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 1997  maggio 26 Lunedì calendario

Mercoledì 14 maggio

• Mercoledì 14 maggio. L’auditorium della Scuola di business nell’università di Chicago è stracolmo già da un’ora. Mille studenti, decine di professori (fra cui quattro premi Nobel) e tanti amici aspettano le 16. l’ora prevista per la ”lecture” più attesa dell’anno. intitolata: La vera lezione di Hong Kong. L’oratore viene accolto come una star: tutti in piedi ad applaudirlo, molti fischiano per farsi sentire di più, decine di flash scattano simultaneamente per immortalare l’evento.  il grande ritorno a casa di Milton Friedman che qui, nel campus dell’università di Chicago, ha insegnato per ben 30 anni, dal 1946 al 1976, prima di trasferirsi in California, a San Francisco, dove vive in una splendida casa con vista mozzafiato sul Golden Gate. Friedman è in compagnia della moglie Rose, con la quale ha scritto nel 1980 Free to choose (tradotto anche in Italia con il titolo Liberi di scegliere), la bibbia del neoliberismo.
• Mentre entro con lui nella sala, confida: «L’ultima volta che ho riempito questo auditorium fu per una manifestazione. Era contro la mia presenza, non a favore. Parlo dell’inizio degli anni Settanta». Come cambia il mondo, vero professor Friedman? Allora lui era la bestia nera degli studenti e anche di gran parte del mondo accademico americano ed europeo. Oggi, a 84 anni, il teorico del monetarismo e il principe del neoliberismo è qui per ricevere una delle maggiori ovazioni della sua vita, pari forse solo ai festeggiamenti per il premio Nobel vinto nel 1976. E il coronamento di una carriera universitaria e di un percorso intellettuale sempre coerente che ne hanno fatto uno dei rappresentanti di maggiore spicco della politica economica di questo secolo. Di sicuro, in questo momento, il più popolare: le sue teorie sono di gran moda nella vecchia Europa, ma anche per la nuova leva di dittatori che arrivano al potere in Africa, così come hanno già fatto scuola in America Latina dopo essere state tenute a battesimo negli Stati Uniti per la prima volta da Ronald Reagan nel 1980.
• Friedman è sempre stato restio a rilasciare interviste. Con l’inviato di ”Panorama” ha fatto un’eccezione. E, per la prima volta da diversi anni, svela se stesso, giudica, da neoliberista doc, il presente e il futuro dell’economia mondiale, e soprattutto racconta senza peli sulla lingua perché l’unione monetaria europea non lo convince affatto. Una volta lei predicava nel deserto. Oggi sono tutti lì a destra e anche a sinistra, a proclamarsi fautori del libero mercato. una bella rivincita... «Sì, tutti ne parlano, ma nessuno lo attua. In realtà, sono solo un vincitore nella retorica, non nella pratica». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Le sue teorie economiche, però, hanno vinto la sfida su quelle di John Maynard Keynes. Perché? «Keynes aveva sviluppato un’ipotesi geniale per spiegare gli alti e bassi del ciclo economico. L’ipotesi era intelligente e difficilmente contestabile. Ma qualsiasi ipotesi scientifica regge se le previsioni sono confermate dall’esperienza. Le teorie keynesiane non lo sono state. Secondo la teoria keynesiana, l’inflazione negli anni Settanta negli Stati Uniti si sarebbe dovuta accompagnare con un basso tasso di disoccupazione. Invece subentrò una disoccupazione relativamente alta. Così si è avuta la ”stagflazione” (ristagno economico più inflazione, ndr) degli anni Settanta. Dall’altro lato, la teoria che io ho formulato, peraltro abbastanza vecchia e che risale a prima di Keynes, ma che presentai in maniera leggermente diversa nel mio discorso presidenziale all’American economic association, prediceva che, se si ha un alto tasso di inflazione, la disoccupazione è altrettanto alta. Alla prova dei fatti quello che avevo sostenuto io s’avverò mentre le teorie keynesiane furono smentite. E così persero credibilità». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Perché il liberismo a un tratto è diventato così popolare nel mondo? «Il crollo dell’Unione Sovietica ne è la spiegazione fondamentale. Ancora una volta l’esperienza ha contraddetto la teoria. I collettivisti, i socialisti e i protezionisti hanno fatto previsioni fallaci. E così oggi i loro punti di vista sono meno credibili d’un tempo». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Lei considera liberista l’America di Bill Clinton? «Ci sono stati pochissimi cambiamenti dall’epoca di George Bush. La vera svolta si è avuta nel passaggio da Reagan a Bush. Sfortunatamente Bush non condivideva i principi della ”Reaganomics” e cercò di cambiare registro. Il periodo Bush-Clinton si deve considerare in modo unitario ed è dominato dalla convinzione che il governo abbia un ruolo assai importante da giocare e che debba intervenire in campo economico, nella vita della gente e nella società». