Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 23 giugno 1997
«Milano - Chi ha compiuto la strage di piazza Fontana, 16 morti e 84 feriti, il 12 dicembre del 1969? Dopo anni e anni la procura di Milano è convinta di poter fornire quattro nomi in risposta alla domanda
• «Milano. Chi ha compiuto la strage di piazza Fontana, 16 morti e 84 feriti, il 12 dicembre del 1969? Dopo anni e anni la procura di Milano è convinta di poter fornire quattro nomi in risposta alla domanda. Due nuovi e due vecchi. I due nuovi sono Carlo Maria Maggi, 62 anni, medico, dirigente veneto dell’organizzazione fascista Ordine Nuovo, e Delfo Zorzi, 50 anni, anche lui di Ordine Nuovo che adesso vive in Giappone e fa il ricco imprenditore nell’ambiente della moda (tanto ricco da aver prestato miliardi al defunto Maurizio Gucci). I due ”vecchi” sono Franco Freda e Giovanni Ventura che per piazza Fontana sono stati però già assolti con formula definitiva.
«’Concorso in strage” è il reato che viene contestato nell’ordine di custodia cautelare, firmato dal gip Clementina Forleo, contro Maggi e Zorzi: il primo è stato eseguito e Maggi, arrestato dalla Digos di Venezia, verrà al più presto trasferito in carcere a Milano. Il secondo non solo non è stato eseguito, ma difficilmente potrà esserlo; Zorzi è infatti diventato cittadino giapponese e la pratica di estradizione si annuncia lunga e complessa» (Susanna Marzolla, ”La Stampa”, 15/6/96).
• La bomba della strage di piazza Fontana l’ho messa io». Delfo Zorzi che parla. Capo operativo della cellula veneta di Ordine nuovo, miscela esplosiva di misticismo orientale e spietatezza nazista, oggi ha 49 anni, vive a Tokio, è miliardario, non ha affatto rinnegato i suoi «ideali» di un tempo. Ama ancora il misticismo, crede ancora nel nazismo. Come allora. Come durante quella oscura stagione delle bombe nere, a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta. Ma oggi è stato costretto a uscire dall’ombra, «tradito» dai vecchi camerati che dopo tanti anni hanno osato fare il suo nome.
• Ventisette anni dopo, finalmente la verità? Oppure Zorzi è soltanto la nuova ”belva umana” che sta per essere offerta all’opinione pubblica, l’ultimo mostro da sbattere in prima pagina, l’estremo depistaggio di una storia infinita di depistaggi? A queste domande stanno cercando di dare risposte finalmente definitive due giudici ragazzini diversi in tutto, tanto diversi tra loro da essere protagonisti di un conflitto durissimo, doloroso, insanabile. Guido Salvini, oggi giudice istruttore che sta per concludere l’indagine sull’eversione di destra milanese degli anni Sessanta e Settanta, il giorno della strage di piazza Fontana, il 12 dicembre 1969, aveva 14 anni, era uno studente di quarta ginnasio del liceo Manzoni di Milano. Ricordo ancora i volantini che negli anni seguenti distribuiva a noi studenti all’uscita dalle lezioni. Erano firmati ”Collettivo socialista libertario”, con una grossa A cerchiata, il simbolo dell’Anarchia.
• Al Manzoni negli anni Settanta lo scontro nelle assemblee era tra quella che allora era chiamata ”sinistra rivoluzionaria” (Movimento studentesco, Lotta continua, altri collettivi) e il ”Quarto gruppo” (i moderati, i liberali; ”i fascisti”, dicevano senza andare troppo per il sottile gli studenti di sinistra, e qualche volta avevano anche ragione). Lui, Salvini, era uno degli animatori di un piccolo collettivo che si rifaceva al sindacalismo anarchico della guerra civile spagnola ma, in controtendenza rispetto al clima infuocato di quegli anni, aveva scarso amore per le ideologie e nessun riferimento organizzativo esterno al liceo. Un irregolare, un solitario, già allora. Chissà quante volte, senza saperlo, il giudice con la faccia da eterno ragazzo ha visto in faccia i suoi indagati di oggi, i neri del circolo La Fenice, i fascisti del gruppo Alfa, che dalla vicina università Cattolica (avevano la sede in via San Pio V) venivano ogni tanto a volantinare il ”rosso” Manzoni...
