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 1997  luglio 14 Lunedì calendario

La marginalizzazione dell’Europa mediterranea si accentua

• La marginalizzazione dell’Europa mediterranea si accentua. La Nato si disinteressa del Sud-Est europeo (l’Albania ricade quasi interamente sulle nostre spalle). L’orientamento verso la Mitteleuropa non lascia presagire nulla di buono circa il mantenimento di una credibile forza americana in Bosnia. «Non c’è ragione per l’estensione, né per la scelta arbitraria dei tre Paesi da integrare: dal punto di vista militare Ungheria e Repubblica Ceca offrono un aiuto modesto, qualche battaglione. La Slovenia, allora, sarebbe molto più utile» (Eric Hobsbawn).
• Polonia, Cechia, Ungheria. «Per chi non lo avesse ancora capito la Nato è gli Stati Uniti. Il resto, noi compresi, è contorno [...] I nostri interessi non sono necessariamente quelli americani, come i casi di Jugoslavia e Albania illustrano in abbondanza. L’esito scontato del vertice di Madrid ci impone quindi di riflettere su come l’allargamento della Nato a Polonia, Cechia e Ungheria tocchi i nostri interessi. Anche in vista di due scadenze fondamentali previste per l’anno prossimo, di cui poco si parla: il rinnovo dei trattati segreti sulle basi americane in Italia e la decisione definitiva sul ritiro o sul mantenimento di truppe americane ed europee in Bosnia, a garanzia di una fragilissima non-guerra. Due scelte strategiche delicate, che non troveranno italiani e americani immediatamente d’accordo, così come non lo siamo stati fino all’ultimo sull’allargamento della Nato ai tre, da noi subìto più che voluto» (Lucio Caracciolo).
• Dimostrazione che la Nato è l’America: gli americani non volevano che la Nato si allargasse anche a Slovenia e Romania e questi due paesi non sono stati ammessi anche se undici membri su sedici (e tra questi undici Francia e Italia) erano favorevoli. Alla Nato si è ammessi non a maggioranza, ma solo con un voto all’unanimità.
• «La Nato sopravvive e si allarga perché risponde alle esigenze degli Stati Uniti in Europa, è la cornice istituzionale della leadership americana, consente a Washigton un implicito diritto di veto sulle prospettive della politica militare europea. Ogni qualvolta cercheremo di dare all’Europa un braccio militare, l’America ci ricorderà che esiste la Nato e che ogni «duplicazione» sarebbe inutile, controproducente, pericolosa. Forse l’aspetto più sconcertante del vertice di Madrid è la gioiosa leggerezza con cui gli europei hanno sottoscritto una politica che assegna permanentemente all’America, anche dopo la fine della guerra fredda, la responsabilità per la sicurezza del loro continente» (Sergio Romano).
• Che cosa guadagna e che cosa perde l’Italia con l’allargamento della Nato a Polonia, Ungheria e Cechia? «L’analisi dei costi e dei benefici si rivela per noi seccamente negativa. Appena mitigata dal riconoscimento strappato in extremis da Prodi e Chirac a favore dei "nostri" candidati per la seconda imbarcata di aspiranti membri del Club atlantico - Slovenia e Romania - da iniziare a negoziare nel 1999. Difficile individuare qualcosa che si possa allineare nella colonna dei benefici. A meno di non volerci rallegrare del fatto che ungheresi e cechi, punte di lancia dell’invasione dell’Italia nella pianificazione del Patto di Varsavia, diventeranno presto nostri alleati (di fatto lo sono già da tempo, specialmente i magiari). Quanto alle prospettive di business degli armamenti con i nuovi membri, americani, tedeschi e altri nordeuropei hanno già occupato quasi tutte le nicchie disponibili. A noi resteranno, se resteranno, poche briciole» (Lucio Caracciolo).
• «L’Italia ha ottenuto, se non altro, una vittoria morale. Non è riuscita ad imporre un allargamento della Nato anche alla Slovenia e alla Romania, non solo perchè a ciò si opponevano gli Stati Uniti, ma perché non vi era nemmeno unanimità tra gli alleati europei (é mancato ad esempio l’appoggio della Germania e della Gran Bretagna). E’ però riuscita ad ottenere che si attribuisse a quei due Paesi uno statuto particolare, di primi candidati per il secondo allargamento del 1999 [...] Certo si tratta solo di parole» (Stefano Silvestri).
