la prima volta che le squadre trattano in proprio senza l’intermediazione della Lega. Juve, Inter, Milan e Napoli non hanno ancora detto quanti soldi incasseranno (Bettega: «Mi appello al diritto di privacy!»). Si può ragionevolmente stimare che alla Juventus andranno 360 miliardi, all’Inter 300, al Napoli 120.
• Perché Telepiù ha ”ingaggiato” insieme alle tre più grandi società italiane il Napoli, che quest’anno disputerà il campionato di Serie B? Perché queste sono le squadre che rappresentano circa i due terzi del mercato del calcio criptato. L’anno scorso la Juventus forniva il 28,9 per cento degli abbonati alla pay per view, l’Inter il 17,5 per cento, il Milan il 15,4 per cento, il Napoli il 9,4 per cento.
•  possibile che in un futuro abbastanza prossimo si vedano le partite solo pagando un abbonamento o una tariffa pay per view? In Italia, almeno per il momento, la risposta è no. «Noi dobbiamo dire che le Olimpiadi, i mondiali, le finali delle partite di Coppa e persino il festival di Sanremo sono un patrimonio di tutti, e devono essere viste in tv in chiaro, senza pagare. Ma possiamo, dobbiamo anche vigilare, l’autorità deve vigilare che nel libero mercato siano garantite le regole della concorrenza. Che non si creino monopoli di fatto. Qui stiamo parlando di una trattativa fra società-colosso che si occupano di calcio e televisione, di pubblicità e di parecchio altro» (Vincenzo Vita).
• Le questioni sono due: tutelare la libera concorrenza e le società più deboli. Riguardo al primo problema va detto che Juventus, Milan, Inter e Napoli si sono mosse in un’ottica di mercato che privilegia l’efficienza: trattando da sole ottengono molti più soldi. Quanto alla tutela delle società più piccole, potrebbe essere adottato il sistema dello ”stadio vir- tuale” :in una normale partita di campionato italiano la squadra ospite ha diritto al 18 per cento degli incassi, lo stesso si potrebbe fare con i diritti televisivi.
• La Rai e Tmc non sono in grado di trasmettere in criptato. Da anni parlano di una piattaforma digitale comune, a cui all’inizio doveva partecipare anche Telepiù, che poi ha fatto per conto proprio. Probabilmente la televisione pubblica arriverà sul mercato quando ormai non ci sarà più niente da comprare. Prossime squadre che venderanno i diritti:Fiorentina, Roma, Lazio.
• Il magnate americano delle Telecomunicazioni Rupert Murdoch e la Telecom (attraverso Stream) vorrebbero entrare nella trattativa sul calcio in tv. All’inizio dell’estate Murdoch offrì addirittura 4.200 miliardi di lire per cinque anni di diritti televisivi sul nostro campionato. Per capire l’importanza dell’offerta basta guardare il prezzo al quale la Lega Calcio ha venduto i diritti negli ultimi due anni: 1996/97 diritti in chiaro 190,5 miliardi, pay tv 112,3 miliardi, pay-per-view 90,2 miliardi, Rai Supercoppa Estero 0,5 miliardi, Europa TV Supercoppa Italia 1,0 miliardi, totale 394,5 miliardi; 1997/98 diritti in chiaro 221,9 miliardi, pay tv 113,8 miliardi, pay- per-view 91,5 miliardi, Rai Supercoppa Estero 0,5 miliardi, Europa TV Supercoppa Italia 1,0 miliardi, totale 428,7 miliardi; 1998-99: diritti in chiaro 230,7 miliardi, pay tv 115,9 miliardi, pay-per-view 93,1 miliardi, Rai Supercoppa Estero 0,5 miliardi, Europa TV Supercoppa Italia 1,0 miliardi, totale 441,2 miliardi.
• Il campionato italiano è per i colossi delle telecomunicazioni il più appetibile. Prendiamo l’esempio della Germania, una potenza calcistica. Bertelsman e Kirch (vecchio socio di Berlusconi) vorrebbero creare un grande gruppo europeo per la trasmissione delle partite di calcio e degli eventi sportivi in genere. Il calcio tedesco potrebbe incassare in questo modo fino a 500 milioni di marchi (500 miliardi di lire) l’anno. Secondo un sondaggio del settimanale ”Stern”, però, il 79 per cento dei tedeschi non spenderebbe una lira per vedere le partite della propria squadra. La percentuale sale all’85 per cento per le squadre di basso livello e al 67 per cento per la nazionale. Conviene dunque puntare sulla trasmissione di partite di campionati stranieri (molti grandi campioni tedeschi giocano all ’estero) e delle coppe europee. Da qui l’idea della Superlega.
• Inter, Milan e Juventus sono tra i più attivi sostenitori del progetto di una Superlega che coinvolga tutti i più importanti club europei: Barcellona, Real Madrid, Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Newcastle, Paris Saint-Germain. Al torneo, che sostituirebbe come minimo Coppa dei Campioni e Coppa Uefa, non si accederebbe per meriti sportivi, ma a seconda del numero di abbonati alla pay tv e ai miliardi di sponsorizzazione che si è in grado di garantire. Al momento l’Uefa vende i diritti sulla Coppa dei Campioni attraverso la società elvetica Team, molto legata al presidente del football europeo, Lennart Johansson. Gli incassi sono intorno ai 350 miliardi l’anno tra vendita dei diritti televisivi, pubblicità, gadget. Alle squadre arriva solo il 55 per cento. La Media partners, società di marketing e consulenze sportive presieduta dall’ex manager Fininvest Hecht Lucari, ha promesso 50 miliardi per ogni club partecipante (inizialmente dovrebbero essere 32). Secondo alcuni basterebbero sei anni per incassare 20 mila miliardi.