Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 16 dicembre 1996
Sono nato a Manhattan sulla 120a strada, tra la Prima e la Seconda Avenue, su un tavolaccio di cucina
• Sono nato a Manhattan sulla 120a strada, tra la Prima e la Seconda Avenue, su un tavolaccio di cucina. Mia zia Jennie faceva la levatrice ed è stata lei a farmi venire al mondo e a farmi frignare per la prima volta. Da quel giorno mi ha sempre chiamato «il mio bambino». Il quartiere era Italian Harlem: oggi è diventato Spanish Harlem. Al di là della Lexington Avenue cominciava Black Harlem, il ghetto nero, ma noi ragazzi non ne abbiamo mai varcato la frontiera. Anche il nostro era un ghetto, ma a quei tempi non esistevano bande di teppisti. La mia famiglia era povera, ma questo non aveva nessuna importanza, perché allora lo erano tutti”. (Ed McBain)
• La sua biografia comincerebbe così se, come si affretta ad aggiungere, avesse voglia di scriverne una. «Ma a chi interesserebbe? La cosa più emozionante della mia vita è stato un divorzio...». Eccolo qui, Ed McBain, e chi ha letto qualcuno dei suoi gialli (la serie più famosa è quella dell’87° Distretto) non può non riconoscerne immediatamente lo stile: un misto di brutalità e d’ironia, di sentimento e di violenza. anche un po’ bugiardo perché la sua vita passata è sicuramente un po’ da romanzo, se non altro per i mille mestieri che molto americanamente ha cambiato prima di imboccare la strada maestra della scrittura: marinaio, pianista swing, disegnatore, venditore di aragoste per telefono, assicuratore, agente letterario, maestro di scuola. C’è di più: come Superman, Ed McBain ha una doppia personalità. anche uno scrittore ”serio”, e con la firma di Evan Hunter ha piazzato nella lista dei best-seller parecchi colpi: il più famoso, Il seme della violenza, da cui fu tratto nel 1956 un famoso film con Glen Ford e Sydney Poitier. Hunter McBain poi è anche uno sceneggiatore di fama: ha lavorato con Hitchcock per Gli uccelli e Marnie, con Richard Quine per Gli amanti, e parecchi dei suoi romanzi sono diventati film con registi prestigiosi come Kurosawa o Chabrol. Sia McBain sia Hunter sono pseudonimi di Salvatore A. Lombino, oriundo italiano. il più popolare e più venduto fra i giallisti viventi. (Ed McBain)
• Lasciamo per un momento da parte Evan Hunter ed Ed McBain e cominciamo da Salvatore Lombino. In famiglia lei parlava italiano?
«Sia mio padre che mia madre sono nati in America. Il mio nonno materno, invece, delle parti di Napoli, non conosceva bene l’inglese e con mia nonna, siciliana, parlava italiano. Mia madre però faceva un sacco di storie, non voleva saperne. Ripeteva sempre: ”Non dimenticatevelo mai: sono americana”. Quel poco italiano che ho imparato non è mai stato quello puro, diciamo fiorentino, ma un incrocio di dialetti che quando venivo in Italia mi impediva quasi di farmi capire. Le parole erano così diverse... Per esempio per dire melanzane io dicevo ”mulignane” e nessuno mi capiva».
• Perché ha cambiato nome?
«Lavoravo in un’agenzia letteraria, la Scott Meredith, e mi chiamavo ancora Lombino. Scrissi un romanzo giallo e lo inviai all’editore col nome di Evan Hunter. Io conoscevo l’editore e lui conosceva me, ma come agente, non come scrittore. Lui mi chiama e mi dice: ”Senta Lombino, vorrei incontrare questo Hunter, comprargli il libro e dargli qualche suggerimento per il futuro”. Al che io impassibile: ”Vediamo se riesco a organizzare questo incontro”. Quando mi sono presentato gli ho detto semplicemente: ”Ciao Charlie, sono io Evan Hunter”. Poi, dopo aver firmato il contratto, gli faccio: ”Ora che sai il segreto, vorrei usare il mio vero nome”. Lui ci pensa e risponde: ”Puoi anche farlo, ma ricordati che Hunter venderà sempre molto più di Lombino”. Ci ho pensato su dieci minuti e gli ho risposto: ”Ok, usa pure Evan Hunter”. E da allora ho cambiato nome ufficialmente, anche per l’anagrafe americana. E anche se avevo già 27 anni mi è sembrato per la prima volta di essere veramente americano. Ricorda cosa diceva mia madre? A quei tempi non era come adesso che molte persone famose di origine italiana si tengono stretto il loro nome, come De Niro, Coppola o Scorsese. Allora in America se avevi un nome italiano nessuno sapeva pronunciarlo. C’era inoltre un pregiudizio duro a morire: un italiano poteva essere soltanto un mafioso o un comune lavoratore mai uno scrittore o un intellettuale...».
