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 2003  luglio 28 Lunedì calendario

La legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo è passata martedì al Senato con 160 sì, 122 no, 5 astenuti, dopo 2

• La legge Gasparri sul riassetto del sistema radiotelevisivo è passata martedì al Senato con 160 sì, 122 no, 5 astenuti, dopo 2.800 votazioni in nove giorni, cinquecento emendamenti, una difficile mediazione con l’Udc (che ha portato a casa la decadenza del cda Rai nel febbraio del 2004). Torna alla Camera per l’ok definitivo, l’iter non dovrebbe concludersi prima di settembre.
• In ogni caso, la legge «va avanti con un compromesso nella maggioranza. I senatori dell’Udc hanno ottenuto che le aziende televisive non possano allargarsi nella carta stampata prima del 2008; in cambio, i centristi hanno messo da parte gli emendamenti che intendevano fissare limiti più stretti alla pubblicità per le reti nazionali».
• I punti chiave del nuovo provvedimento: confermato entro il 31 dicembre 2006 il passaggio al digitale terrestre del sistema radiotelevisivo, che potrà così incrementare di 4 volte il numero dei canali. Fermo restando il divieto di posizioni dominanti nei singoli mercati, nessun operatore può conseguire ricavi superiori al 20 per cento delle risorse del Sistema integrato della comunicazione (Sic). I ricavi sono costituiti da: canone al netto dei diritti erariali; pubblicità nazionale e locale; sponsorizzazioni, televendite e telepromozioni; investimenti di enti e imprese in altre attività finalizzate alla promozione dei propri prodotti e servizi; provvidenze pubbliche; convenzioni con soggetti pubblici; offerte televisive a pagamento; vendite di beni, servizi e abbonamenti relativi ai settori sopra indicati.
• Qualora un operatore superi il limite del 20 per cento, l’Autorità di garanzia per le comunicazioni provvederà prima a un richiamo e poi, se necessario, attiverà misure di deconcentrazione. Telecom Italia (azionista de La7), l’unica azienda ad avere più del 40 per cento dei ricavi nelle telecomunicazioni, non potrà superare il 10 per cento del Sic. Chi possiede più di una rete tv non potrà acquisire partecipazioni in imprese editrici di giornali quotidiani fino al 31 dicembre 2008. Gli editori di quotidiani potranno invece acquistare da subito radio e tv.
• Il ddl Gasparri ha fissato il calendario della riforma Rai: 31 dicembre 2003: fusione tra Rai Holding e Rai Spa; 31 gennaio 2004: il Cipe dà avvio alla privatizzazione; 28 febbraio 2004: avvio delle procedure di nomina del nuovo Consiglio di amministrazione di 9 membri, dei quali 7 eletti dalla Commissione di vigilanza parlamentare e 2 dal ministero dell’Economia. Di questi ultimi due, uno sarà eletto presidente con i due terzi della Commissione di vigilanza.
• Il presidente della Rai, Lucia Annunziata ha deciso di rimettere il mandato «nel momento stesso in cui il Ddl diverrà legge»: «La Rai - che opera ”in un mercato distorto, di fatto, dal conflitto di interessi”, e ha ereditato una ”grave crisi di ascolti e di raccolta pubblicitaria”, oltre a ”gravi contenziosi aperti con molti dei suoi dirigenti, fra cui Santoro” - dovrebbe gestire ”investimenti senza precedenti per garantire la digitalizzazione del paese”. Impegni che non possono ”essere affrontati seriamente da un Cda che opererà nei prossimi mesi, per ragioni oggettive, in condizioni di precarietà”. Pronto a dimettersi anche Giorgio Rumi, «che ha già sparato a zero contro la legge e gode dell’appoggio vaticano».
• Il ministro delle Comunicazioni è convinto che la riforma vada «nella direzione contraria al declino auspicato dall’Annunziata»: «Il declino arriverebbe se la Rai con l’applicazione di alcune sentenze della Corte costituzionale dovesse perdere la pubblicità sulla rete. La legge, invece, consente di mantenere la sua presenza forte sul mercato e di attingere a risorse pubblicitarie che insieme al canone ne garantiscono l’esistenza».
• Secondo Aldo Grasso, «la Gasparri è ”buona” perché guarda concretamente al futuro, è ”cattiva” perché ”non esiste democrazia senza pluralismo”».