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• L’economia americana è in pieno boom. Tutti si chiedono: fin quando potrà durare? Fin quando, cioè, potrà continuare a esserci una forte crescita, senza inflazione e con la disoccupazione in calo? «Distinguerei. L’economia può andare ancora avanti così, perché abbiamo avuto un periodo di politica monetaria assai stabile che ha prodotto un’economia altrettanto stabile, ma dubito che possa continuare in questo modo la borsa. Per la verità avevo previsto il crollo di Wall Street tempo fa: mi sono sbagliato. Ma, prima o poi, un qualche evento traumatico ci sarà. Non è affatto cominciata una nuova era» (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Sbagliano quelli che ritengono che la rivoluzione info-tecnologica imporrà agli economisti di formulare nuove teorie economiche? «Non siamo di fronte ad alcuna rivoluzione. Periodi come questi li abbiamo già attraversati in passato. Non c’è niente di veramente nuovo. E solo accaduto che negli anni Settanta ci fu un periodo di inflazione galoppante. Ma per l’Occidente, e per gli Stati Uniti in particolare, quella fu un’eccezione». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
•  soddisfatto o no di come sta andando l’economia americana? «Dipende dai paesi che si prendono a paragone. Raffrontata alla maggior parte dei paesi più avanzati, la Germania, la Francia, la Gran Bretagna o l’Italia, l’economia americana sta andando molto bene. Paragonata a quel che l’economia americana potrebbe fare non sta andando bene. Consideri Hong Kong: 6 milioni di persone su un piccolo lembo di terra. C’è sovraffollamento e non ci sono materie prime. Eppure, il reddito medio di Hong Kong è praticamente lo stesso di quello americano. La spiegazione è molto semplice: il governo di Hong Kong spende quasi il 15 per cento delle sue entrate; il governo americano spende direttamente o indirettamente circa il 50 per cento. Ne consegue che gli Stati Uniti, utilizzando circa la metà delle loro risorse, producono un reddito come quello che Hong Hong può produrre con l’85 per cento delle risorse. Pensi a quello che potremmo fare se ridimensionassimo il governo ed eliminassimo tante spese inutili». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Ma sopravviverà Hong Kong dopo l’1 luglio, quando passerà alla Cina? «Purtroppo il sistema che ho descritto è destinato a finire. E difficile credere che il passaggio ai cinesi lascerà Hong Kong senza conseguenze. Alla lunga non credo che si possa avere un unico paese con due sistemi economici. La questione fondamentale nel lungo periodo è quale dei due sistemi prevarrà: quello liberista di Hong Kong o quello comunista della madrepatria». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• In quale paese le sue teorie hanno funzionato o funzionano meglio? «Non mi piace parlare di un mio sistema economico. un sistema che si è sviluppato fra il XIX e il XX secolo nella maggior parte dei paesi del mondo. Il principio del libero scambio risale alla Ricchezza delle nazioni di Adam Smith, pubblicato nel 1776. Molti paesi l’hanno poi adattato alle loro esigenze. Hong Kong è quello che, al momento, si avvicina più degli altri alla politica del libero mercato con un intervento limitato da parte del governo. Ma anche la Nuova Zelanda si sta muovendo in questa direzione così come l’Australia e, ancora di più, il Cile. Non dimenticherei l’Argentina e il Brasile». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• La libertà economica coincide con quella politica o non sempre accade? «Ci sono tre tipi di libertà: quella economica, quella civile e quella politica. Hong Kong è ancora una volta un buon esempio: si avvicina alla quasi totale libertà economica, ha avuto una completa libertà civile, ma non ha mai avuto libertà politica: è stata una colonia della Gran Bretagna. Dall’altro lato, in generale, un aumento della libertà economica porta con sé una crescita della libertà civile e politica. Ma non sempre. E un argomento davvero delicato che andrebbe approfondito» (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Il grande dibattito economico in Europa è centrato tutto sull’unione monetaria, su quell’euro che per alcuni è una panacea, per altri un fantasma. Lei è favorevole o contrario alla moneta unica? «L’euro è una cattiva idea». In che senso? «In Europa i paesi sono politicamente indipendenti e ognuno parla una lingua diversa. Non c’è un mercato del lavoro unico. E c’è una limitata mobilità fra uno stato e l’altro. Credo che l’unità politica debba precedere quella monetaria. Certo, qualcuno potrebbe obiettare: ”Se pensi che l’euro sia una cattiva idea, perché non sei a favore di monete diverse per il Texas e l’Illinois o per la California?”. Rispondo che c’è una grande differenza fra la situazione degli Stati Uniti e quella dell’Europa. In America c’è una lingua comune, un unico governo centrale e un’unica banca centrale. Inoltre la forza lavoro si muove assai liberamente da un capo all’altro della nazione. Ma, più di tutto, c’è un governo centrale in grado di stemperare le conseguenze di un qualsiasi shock che produca effetti diversi nelle varie parti del paese. In Europa non c’è nulla di tutto ciò. La gente non si può muovere liberamente e, in fondo, non si muove neppure». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Insomma, gli europei stanno sbagliando a inseguire quei criteri così rigidi, come la riduzione al 3 per cento del rapporto tra deficit e pil, previsti dal trattato di Maastricht? «Quei criteri non hanno alcuna rilevanza; sono semplicemente ostacoli messi sulla strada per restringere il numero dei paesi che hanno intenzione di aderire all’euro. Quello che favorisce la moneta unica sono altri fattori: ci vogliono paesi relativamente omogenei nella loro struttura economica e in grado di rispondere alla stessa maniera agli eventuali shock, quegli eventi casuali cioè che influiscono sull’economia. I vari paesi che si apprestano a entrare nell’euro non sono accomunati da queste caratteristiche». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Eppure, senza la moneta unica, affermano i nostri statisti e anche moltissimi economisti, I’Europa non sarà mai in grado di competere con gli Stati Uniti e con i paesi asiatici. « una convinzione sbagliata. Al contrario, credo che avere tassi di cambio flessibili renderebbe molto più facile ai vari paesi europei il compito di smantellare tutti i tipi di barriere cormmerciali e di imporre un effettivo libero commercio in tutto il continente europeo. Il mercato unico verrebbe raggiunto molto più facilmente con i cambi variabili che con la moneta unica». In che modo? «Faccio un esempio. Ammettiamo che ci sia la moneta unica e avvenga qualcosa che colpisce l’Italia duramente a differenza del resto del mercato comune. Come può reagire l’Italia? Con l’euro l’unico modo è la deflazione, cioè abbassando i prezzi e favorendo la depressione. Con il cambio flessibile può reagire in modo da ottenere un riallineamento. Inoltre, con la moneta unica, se non c’è un meccanismo di aggiustamento variabile, i vari paesi per assorbire il colpo saranno tentati di introdurre barriere commerciali di varia natura. Tutto questo non è nulla di strano: è economia di base. E bisogna tener conto che quelli che spingono per l’euro non sono gli economisti». Sono i politici... «Esatto». Saranno loro a guadagnarci di più? «No, tutti perderanno». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Eppure, c’è chi pensa che la Germania alla fine sarà l’unica vincitrice della corsa verso l’euro. «Capisco, ma non condivido. Se uno qualsiasi dei paesi europei avesse davvero pensato che la Germania aveva la politica monetaria giusta, avrebbe trovato la soluzione al problema. Non c’è niente che impedisca, per esempio, all’Italia di unificare la sua moneta con il marco. Non deve passare da Maastricht per farlo. Pensi alla Repubblica ceca che ha la sua valuta legata al marco e al dollaro». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• In Italia il governo di Romano Prodi ha varato una serie di pesanti manovre economiche per soddisfare i criteri di Maastricht. Poteva risparmiarle agli italiani? «Non commento i fatti interni italiani, anche perché non conosco abbastanza la situazione. Dico solo che la domanda principale da fare è un’altra: dato che gli altri paesi stanno comunque attuando la moneta unica, l’Italia farebbe meglio a rimanere fuori o ad aderire?» E qual è la risposta? « una decisione che l’Italia deve prendere da sola. Il mio giudizio non vale». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• In tutto il mondo è in corso un dibattito acceso e a volte aspro su come riformare il welfare state. Lei che ricetta ha? E, in particolare, ritiene che un conto sia riformare lo stato sociale in America e un conto in Europa? « lo stesso in Europa e negli Stati Uniti. Salvo, forse, che in Europa le cose sono sfuggite un po’ più di mano. In ambedue le realtà si è andati ben al di là dell’interesse stesso dei paesi e, in particolare, delle classi meno abbienti. Il welfare è arrivato al punto non solo di non aiutare i poveri, ma addirittura di creare i poveri. scoccata l’ora in cui gli individui si assumano finalmente una maggiore responsabilità e siano meno tutelati dallo stato». Che ruolo dovrebbe avere quest’ultimo nella perfetta società liberista? «Quello di aiutare gli individui a cooperare l’un con l’altro e mai di controllare, né tantomeno di dirci cosa dobbiamo fare». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)
• Professor Friedman, lei ha vinto molte sfide nel corso di questo secolo. Quale altra battaglia vuole ancora combattere? «Ho 84 anni. Un’età veneranda e molto bella». Lei sembra ancora lucido come un ventenne... «La verità è che il mio futuro ha il respiro dei pochi anni che mi sono rimasti da vivere su questa terra. Tutte le speranze e i desideri che ho non sono per me, ma per i miei figli e i miei nipoti: che possano vivere in una società più libera». (Milton Friedman a Pino Buongiorno)