• Grazia Pradella, pubblico ministero titolare della nuova indagine sulla strage, il 12 dicembre 1969 aveva nove anni. Figlia di un medico, si è poi laureata con una tesi sulla dissociazione dal terrorismo, a 23 anni ha vinto il concorso per entrare in magistratura, in Corte d’assise ha giudicato terroristi rossi. Oggi è il pubblico ministero che un anno fa è stato incaricato della nuova indagine sulla strage di piazza Fontana. Minuta, gentile, determinata. Riceve continue minacce. Ha subìto perfino un’incursione ”molto professionale” nella sua stanza d’albergo, in una città del sud dove si era recata per un atto istruttorio. La scorta la deve seguire ovunque. La sera del 30 luglio 1996 era a casa con suo figlio di tre anni. Finestre spalancate, faceva molto caldo. Ha notato un uomo nel giardino della scuola di fronte. Stava là da ore. Uscita sul balcone per osservare meglio, ha visto quell’uomo puntarle contro un oggetto che poteva essere un fucile. Un urlo, e si è gettata a terra, proteggendo il suo bambino. Poi l’allarme, le-sirene. Dell’uomo, nessuna traccia. Succedono ancora cose così, ventisette anni dopo la strage.
Salvini e Pradella stanno giocando l’ultima partita. L’estrema occasione di svelare la verità sulla stagione delle bombe, una guerra non dichiarata iniziata il 12 dicembre 1969, con i 16 morti e gli 88 feriti dell’attentato di piazza Fontana Una guerra non convenzionale: otto stragi tra il ’69 e l’84, 150 morti, oltre 600 feriti. Una ferita alla democrazia ancora non rimarginata. Nessun colpevole.
• Il Samurai. Zorzi è ingrassato, rispetto alle foto che lo ritraggono negli anni Settanta. Ha perduto i capelli sulle tempie. Ma la tempra non è mutata. «Aveva un carattere molto forte, spesso duro», racconta un suo camerata, Martino Siciliano, che da due anni collabora con il giudice Salvini. «Era molto manesco e privo di quelle reazioni che in molti di noi sorgevano alla vista del sangue durante i pestaggi. Zorzi infatti si occupava personalmente anche delle punizioni da infliggere ai camerati...». Da vero ”soldato politico”, però, univa palestra e letture. «Era chiuso, introverso, molto riservato. Portato quasi a una specie di misticismo. Fu lui infatti a far scoprire ad altri camerati di Ordine nuovo di Mestre, come a me stesso, il buddismo. Nonché autori del calibro di Evola, Guenon, Steiner e altri». Libri e karate, racconta Siciliano. «Era una persona determinata e capace di mantenere un autocontrollo notevolissimo. Per questo era stato scelto come canale privilegiato tra Maggi e il gruppo di Mestre».
• Carlo Maria Maggi, medico, è il capo di Ordine nuovo nel Veneto, l’organizzazione fondata da Pino Rauti. Zorzi diventa il braccio destro di Maggi. Il leader del Movimento sociale Giorgio Almirante gli offre anche un posto nella direzione nazionale del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi. Ma Delfo preferisce il lavoro periferico, il combattimento sul campo. In via Felisati, a Mestre, aveva aperto una piccola palestra con un nome giapponese: Ronin Kaj. Vale a dire: «Il samurai errante». Lui, cintura nera di karate, vi insegnava arti marziali ma anche mistica zen, occultismo, parapsicologia. Studiava giapponese all’Istituto orientale di Napoli, dove si è laureato in lingua e letteratura giapponese con una tesi sul fascismo nipponico. Nel 1972 i giudici Giancarlo Stiz a Treviso, Gerardo D’Ambrosio ed Emilio Alessandrini a Milano, cominciano a seguire la «pista nera». Dopo qualche tempo Zorzi cambia aria, si trasferisce nell’amato Giappone. Lo aiuta Romano Vulpitta, diplomatico, orientalista, uomo di destra, che a Tokio gli mette a disposizione i suoi ottimi rapporti con il ministero degli Esteri e la Comunità europea. Così Zorzi impianta una rete di import-export: pesce, marmo di Carrara, mobili, materiale elettronico. Ha successo, diventa miliardario. Tanto che è lui, nel 1993, a prestare da un giorno all’altro 30 miliardi a Maurizio Gucci, rampollo di una dinastia al tramonto che poi nel 1995 viene misteriosamente ucciso a Milano, sotto casa, in via Palestro.