• E veniamo a McBain: come si scrive un buon giallo?
«Scrivere mistery sembra la cosa più facile del mondo, ed è la più difficile. Ci sono un sacco di regole codificate che ti devi imparare a memoria quando cominci a scrivere. E la maggior parte della gente non lo sa o non lo fa. Dilettanti... Poi però quando hai imparato bene queste regole, quando ti sono entrate prima nella zucca e poi nel sangue, allora, solo allora, puoi dimenticartele. Io faccio proprio così, mi diverto a dimenticarle, ma le conosco. I miei romanzi ormai cominciano sempre da un titolo».
Davvero?
«Ne cerco uno che abbia un certo impatto, ma anche più di un significato e quando l’ho trovato comincio ad analizzarlo. Prendiamo Heat, che significa calore. Nel gergo poliziesco però significa situazione complicata: ”Put the heat on someone” invece vuol dire rendere la vita difficile a qualcuno. E così nel romanzo il protagonista finisce col chiamare la moglie che lo tradisce ”cagna in calore”. Ecco come, dal titolo, piano piano è venuta fuori la trama. Un altro esempio è Ice. Significa ghiaccio, ma anche neve e inverno. In America chiamiamo neve la cocaina, mentre nel linguaggio poliziesco sta per freddare, uccidere, e nel linguaggio slang può significare anche diamanti. Ma anche comprare qualcosa e rivenderla a un prezzo molto maggiorato, come per esempio avviene per i biglietti nel mondo dello show-business; il ricavato si chiama ice».
• E dopo che ha trovato titolo e ambiente?
«Comincio a scrivere. Sempre di un solo personaggio e spesso quel personaggio è un morto. E se ancora non è morto è perché lui non lo sa, ma io sì. Insomma morto lo sta per diventare. Quando crepa mi studio la faccenda e comincio a indagare anch’io insieme a quelli che nel libro sono pagati per farlo. molto raro che io sappia subito chi è l’assassino. Sto con le orecchie dritte anch’io come i miei poliziotti, altrimenti il mio lavoro invece che scrivere sarebbe battere a macchina. Mi sono spiegato?» (Ed McBain)
• Generalmente il giallo viene considerato letteratura di serie B, o al massimo paraletteratura, per usare un termine colto. Lei che ne pensa?
«Una volta mi arrabbiavo ma oggi ho quasi sessant’anni, chi me lo fa fare? Sa chi ha messo in giro questa puttanata? Gli scrittori cosiddetti seri che non sono capaci di scrivere un mistery: il mistery, gliel’ho già detto, ha bisogno di un meccanismo rigoroso, mica ci si può abbandonare a psicologie d’accatto o a compiacimenti sessuali da guardone come capita spesso nella letteratura cosiddetta seria».
Ok, ma per dirlo col suo linguaggio, mi pare che lei predichi bene e razzoli male...
«Come si permette?»
(Ed McBain)
• Be’, non è stato forse lei che una volta diventato famoso e rispettabile come Evan Hunter ha scelto di firmare i suoi romanzi polizieschi con uno pseudonimo, cioè McBain?
«Amico, mai sentito parlare degli editori? Il mio agente un giorno ha la bella idea di mandare alla Pocket Book Inc. , filiale di Simon e Shuster, un giallo già rifiutato da altri editori e firmato con lo pseudonimo di Hunt Collins. Il direttore letterario, Herb Alexander, mangia la foglia e telefona al mio agente: ”Questo Collins non è per caso il nostro comune amico Hunter?”. Aveva riconosciuto lo stile. Per farla breve mi invita a pranzo: la colonna della casa editrice era Erle Stanley Gardner e il suo ”avvocato del diavolo”, cioè Perry Mason. Ma Gardner era invecchiato e loro erano costretti ormai a ripubblicare sempre gli stessi romanzi, cambiandogli copertina. E continuavano a incassare un sacco di dollaroni. Non avevo un’idea per una serie poliziesca nuova? Otto giorni dopo gli telefono e gli spiego l’idea portante dell’87° Distretto».