• Lunga, invece, la lista degli svantaggi. Visti dall’America siamo sempre più piccoli e lontani. E’ emersa inoltre la frattura tra europei del Centro-Sud e europei del Centro-Nord. I primi, Italia e Francia in testa, si battevano per riequilibrare un allargamento ad est limitato ai paesi dell’area del marco. I secondi, guidati dall’Inghilterra, si schieravano con gli americani per la "Formula tre", che non prevede ulteriori allargamenti ai baltici. I tedeschi sono interessati quasi esclusivamente alla Polonia. Dopo i vertici di Amsterdam e Madrid, al cosidetto asse franco-tedesco si è sostituita una comunità d’interessi anglo-germanica benedetta dagli Stati Uniti.
• L’Italia non ha nulla da guadagnare dall’umiliazione della Russia. America e Germania vogliono approfittare della debolezza di Mosca per eliminare definitivamente dal novero delle grandi potenze. Un gioco ad alto rischio che potrebbe destabilizzare la Russia con effetti imprevedibili.
• Gli Stati Uniti sono il primo investitore diretto in Polonia, con 3 miliardi di dollari più di altri 2,6 in impegni futuri. Vanno poi aggiunti 4 miliardi di dollari stanziati dall’Agenzia americana per lo sviluppo e 2,6 milardi di dollari di debito condonati. Non è indifferente il ruolo della potente lobby dei polacchi americani.
• Percentuale di investimenti tedeschi in Ungheria: 29. Americani: 24. Italia: 4.
• Avendo deciso di rientrare nella struttura militare atlantica Chirac ha chiesto per mesi agli Stati Uniti una contropartita in nome dell’Europa, un’ipoteca sul comando sud di Napoli in cima alla lista. Davanti al rifiuto americano e al tiepido sostegno europeo la strategia dell’Eliseo ha ottenuto risultati. Adesso i francesi dicono che per l’allargamento della Nato non tireranno fuori nemmeno un franco. Chirac dice che non vuol «dare soddisfazioni alla lobby degli armamenti». Anche se non lo dice apertamente è ovvio che ce l’ha con gli americani. «Essendo per lo più venute meno le ragioni della base della nascita del Patto Atlantico, la nostra alleanza non durerà a lungo con un rapporto sbilanciato tra Stati Uniti ed Europa, sia questo nella distribuzione dei comandi o nel controllo politico» (Jacques Chirac).
• L’Ungheria aumenterà la spesa militare del 35%, la Polonia del 20%. L’industria degli armamenti è in fermento e i produttori di aerei da combattimento hanno aperto da tempo uffici di rappresentanza a Praga, Budapest e Varsavia. Ungheria, Repubblica Ceca e Polonia daranno le maxi commesse a chi produrrà gli aerei da combattimento in loco creando occupazione. I concorrenti sono vari: Saab e British Aerospace (Gripen Jas- 39), la francese Dassault (Mirage 200-5), Lockeed Martin (F-16) e i Mig russi. I favoriti sono i Gripen della Saab-British Aerospace, ed infatti la famiglia svedese Wallemberg ha già investito in Ungheria, attraverso la Elettrolux Zanussi, 100 milioni di dollari. All’origine del frettoloso trasferimento a Lehel dello stabilimento danese (vedi "Il Foglio dei Fogli, 10/02/1997), eseguito dall’oggi al domani con 180 tir, non ci sarebbe dunque solo la differenza nel costo del lavoro. Gli stabilimenti italiani sono avvertiti. L’allargamento della Nato a Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca costerà in definitiva da 27 a 35 miliardi di dollari in 13 anni (da 50 a 60 mila miliardi di lire). La Rand corp. parla di 42 milliardi di dollari (70 miliardi). I tre paesi spenderanno 17 mila miliardi di lire solo per acquistare Caccia. Le stime dell’Ufficio bilancio del Congresso americano parlano di investimenti di 204 mila miliardi di lire in 15 anni, divisi tra vecchi e nuovi membri: l’amministrazione Clinton parla di 56 mila miliardi in dodici anni per i nuovi membri.
• In Polonia sono favoriti gli americani, la Lockeed Martin offre infatti F-16 in leasing gratuito per cinque anni; israeliani e russi rispondono offrendo revisioni economiche dei 30 Mig 21 già in dotazione.