• Dopo oltre due decenni, i camerati di Zorzi cominciano a parlare. Era il 31 dicembre 1969, la notte di capodanno dopo la strage. A Mestre si ritrovano in tre, Zorzi, Siciliano e G. Festa in stile nazionalrivoluzionario: donne, birra, inni hitleriani suonati sul giradischi. A un certo punto, tra un canto e l’altro, Siciliano e G toccano il tema del momento: la bomba scoppiata a Milano pochi giorni prima, nella sede della Banca nazionale dell’agricoltura. «Zorzi prese il discorso molto alla larga», racconta Siciliano a Salvini nel giugno scorso. «Disse che non dovevamo pensare che per un nazionalrivoluzionario la morte di qualche persona potesse costituire una remora sulla strada della rivoluzione. Fece gli esempi di Dresda e Hiroshima in cui vi erano stati bombardamenti sulle popolazioni inermi e in questi casi neppure il nemico aveva avuto remore a fare centinaia di migliaia di vittime. G ricordò che, secondo i nostri grandi teorici, anche il sangue poteva essere motore di una rivoluzione che, partendo dall’Italia, avrebbe salvato l’Europa difendendola dal comunismo». Alla fine di questa premessa, Delfo si aprì ma fece chiaramente intendere che gli anarchici non c’entravano per nulla e che erano presi come capro espiatorio per il fatto che, per i loro precedenti come bombaroli, un’accusa nei loro confronti era credibile. In realtà gli attentati di Milano e Roma erano stati pensati e commissionati ad alto livello e materialmente eseguiti da Ordine nuovo del Triveneto».
• Ordine nuovo del Triveneto, rimugina Siciliano, significa Maggi, Zorzi, Franco Freda, Giovanni Ventura, Massimiliano Fachini, Roberto Raho... Dopo poche settimane, agli inizi del 1970, Zorzi incontra a Mestre un altro camerata, Carlo Digilio, grande passione per le armi, chiamato Zio Otto per il vero amore che mostrava per la sua compagna preferita, la pistola Otto Lebel. «Con un moto d’orgoglio Delfo Zorzi mi.disse che aveva partecipato all’azione di Milano e che nonostante tutti quei morti, che erano dovuti a un errore, l’azione era stata importante perché aveva ridato forza alla destra e colpito le sinistre nel paese». Digilio fa mettere a verbale queste parole esattamente ventisei anni dopo, il 20 gennaio 1996, seduto davanti al giudice Salvini.
• Nel 1973, racconta Digilio, Zorzi torna con lui sull’argomento: «Mi disse testualmente: ”Guarda che io ho partecipato direttamente all’operazione di collocazione della bomba alla Banca nazionale dell’agricoltura”. Queste furono testualmente le sue parole, che ricordo ancora bene, anche per la loro gravità. Zorzi non parla né di morti né di strage, ma usa il termine ”operazione”, come se si fosse trattato di un’operazione di guerra. Aggiunse: ”Me ne sono occupato personalmente e non è stata una cosa facile, mi ha aiutato il figlio di un direttore di banca”».
• Un’operazione di guerra: c’era da fermare l’Autunno caldo delle agitazioni operaie, c’era da bloccare il Sessantotto della rivolta studentesca. Senza troppi rischi: in galera era già stato rinchiuso PietroValpreda, anarchico, ballerino. La «belva umana» da presentare a un’Italia non ancora abituata all’orrore. L’avvocato Gaetano Pecorella in quegli anni difendeva i militanti del Movimento studentesco, che manifestavano per le vie di Milano gridando: «Valpreda è innocente, la strage è di Stato». Oggi (quanto tempo è passato!) Pecorella difende Delfo Zorzi. E smentisce con zelo le notizie di stampa che riguardano il proprio cliente. Zorzi non c’entra nulla con la Yacuza, la potente mafia giapponese. Zorzi non c’entra nulla con l’omicidio Gucci. E Zorzi, naturalmente, non c’entra nulla con la bomba di piazza Fontana. «Il 12 dicembre 1969 era a Napoli, all’università».