• Cioè?
«Scrivere sui poliziotti finalmente in modo realistico, raccontandoli come esseri umani, persone che hanno anche una vita al di fuori del lavoro, persone che spesso per un caso fanno i poliziotti. I miei sono strutturati come una famiglia: c’è il sergente che rappresenta la figura paterna, il fratello maggiore, il cugino che viene da un altro distretto e dà consigli e così via. Un grande complimento me l’ha fatto l’attore e regista Mel Brooks con cui una volta stavo studiando un serial: ”Vedi, il segreto della riuscita di un serial è farlo sembrare la storia di una famiglia, anche se non si svolge in una vera casa. Può trattarsi di un ospedale, e allora i dottori e le infermiere sono la famiglia; o può essere un commissariato di polizia, come nel tuo caso. Perché il tuo è proprio un serial”».(Ed McBain)
• Magari un altro al posto suo si sarebbe offeso...
«Perché mai? Io sono uno scrittore serio e anche i gialli che scrivo li considero seri. Ogni romanzo dell’87° Distretto, per esempio, è un capitolo di un’opera che potrebbe intitolarsi Delitto e castigo, oppure Vita e morte in una grande città. un serial o, se preferisce, un romanzo unico che finirà solo quando sarò morto».(Ed McBain)
• A lei non piacciono molto i detective privati, o sbaglio?
«La questione è diversa. Io amo la realtà. E non mi pare plausibile che a indagare sui delitti ci sia gente diversa dai poliziotti. Quando ho cominciato una nuova serie con l’avvocato Mattew Hope, ho sempre faticato molto per rendere verosimile la sua presenza nelle indagini. Nella realtà se un investigatore privato trova un cadavere, chiama subito la polizia. Gli investigatori privati si occupano di corna e gli avvocati saltano fuori solo all’ultimo momento. Quanto alle vecchie signore inglesi che abitano in campagna, sono troppo occupate con i tè e i lavori a maglia» (Ed McBain).
• Lei non ama neanche gli eroi. Eppure il suo Steve Carella (uno dei personaggi principali dell’87° Distretto) è diventato un eroe.
«Mio malgrado. Dio sa che ho anche cercato di farlo fuori. successo nel terzo libro della serie, The pusher (in italiano Uno spacciatore per l’87°). Consegno il manoscritto e mi telefona il mio agente: ”Che diavolo ti è venuto in mente? Ti sei bevuto il cervello?” ”Perché?” faccio io ingenuo. ”Hai ucciso Carella, l’eroe!”. E io allora a spiegare: ”Ma quale eroe? La serie è stata pensata senza eroi. Nel primo libro, Cop Hater (in italiano l’assassino ha lasciato la firma) Carella c’era, ma già nel secondo, The Mugger (Estremo insulto), no, perché l’avevo spedito fuori dai piedi in viaggio di nozze. Quindi di che eroe stai parlando?”. Insomma telefonò anche l’editore e non ci fu niente da fare. Peccato, perché la storia finiva proprio con un bel giro di frase: ”Era la mattina di Natale e andava tutto bene nel mondo. Ma Steve Carella era morto”»(Ed McBain).
• Fra i suoi colleghi a chi deve qualcosa?
«A Raymond Chandler, a James McCain e a Dashiell Hammett. Da Hammett ho preso i duri, la violenza, l’essenza vera dei criminali e dei poliziotti. Da Chandler ho preso quel senso tragico e sentimentale insieme di uomini compressi in una grande città, perché lui scriveva sempre di grandi città e anche nei miei romanzi la città diventa uno dei protagonisti. Da McCain una certa sessualità velata, repressa, l’estrema tensione fra uomo e donna» (Ed McBain).
• Quanti libri scrive in un anno?
