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 2003  agosto 25 Lunedì calendario

 ufficiale: il 2003 è l’annata più calda degli ultimi due secoli

•  ufficiale: il 2003 è l’annata più calda degli ultimi due secoli. Barry Commoner, biologo di Harvard, forse il più celebre ambientalista americano da quando pubblicò il classico Scienza e sopravvivenza: «Lo vediamo tutti: ero a New York l’altro giorno, mai sentito un caldo così».
• La media delle temperature in Italia è aumentata di un grado rispetto a un secolo fa. Luca Mercalli, direttore della rivista di metereologia ”Nimbus”: «Ad esempio a Vercelli e Novara in inverno si è passati da 11 a 12 gradi. Un dato che è simile a quello dell’intero pianeta: la Terra in 100 anni si è ”riscaldata” di 0,8 gradi. Lo stesso ragionamento si può fare per la neve: all’inizio del Novecento in pianura ne cadevano in media 70 centimetri ogni inverno, mentre a fine secolo si era attestata a 30. Addirittura in queste primi tre anni del Terzo Millennio a Torino siamo scesi a una quindicina di centimetri».
• La media mensile di giugno a Milano è stata di 27,9 gradi centigradi. Nell’ultimo mezzo secolo la media è oscillata intorno ai 21-22 gradi, con rare punte a 23 e 24. Ma nel 1945 e nel 1950 ha raggiunto i 25,5 gradi. Più sorprendente luglio, con una media più bassa di giugno (27,3 gradi), ma con punte storiche decisamente più elevate: già nel 1983 si è registrato lo stesso valore, ma anche nel 1952 (27,42 gradi) e nel 1945 (27,79), per battere infine il record nel 1928 con i 28,15 gradi centigradi, più elevato appunto del 2003. Prima di quest’ultima data si oscillava tra i 22 e i 25 gradi (25,95 nel 1782).
• Il clima del Sahara si sta spostando verso Nord. Quelli dell’Ibimet di Firenze, l’Istituto di biometeorologia del Consiglio nazionale delle ricerche, spiegano che la colpa è delle forti piogge che hanno colpito l’Africa subsahariana: «Comportano una diminuzione delle precipitazioni e un’intensificazione del caldo sul Mediterraneo». Risultato: spostamento di 20 gradi verso nord dell’equatore meteorologico e drastica riduzione dei temporali che dall’Oceano Atlantico si dirigono verso Spagna e Italia.
• Un «congegno basato su ruote di trasmissione» governa i rapporti tra le varie aree climatiche. Giampiero Maracchi, direttore dell’Ibimet: «In questo caso la ruota monsonica preme verso il Mediterraneo saldandosi con la ruota dell’anticiclone atlantico e creando una tenaglia di alta pressione che blocca le precipitazioni». In sostanza l’aria calda proiettata verso l’alto dal vortice tropicale arriva alla latitudine del Mediterraneo completamente scarica di umidità e quindi tende a scendere formando una cappa. Lo storm truck, il cammino delle perturbazioni che dall’America arriva alle coste occidentali dell’Europa, si è così trovato del tutto bloccato.
• Ondate di calore come queste erano previste tra 20-30 anni. Il meteorologo tedesco Michael Knobelsdorf: «Mai visto un periodo di caldo secco così prolungato da quando sono cominciati i rilevamenti. L’anno scorso la Germania è stata colpita da alluvioni senza precedenti, quest’anno c’è la peggiore siccità che si ricordi. Eventi climatici estremi così ravvicinati indicano che il clima è sbilanciato».
• La lotta al terrorismo occulta i drammi umanitari del pianeta, distogliendo l’attenzione dalle «vittime delle emergenze dimenticate», quei milioni di persone che ogni anno muoiono a causa di siccità, carestie e alluvioni: lo dice la Croce Rossa, spiegando che il 2002 è stato il peggiore degli ultimi dieci anni per quanto riguarda le catastrofi, con 766 calamità e disastri, di cui 424 provocate dalla natura e 342 da attività umane. Sono morte 24 mila persone e 608 milioni hanno subito gravi danni, la maggior parte dei quali per la mancanza d’acqua. Le catastrofi dovute ai cambiamenti del clima sono infatti in aumento: nel periodo ’93-97 se ne contavano in media 200; tra il ’98 e il 2002, 331 l’anno.
• Altro che Saddam Hussein, è l’effetto serra la vera arma di distruzione di massa. John Houghton, ex membro dell’Intergovernmental Panel on Climate Change, il massimo organismo mondiale in fatto di ricerche sul clima impazzito: «Può colpire ovunque e in qualunque forma. Come un’ondata micidiale di caldo in un zona e un’alluvione disastrosa in un’altra. Non esistono più confini, proprio come avviene per il terrorismo di ultima generazione». Per Houghton c’è una sola salvezza: «Generare nell’opinione pubblica un sano terrore e, insieme, una consapevolezza che si tramuti in forza di pressione politica sui governi. Al prossimo nubifragio si dovrà gridare con rabbia: ”Ci hanno buttato addosso un’altra arma di distruzione di massa!”».