• «Conviene recitare un "requiem per l’Europa defunta"? Non ancora. Mentre l’unione politica registra due brutte sconfitte, l’Europa economica dimostra di avere la grinta per tenere testa agli Stati Uniti. L’esempio più interessante è la reazione della Commissione di Bruxelles alla progettata unione fra le due maggiori industrie aeronautiche americane, Boeing e McDonnell Douglas, una delle grandi manovre con cui l’America si appresta a dominare il mercato mondiale dell’aeronautica civile e militare. Sommando la fusione Boeing-McDonnell all’acquisto di Northrop Grunman da parte della Lockeed, si otterrebbe un volume d’affari annuo complessivo di 48 e 37 miliardi di dollari, capace di spegnere per sempre l’Airbus e l’industria aeronautica europea. Ma la Commissione di Bruxelles è riuscita a bloccare per ora il progetto di Boeing. Non può opporsi all’acquisto della McDonnell, ma può sottoporre la nuova società alle penalità previste dalle norme Antitrust dell’Unione Europea. E la Boeing è costretta a tener conto delle obiezioni di Bruxelles» (Sergio Romano)
• In un articolo pubblicato sull’"Herald Tribune" del primo luglio ("Us should quit bossing its friends?") il ministro olandese del commercio Anneke Van Dok-van Weele ha attaccato l’embargo Usa a Cuba e la legge Helms-Burton con cui gli americani pretendono di imporre la propria politica economica agli europei: «Dobbiamo dedurne che oggi, mentre il comunismo indietreggia, è più importante per l’America mettere Cuba in ginocchio che avere buoni rapporti con l’Ue?». Senza la potenza economica dell’Unione alle spalle, nessun ministro europeo potrebbe esprimersi in questo modo e nessuno Stato europeo potrebbe opporsi alle ambizioni monopoliste dell’industria americana. «In un momento in cui l’Europa sembra rinunciare ai suoi obiettivi politici e militari, l’unione economica è la sola forza di cui essa disponga per limitare l’egemonia americana. Ma la sopravvivenza e il rafforzamento dell’Unione dipendono dall’Euro, dall’unico mezzo di pagamento che possa sottrarre al dollaro il monopolio della finanza mondiale. Chi deplora l’"aridità" del processo d’integrazione monetaria [...] farebbe bene a ricordare che la sovranità dell’Europa, in questo momento, si chiama Euro» (Sergio Romano).
• Gli analisti americani prevedono tre possibili soluzioni per l’Euro: la prima è quella voluta dalla Bundesbank, con la nuova moneta più forte del marco. In questo caso la concorrenza sul mercato dei capitali si farebbe particolarmente dura, Wall Street si indebolirebbe e una corsa al rialzo dei tassi d’interesse provocherebbe recessione; se prevalessero i francesi si potrebbero accentuare la guerra commerciale tra l’Europa e l’America (già oggi in corso relativamente alle sovvenzioni agricole, all’Airbus, alla fusione Boeing-McDonnell, ai diritti d’autore per il mercato dell’intrattenimento); se l’Euro nascesse nei tempi stabiliti comprendendo un grande numero di paesi finirebbe con l’assomigliare alla lira: il dollaro non sarebbe minacciato, il made in Usa sì.
• Grazie alla Nato gli americani stanno unificando l’Europa sotto la loro leadership. E’ questo il senso dell’allargamento della Nato ai Paesi dell’Europa centrorientale. Quando le due maggiori organizzazioni dell’Occidente, l’Unione Europea e la Nato, comprenderanno i Paesi dell’Est, l’America potrà essere certa che l’Europa unita non avrà mai una dimensione sarà riservata esclusivamente alla Nato.
• Con la firma dell’intesa Russia-Nato a Parigi e con la firma di un accordo simile con l’Ucraina la minaccia orientale, quella più opprimente, alla quale era esposta la Germania, viene archiviata. Secondo un diplomatico italiano «a Madrid abbiamo ereditato la posizione che la Germania aveva cinquant’anni fa. Abbiamo oggi la frontiera più aperta e più esposta». Le minacce potrebbero pervenire, ovviamente, dai paesi islamici.
• «L’America ha una grande fortuna. Confina con i vicini deboli a nord e a sud, e con i pesci a est e a ovest» (Jules Jusserand).