Delfo sognava una razza superiore, da ottenere incrociando ariani e nipponici. Per parte sua, ha già dato un contributo: a Talcio ha sposato una donna giapponese, che gli ha messo al mondo una bambina con gli occhi a mandorla.
• Pochi giorni prima del 12 dicembre 1969 il gruppo dei veneti di Ordine nuovo si ritrova in Friuli. Prepara l’esplosivo: candelotti di gelignite in carta rossa, che saranno usati per la strage di piazza Fontana, per i contemporanei attentati a Milano e Roma e, prima di questi, per i due attentati messi a segno da Siciliano e Zorzi alla scuola Slovena di Trieste e al cippo di confine tra Italia e Jugoslavia a Gorizia.
I timer per le bombe, costo 80 mila lire, sono acquistati il 15 settembre 1969 da Freda a Bologna, presso la ditta Elettrocontrolli. Per scegliere i prodotti giusti e preparare l’innesco, Freda chiede aiuto a Tullio Fabris, un elettricista di Padova che oggi ha sessant’anni e molta paura, dopo aver ricevuto minacce pesanti. «Nel secondo semestre del 1968 la signora Freda, mia cliente, mi chiese telefonicamente se ero disponibile ad andare a montare due plafoniere nell’ufficio del figlio, avvocato». Comincia così, per caso, l’incredibile avventura di Fabris, bombarolo senza saperlo. «Freda mi disse che volevano lanciare dei missili». Forse dei fuochi d’artificio, pensa l’elettricista, che dopo aver accompagnato Freda alla Elettrocontrolli di Bologna inizia un vero e proprio corso accelerato in tre lezioni a Freda e Ventura. Fabris insegna a collegare una batteria, un filo al nichel cromo, un fiammifero antivento. Il fiammifero s’incendia, l’esperimento è riuscito. La seconda lezione è tutta teorica: «Un colloquio», ha raccontato oggi Fabris a Salvini, «nel corso del quale mi fu chiesto come il congegno elettrico provato in precedenza potesse essere collegato a un timer, giustificando ciò con il ritardo che bisognava dare alla partenza di più missili». La vicenda (se Fabris non mente) ha dell’incredibile; più che noir, commedia all’italiana. «Ovviamente», conclude l’elettricista «non possedendo neanche un’infarinatura di conoscenze elettriche, fu tempo perso, in quanto capirono ben poco». La terza lezione è la prova generale: Fabris, Freda e Ventura collegano il congegno al timer. La bomba è pronta.
• Il 12 dicembre a Roma e a Milano sono collocati cinque ordigni, tra cui quello micidiale di piazza Fontana. A Milano entrano in azione i veneti di Ordine nuovo, nella capitale i romani di Avanguardia nazionale, guidati da Delle Chiaie. Il gruppo milanese La Fenice di Giancarlo Rognoni offre il supporto logistico; una base nei pressi di piazza Fontana, dove viene approntata la bomba; e un’azione di copertura, con un sosia di Valpreda, Nino Sottosanti, che fa un giro in taxi, per poter incastrare il colpevole designato. Forse Rognoni in persona si occupa del secondo atto, quello alla Banca commerciale di piazza Scala, dove la bomba non scoppia. Ventisette anni dopo, è difficile che la verità si possa affermare in un tribunale. Freda e Ventura sono ormai improcessabili, perché già assolti in via definitiva. Così Massimiliano Fachini, esponente veneto di Ordine nuovo. Così pure i romani Stefano Delle Chiaie detto Er Caccola, fondatore di Avanguardia nazionale e il suo camerata Mario Merlino. Quanto a Zorzi, è in Giappone, imprendibile. Ma molte sono ancora le responsabilità, le complicità, i depistaggi da chiarire. E oggi è finalmente possibile almeno ricostruire le vicende di quella stagione, individuare i protagonisti di quella guerra. Per la storia, se non per i tribunali.