• L’uomo assorbe dal sole troppa energia. Commoner: «Un fatto, non una chiacchiera. Probabilmente, continueremo ad assorbire sempre più energia per decine di anni. Ma di questo ci accorgeremo non tanto per le temperature più alte, quanto per i fenomeni di cui si parlava prima. Saranno sempre più forti, più frequenti e, a loro volta, aumenteranno sempre di più l’impatto dell’energia solare nella nostra atmosfera». L’era glaciale finì senza che noi bipedi accendessimo un solo fiammifero. Perché non c’eravamo. Commoner: «Certo. Anche stavolta assistiamo probabilmente a una mutazione ciclica. Le cui conseguenze, però, l’uomo ha immensamente aggravato, anticipato e affrettato».
• La climatologia non può formulare ipotesi precise. Zichichi, presidente del Centro Ettore Majorana di Erice: «Siamo agli inizi. come se in fisica non conoscessimo ancora gli atomi». Guido Visconti, fisico dell’atmosfera all’Università de L’Aquila: «Non abbiamo alcuna prova definitiva per dire che questi periodi di caldo estremo siano conseguenza del riscaldamento dell’atmosfera e che di esso sia responsabile davvero l’uomo [...] L’unica cosa che si è registrata negli ultimi 150 anni a partire dallo sviluppo della rivoluzione industriale è un costante aumento dell’anidride carbonica generato dalla sfruttamento intensivo dei combustibili fossili per cui siamo passati da 250 parti per milione oltre un secolo fa a 350 parti per milione di oggi. ovviamente certo che la causa sia l’attività industriale e ciò che ne è derivato nella vita dell’uomo». Ciò non basta però per spiegare quello che succede.
• Fenomeni di riscaldamento o di raffreddamento sono già avvenuti. Visconti: «Nel Medioevo si è avuto un periodo di oltre cento anni molto più caldo del normale e ad esso è succeduta una fase di raffreddamento che si è prolungata per circa tre secoli dal 1500 al 1800 e battezzata piccola era glaciale. I meccanismi scatenanti le due manifestazioni di caldo e freddo non sono conosciuti anche se sono evidentemente naturali non potendo allora l’uomo influire così pesantemente sull’ambiente. Un altro enigma è anche più vicino a noi. Con l’Ottocento abbiamo la rivoluzione industriale e un costante aumento dell’anidride carbonica. Pur con questa tendenza di fondo, negli anni 40 si misura una fase calda alla quale sono seguiti anni più freddi. Come mai questa anomalia?».
• I modelli teorici per spiegare la circolazione atmosferica globale usati nei centri di ricerca mondiale sono una quindicina. Visconti: «Tutti portano a conclusioni comuni sulla descrizione dei fenomeni che però rimangono generali e certificano solo un aumento medio di circa un grado nell’ultimo secolo. In altre parole, queste simulazioni con i computer non riescono a vedere il particolare e dire se periodi di caldo anomali come quello che stiamo vivendo nelle ultime settimane nel Mediterraneo e nel Sud Europa siano il frutto del riscaldamento globale».
• Dati sistematici si stanno raccogliendo con continuità solo dal 1958 quando venne organizzato l’Anno geofisico internazionale, cioè un piano di misure mondiale. Visconti: «Ma molte aree della Terra restano ancora al di fuori delle nostre indagini e persino le osservazioni dei satelliti sono inadeguate perché non esiste ancora uno standard che le unifichi e le renda omogenee garantendo validità assoluta alle informazioni raccolte. A cambiare il clima intervengono tre fattori: l’irraggiamento del Sole, le eruzioni vulcaniche e l’azione dell’uomo con l’immissione di anidride carbonica. Ma se pesino di più gli aspetti naturali o l’azione umana oggi non lo possiamo assolutamente dire».
• Gli scenari possibili sono sostanzialmente due: uno ottimista, l’altro pessimista. Vincenzo Ferrara, direttore del progetto clima globale dell’Enea, l’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e l’ambiente «Nel primo caso, con un aumento delle temperature di un grado e mezzo o due, ci troveremmo di fronte a cambiamenti climatici enormi: alluvioni nell’Europa centrale e desertificazione in quella meridionale. Uragani tropicali anche dalle nostre parti. [...] Si avrà una estremizzazione dei fenomeni atmosferici [...] Lo scioglimento delle nevi perenni a causa del caldo farà aumentare l’evaporazione, la condensazione e la precipitazione di acqua. Pioverà più brevemente ma con più violenza. Le alluvioni saranno più frequenti [...] Nell’Italia meridionale ci troveremo con un ecosistema di tipo nordafricano. Quindi periodi di siccità molto più lunghi [...] Al Sud attecchiranno meglio alberi di banane e kiwi mentre il Nord diverrà terreno ideale per gli ulivi».