• La Gasparri è la ”legge di sistema” invocata dal Quirinale? Massimo Giannini sulla ”Repubblica”: «In pratica è uno schiaffo in faccia a Ciampi e alla Costituzione. Uno sberleffo alle sentenze della Consulta e alle direttive della Ue. Un favore a Mediaset e agli interessi personali del Cavaliere. Un danno alla concorrenza e agli interessi generali della collettività. [...] La nuova legge blinda e perpetua la potenza di fuoco mediatico del Cavaliere, che conserva il controllo del servizio pubblico televisivo, mantiene la proprietà delle sue tre reti private e in prospettiva può allungare le mani sulla carta stampata. La nuova legge immanentizza il conflitto di interessi [...]».
• «Con la forza dei numeri e dei soldi si può fare qualsiasi cosa». Giulio Anselmi su ”la Repubblica”: «Nessuno poteva immaginare che la legge Frattini trasferisse in Italia l’esempio di Bloomberg, il sindaco di New York costretto a vendere tutte le azioni di società che abbiano rapporti economici con la città da lui amministrata (cosa che, trasferita in Italia, obbligherebbe alla vendita di Mediaset perché, in quanto concessionaria, ha ben più di un rapporto economico con lo Stato). Ma è evidente che la Camera non ha affatto risolto il problema, costringendo l’opposizione a non prendere parte al voto per sottolineare la gravità dell’accaduto».
• Non ci sono tv nazionali in vendita. Giovanni Valentini su ”la Repubblica”: il Sistema integrato delle comunicazioni è «un artificio [...] per vanificare quel tanto di normativa antitrust che l’Italia ha cercato di darsi finora in campo televisivo e pubblicitario». Massimo Mucchetti su ”L’espresso”: «Nell’accezione gasparriana, il Sistema integrato comprende qualsiasi cosa, perfino il canone, la musica e l’editoria scolastica. Un coacervo di business che genera risorse per 25 miliardi di euro l’anno secondo le stime più caute. Il tetto è dunque assai ampio. Troppo per essere un vincolo reale. La Fininvest potrebbe comprare la Rcs Editori o il Gruppo Espresso oppure la Poligrafici o tanti giornali locali senza sforare il tetto della Gasparri. E se proprio sforasse, le basterebbe ricollocare qualche attività minore e tenersi la polpa. Si dirà: ma anche Rcs o l’Espresso potrebbero comprarsi una tv. Peccato che non ci siano tv nazionali in vendita. Non è in vendita Mediaset e non lo è nemmeno la Rai».
• Il sistema delle comunicazioni sta andando verso la convergenza o no? Gasparri: «Ci sta andando, ovvio. Dunque è stato del tutto logico mettere insieme nel Sistema integrato della comunicazione, il Sic, risorse che sono omogenee: tv, giornali, pubblicità, editoria. Il principio era già delineato nella legge Maccanico del 1997. Noi lo abbiamo definito meglio, fissando un tetto con due obiettivi. Il primo è di impedire posizioni dominanti che strangolino il mercato. un principio molto chiaro nella legge, che affida all’Autorità di garanzia nelle comunicazioni il compito di vigilare sulla effettiva apertura del mercato. Il secondo obiettivo è quello di evitare il nanismo imprenditoriale in questo settore, soprattutto delle aziende italiane».
• E la privatizzazione della Rai? Mucchetti: «Con questo provvedimento il governo Berlusconi cambia obiettivi: dalla difesa dello status quo (Retequattro non deve andare sul satellite come pure prevede la legge) passa alla costruzione del primato inattaccabile di Mediaset sull’universo dei media italiani. Il punto cruciale è il congelamento della Rai nel ruolo del concorrente dimezzato quand’anche, cambiando il governo, non fosse più agli ordini del padrone di Mediaset. Il congelamento avviene attraverso la finta privatizzazione. La ”nuova Rai” viene spacciata per una public company, ma si tratta di un’incredibile menzogna: i soci privati non potranno avere più dell’1 per cento, mentre lo Stato non precisa in alcun modo se e quando rinuncerà al controllo. In queste condizioni, con l’equivoco di un servizio pubblico legato a un canone che tarpa le ali alla normale attività pubblicitaria, la Rai avrà anche un valore piuttosto scarso. Le stime di mercato parlano di 2,8 miliardi di euro: una miseria rispetto a Mediaset che capitalizza 9 miliardi».
• La Rai public company. Gasparri: «Il modello al quale ci siamo ispirati è quello della public company, applicando la legge Ciampi-Draghi già sperimentata per le privatizzazioni di Eni ed Enel. La public company è un modello più confacente alle esigenze del pluralismo e della democrazia. Non solo. Pochi si sono accorti di una norma contenuta nella riforma grazie alla quale dal 2006 la Rai potrà cedere rami d’azienda, ovvero reti e canali, che saranno molto più numerosi con il digitale. Chi punta a una privatizzazione più coraggiosa potrà avvalersi di questa norma, che aprirà il mercato ad altri operatori».