• Nell’estate 1969 un gruppo di ordinovisti veneti si ritrova in un casolare di Paese, nei pressi di Treviso. Ci sono Zorzi, Ventura, Marco Pozzan. E Carlo Digilio, Zio Otto. Il gruppo prepara la gelignite in carta rossa per gli attentati. stato proprio Zio Otto a procurarla, mediando l’acquisto per conto di Zorzi. Il venditore è Roberto Rotelli, un veneziano che, pur non disdegnando il contrabbando, di mestiere organizza i recuperi di materiali rimasti su navi affondate e dunque ha sempre a disposizione gli esplosivi che gli servono per far saltare, all’occorrenza, fiancate e paratie. Zio Otto cerca di darsi da fare anche per insegnare ai camerati l’utilizzo di timer e candelotti.
• Ma più di vent’anni dopo, colpo di scena, Salvini scopre un altro nomignolo dell’indaffaratissimo Zio Otto: Erodoto. un’altra sua identità segreta: «Digilio Carlo inizia la sua attività nel 1967, quando subentra a suo padre Michelangelo nel ruolo di fiduciario Cia nel Veneto. Il nome in codice Erodoto, che fu del padre, venne da lui ripreso alla morte di questi». Così scrive il rapporto del maggio 1996 realizzato dal Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei carabinieri. «L’attività del Digilio Carlo si concretizzò principalmente nel Triveneto, anche se non mancarono incarichi per missioni all’estero». Dunque Digilio, alias Zio Otto, alias Erodoto, era un agente della Cia in Italia. Faceva parte del gruppo ordinovista veneto, maneggiava esplosivi, detonatori e timer, e poi redigeva diligenti relazioni ai suoi superiori. Che si sono ben guardati dall’intervenire per bloccare i bombaroli o almeno per fornire ai magistrati italiani elementi utili per le indagini.
• Digilio negli anni scorsi era riparato a Santo Domingo e ancora nel 1992 aveva lavorato per gli americani: arruolava esuli cubani da impiegare nella lotta contro Fidel Castro. Poi è stato abbandonato, arrestato, estradato in Italia. Qui ha cominciato a collaborare con il giudice Salvini, ricostruendo la catena di comando Cia in cui era inserito.
Suo superiore diretto era Sergio Minetto, che oggi ha 71 anni, ex combattente della Repubblica di Salò, aderente all’associazione combattentistica Sthalhelmen («Elmetti d’acciaio»), diventato capo-rete Cia per il Triveneto. «I suoi superiori di nazionalità statunitense inseriti all’intemo delle basi Nato», è scritto nel rapporto del Ros, «furono il capitano David Carrett, a suo dire di stanza dal 1966 al 1974 presso la base Ftase di Verona, e il capitano Theodore Richard detto Teddy, di stanza dal 1974 al 1978 presso la base Setaf di Vicenza. Entrambi gli ufficiali facevano parte della Us Navy, la Marina militare Usa». Sopra i capitani, secondo Digilio, c’era il colonnello Frederick Tepaski, uomo Cia di stanza in una base Nato della Germania federale. Dei diciannove agenti Cia attivi in Italia e identificati, quattro (Carlo Digilio, Sergio Minetto, Giovanni Bandoli, Robert Edward Jones) hanno ricevuto un avviso di garanzia per spionaggio politico e militare, articolo 257 del codice penale. Prevede pene pesanti: da 15 anni di reclusione fino all’ergastolo. Usato raramente in Italia, e soltanto per colpire spie dell’est comunista. Ora, è rivolto contro uomini Usa.