«Negli anni scorsi mediamente scrivevo un Evan Hunter ogni due-tre anni e un giallo di Matthew Hope e uno dell’87° Distretto ogni anno, perché il resto del tempo lavoravo per la tv e per il cinema. Oggi invece faccio meno sceneggiature e scrivo più romanzi. Lavoro molto: dalle nove della mattina alle cinque, tutti i giorni, esclusi il sabato e la domenica, quando nuoto, gioco a tennis o vado ai party» (Ed McBain).
• Nella sua biografia c’è scritto che ha vinto il Gran master Award, cioè il premio destinato alla carriera, solo l’anno scorso, a quasi sessant’anni. Non le è sembrato troppo tardi?
«Guardi io verso i premi ho questa idea: a meno che non siano in denaro o in oggetti d’oro e d’argento, sa cosa ci si può fare con tutti quei certificati di carta dopo averli arrotolati? La mia esperienza mi ricorda quella di Alfred Hitchcock. Hitchcock, il genio, non ha mai vinto un premio Oscar! Il premio più importante per il giallo è l’Edgar Allan Poe, assegnato dall’associazione scrittori di gialli. Tanti anni fa scrissi un racconto intitolato Roulette russa. Un giorno ero in taxi con uno della giuria del premio e lui mi fa: ”Lo sai che il tuo racconto è il più bello di tutti?” ”Bene” dico io. ”Già, però non avrai il premio Edgar”. ”E perché mai?” ”Perché tu hai già venduto i diritti del racconto alla tv, così se il premio lo diamo a Xy questo lo aiuterà a vendere i suoi racconti”. ”Ah” dissi io ”è così che vengono assegnati i premi in America”. Scesi dal taxi e il giorno dopo diedi le dimissioni da socio dell’associazione degli scrittori gialli americani» (Ed McBain) .
• A proposito di Hitchcock, come si lavorava con lui?
«Era un uomo molto brillante, molto divertente».
vero che odiava gli attori?
«No, si limitava a dire che erano bestiame... Sul set degli Uccelli, ripeteva spesso: ”Perché mai dovrei prendere un Cary Grant e dividere il 50 per cento degli incassi con lui? In questo film ci sono solo due star: io e gli uccelli”» (Ed McBain).
• Come mai nei titoli di testa del successivo film di Hitchcock, Marnie, il suo nome non c’è?
«Ho scritto la prima bozza di sceneggiatura e poi sono stato licenziato. Non eravamo d’accordo su una scena. Hitchcock la voleva in un modo, io in un altro. Allora pensai di scrivergliela prima come voleva lui, e poi come volevo io, sicuro che si sarebbe convinto e avrebbe apprezzato la mia buona volontà. Il giorno dopo mi telefona Peggy Robinson, la sua assistente, e mi dice che l’incarico è stato affidato a un altro sceneggiatore. Hitchcock non ha voluto nemmeno leggere la mia versione...» .
• Il genere giallo avrà successo per sempre?
«Sì, finché avranno successo i libri. L’America è storicamente una nazione violenta e tutto il mondo oggi diventa sempre più violento. La gente pensa sempre alla morte e credo che, leggendo dei romanzi in cui alla fine tutto torna tranquillo, possa tirare un bel sospiro di sollievo. Conferma la fiducia in una società che tutto sommato marcia» (Ed McBain).
• per questo che lei scrive gialli?
«Ho grande rispetto per la legge e l’ordine. Senza, sarebbe il caos, la barbarie, la legge del più forte. McBain scrive per rinforzare il concetto di un mondo governato dalla legge e, si spera, dalla giustizia; e ripete continuamente al lettore che questo tipo di civiltà funziona. Quando il semaforo è rosso, dobbiamo fermarci, perché se non lo facciamo rischiamo un incidente. Ma non deve essere necessaria la presenza di un poliziotto, perché lo sappiamo da soli come comportarci. Poi c’è Hunter, che invece descrive il tempo in cui viviamo. Vuole dire agli altri che siamo tutti esseri umani e dividiamo le stesse paure, gli stessi dolori, le stesse gioie. E scrive per illuminare, se gli riesce, la vita di qualcuno che non ha compreso queste cose».
Lei scrive da duro, parla da duro, si veste da duro, eppure non sembra così duro come vorrebbe far credere...
«Molte persone che ho conosciuto sono come me: dei sentimentali nonostante scrivano di violenza» (Ed McBain).