• Lo scenario pessimistico: la catastrofe. Ferrara: «[...] se le temperature medie del mondo dovessero salire nei prossimi cento anni di sei gradi, come molti temono, ci troveremmo in un mondo completamente diverso da quello in cui viviamo [...] Sarebbe un mondo con un nuovo equilibrio climatico. Potremmo avere, ma è solo un esempio, una zona equatoriale assolutamente surriscaldata e aree polari più fredde di quelle attuali. Potremmo avere stagioni diverse da quelle che conosciamo, o addirittura non avere stagioni». La fine del mondo? «No, semplicemente un altro mondo. Del quale però, tengo a dirlo, noi non abbiamo e non possiamo avere nessuna idea».
• Le previsioni apocalittiche non sono nuove e in genere sono state smentite dai fatti. Federico Rampini su ”la Repubblica”: «Se si comprime nella durata di un anno tutto il ciclo di vita del nostro sistema solare, dalla nascita in una nube cosmica fino alla sua morte nella deflagrazione finale del sole, l’intera storia dell’umanità equivale a meno di un minuto, in una giornata all’inizio di giugno. Il ventesimo secolo passa come un flash in un terzo di secondo. Ma la prossima frazione di secondo è la più cruciale: nel XXI secolo la sopravvivenza dell’umanità è meno probabile di quanto sia mai stata prima d’ora».
• L’umanità ha il 50 per cento di probabilità di sopravvivere a questo secolo. La stima è di Martin Rees, un’autorità internazionale nella cosmologia e nell’astrofisica, già presidente della British Association for the Advancement of Science. Rampini: «Quel 50 per cento è il risultato finale di un calcolo freddo, la somma statistica ponderata di rischi di natura assai diversa tra loro: dalle catastrofi naturali al terrorismo, dall’incidente di un gigantesco esperimento scientifico ”finito male” ai cambiamenti climatici provocati dal depauperamento dell’ambiente. A ciascuno di questi pericoli gli scienziati possono assegnare con qualche approssimazione una probabilità statistica. Il verdetto finale è spietatamente razionale anche se alla nostra povera immaginazione appare inverosimile: siamo minacciati da un’estinzione imminente. Il cui indice di probabilità è da incubo; tradotto in termini individuali, il 50 per cento di chances di morire equivale alla speranza statistica di un malato di cancro».
• Ogni proiezione è altamente fallibile, lo ammette lo stesso Rees. In passato la casta degli scienziati ha mostrato scarsa preveggenza. Nel 1937 la US National Academy of Sciences chiese ai massimi esperti dell’epoca di immaginare in quali campi la tecnologia avrebbe fatto i progressi più rivoluzionari. Nessuno seppe prevedere l’energia nucleare, i computer, i jet e neppure i transistor e gli antibiotici (nonostante Alexander Fleming avesse già scoperto la penicillina). «Non videro arrivare neanche una delle tecnologie che di fatto hanno dominato la seconda metà del XX secolo».
• Il business degli eccessi climatici. Esiste un mercato borsistico in cui le azioni salgono e scendono in proporzione alle temperature (o ai millimetri di pioggia, ai nodi di vento, ai centimetri di neve) di determinate aree del mondo e che vale già 4,2 miliardi di dollari. Ettore Livini su ”la Repubblica”: «I titoli sono quotati sui listini dei cosiddetti ”derivati” a Chicago, Parigi e Londra. E gli acquirenti sono le aziende che hanno attività legate a filo doppio agli sbalzi del barometro - dai produttori di gelati fino ai big dei condizionatori o dello sci - interessati a limitare al massimo i danni economici causati dai capricci del tempo».
• La meteo-Borsa è un mondo capovolto in cui chi fa cappotti investe sperando nell’afa e le stazioni sciistiche accendono ceri per avere stagioni senza neve. Livini: «Il concetto finanziario è semplice: nel mondo degli affari il caldo non è uguale per tutti. La siccità e le temperature torride di quest’estate, ad esempio, sono una manna per i parchi divertimenti stile Disneyland che non perdono un giorno di affari, ma una iattura per gli agricoltori che vedono i raccolti seccare al sole o i produttori idroelettrici che si ritrovano con le dighe (e alla fine le tasche) vuote. I primi allora comprano titoli che salgono di valore con l’aumento delle giornate di pioggia, i secondi viceversa strumenti finanziari che si apprezzano in modo proporzionale al perdurare del caldo e dell’assenza di precipitazioni. Con il risultato per tutti di ridurre al minimo (pagando un piccolo premio) i rischi finanziari legati al tempo».