• Salvini ha indagato anche sull’Aginter press, l’agenzia con sede a Lisbona che sotto la guida di Yves Guerin Serac lavorava per conto della Cia: aveva-il compito di sviluppare la teoria della «guerra non ortodossa» contro il comunismo, di diffonderla e di preparare i «soldati politici» pronti a entrare in azione nei diversi paesi. Le stragi, da attribuire alla sinistra, dovevano creare una situazione di disordine a cui sarebbe seguita una vasta richiesta di ordine («destabilizzare per stabilizzare»). Un intervento militare di tipo golpista era infatti previsto nel 1970 al culmine della stagione delle bombe, con manovalanza fascista, gestione istituzionale, copertura Nato. Anche un personaggio di nome Licio Gelli, allora assolutamente sconosciuto, aveva un ruolo in quel piano: il suo compito era di sequestrare il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Un piano simile fu approntato per il giugno 1973: l’«Operazione Patria», con pronti a intervenire i Nuclei difesa territoriale, 36 legioni, 1500 uomini, il cuore nero di Gladio. Il golpe poi non ci fu, le stragi sì. Ma il risultato fu comunque in gran parte raggiunto: «destabilizzare per stabilizzare». Conclude il rapporto del Ros del giugno 1996: «Non si comprende perché gli Stati Uniti non abbiano nell’immediatezza della strage fornito a un loro alleato elementi utili per addivenire all’identificazione degli autori del grave fatto di sangue».
• «Salvini non può indagare su piazza Fontana: la sua inchiesta riguarda soltanto reati d’eversione nera, per lo più già prescritti a causa dei troppi anni passati», dice secco il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio. «E poi Salvini guarda lontano per non vedere vicino»: la Cia, l’Aginter press... E intanto si dimenticano le responsabilità interne politiche e militari, gli uomini delle istituzioni (alcuni ancora in attività) che erano dietro la macchina della «guerra non ortodossa».
Subito dopo la bomba entrano in azione coloro che devono gestire la strage. L’Ufficio Affari riservati del ministero dell’Interno, diretto da Federico Umberto D’ Amato, era il servizio segreto civile, pro genitore del Sisde. Ebbene, quell’ufficio non solo era in stretto contatto con Guerin Serac e Delle Chiaie (entrambi ebbero contatti con D’Amato, il secondo da latitante incontra segretamente anche Francesco Cossiga), ma aveva tra i suoi informatori anche Delfo Zorzi. D’Amato, spia-gourmet con raffinata rubrica gastronomica («Gault Millau») su ”l’Espresso”, aveva già infiltrato propri uomini e ingredienti nel pentolone dei gruppi anarchici, per preparare la caccia al colpevole designato. Viene infatti subito arrestato Valpreda, di cui gli ordinovisti avevano esibito un sosia (come sarebbe stato possibile, senza un accordo preventivo?). La Squadra Politica della Questura di Milano (responsabile Antonino Allegra, commissario aggiunto Luigi Calabresi) ferma il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, che poi cade dalla finestra della questura e muore. Ministri dell’Interno in quegli anni neri furono Franco Restivo, poi Mariano Rumor, poi Paolo Emilio Taviani...
• D’altro lato il Sid, il servizio segreto militare diretto prima dall’ammiraglio Eugenio Henke e poi dal generale Vito Miceli, prepara i depistaggi per coprire i veri responsabili. Un giovane e promettente sottosegretario alla Difesa con delega ai servizi segreti (si chiamava Francesco Cossiga) ebbe un ruolo chiave. Fra l’altro curò gli omissis da apportare ai dossier sul progettato golpe da far scattare dopo le stragi, coprendo il ruolo di Gelli. Pino Rauti era considerato «agente Z» del Sid, cioè agente sotto copertura. Ministri della Difesa in quegli anni furono Luigi Gui, Mario Tanassi, Franco Restivo, Giulio Andreotti...
Ma tutto ciò è la parte più difficile dell’inchiesta che Grazia Pradella ha davanti. Qualche aiuto potrà venirle dall’immenso archivio segreto trovato a metà novembre a Roma, non troppo tempo dopo l’uscita di scena di uomini del servizio civile come D’Arnato, Silvano Russomanno, Vincenzo Parisi.
Dice il magistrato Gherardo Colombo: «Forse noi magistrati non siamo riusciti finora a raggiungere la verità sulle stragi anche perché i cittadini attorno a noi erano, alla fine, indifferenti, anzi forse addirittura timorosi di coltivare la memoria e di conoscerla, la verità, per paura di dover mettere in crisi le loro tranquille convinzioni». La verità fa paura, quando è troppo orribile.