• Il digitale terrestre? Valentini: «La riforma Gasparri cancella di fatto l’articolo 21 e annulla la libera concorrenza in campo televisivo. Il traguardo del 2006, indicato dalla legge e già messo in dubbio dall’Antitrust e dall’Authority sulle Comunicazioni, ad andar bene non sarà raggiunto prima di 7-8 anni. E nel frattempo, il duopolio televisivo potrà rafforzare ulteriormente la sua posizione dominante, a danno di tutti gli altri media. A sostenerlo ora con le cifre è uno studio di Simmaco Management Consulting, pubblicato nei giorni scorsi su ”Il Sole-24 Ore”, il quotidiano della Confindustria. ”Per sostituire gli attuali 38 milioni di apparecchi tv presenti in Italia - spiega Marco Gambaro, presidente dell’ Istituto - ci vorranno tra i 10 e i 14 anni. E anche per avere un solo apparecchio digitale a famiglia, cambiandone quindi circa 20,5 milioni, saranno necessari tra i sette e i nove anni”. Conclusione: un vero mercato della tv digitale in Italia non potrà nascere prima del 2010-2012».
• La legge numero 66 del 2001. Gasparri: «Incredibile. La data che la legge indica per l’entrata in vigore di questa tecnologia, il 31 dicembre 2006, non l’abbiamo inventata noi, ma è stata fissata dalla legge numero 66 del 2001 voluta e approvata dall’Ulivo. Perché mai una legge per la trasformazione tecnologica del Paese è valida se la vuole il centrosinistra e diventa velleitaria quando il centrodestra cerca di attuarla?».
• La riforma Gasparri difende il duopolio Rai-Mediaset? Gasparri: «Non è vero. Sbaglio, o esiste anche un terzo polo, formato dalla 7 e da Mtv? Nessuno vieta che il proprietario di questo gruppo (Marco Tronchetti Provera, ndr) investa di più per acquisire maggiore audience. Non solo. La riforma chiarisce anche che chi ha una forte presenza nelle telecomunicazioni, come Telecom Italia, può entrare anche nel settore delle comunicazioni, cosa vietata dalla legge Maccanico del 1997. Per questo quando Roberto Colaninno acquistò Telemontecarlo ci furono molte resistenze, finché la Corte costituzionale gli diede ragione».
• La boccheggiante consorella di Stato. Mucchetti: «Non esporta, ma importa. L’intramontabile Fedele Confalonieri e i suoi mutevoli corifei della Rai hanno scoperto che, presidiando assieme le frontiere, si può ottenere lo sconto dalle major di Hollywood o dai nuovi padroni del format, l’olandese Endemol, Pearson, Einstein, Granada tv. E tanto basta per rendere ricca Mediaset e lasciar sopravvivere boccheggiante la consorella di Stato. Si potrebbe osservare, di passata, che la fiction italiana talvolta funziona anche all’estero. O che i format costituiscono la risposta multilingue e multiculturale dell’Europa all’imperialismo anglo-ispanico dei film, telefilm e soap opera. Ma l’Italia del duopolio pigro ha perso il treno. E tende a ridursi a mercato di consumo trascurando i cantieri di produzione. Così l’unica internazionalizzazione concretamente perseguita è quella che passa attraverso le acquisizioni. Una strada che può battere solo Mediaset, padrona della spagnola Telecinco e aspirante erede delle spoglie del Kirch Gruppe. La Rai, invece, resta alla finestra, impedita dalla natura della sua proprietà e dall’antica mancanza di mezzi».
• L’Italia è già uscita da settori industriali importanti. Gasparri: «Oggi siamo di fronte alla crisi dell’auto. Di fronte ai vincoli punitivi proposti dalla sinistra, mi chiedo: vogliamo forse fare in modo che anche il settore multimediale muoia o sia fagocitato dai gruppi mondiali di maggiori dimensioni? In fondo Rupert Murdoch, che possiede tv in tutto il mondo ed è cinque volte più grande di Mediaset, ora è in Italia e controlla le piattaforme digitali. Prima di lui c’erano i francesi. forse un errore se vogliamo che i gruppi italiani abbiano dimensioni adeguate per poter competere e non per capitolare?».
• Qualcuno sa tra 10 anni di chi sarà la Fiat? Gasparri: «No. E Mediaset di chi sarà? Non si sa. Noi ci stiamo attrezzando per affrontare la globalizzazione. Altri, in un mondo in cui si viaggia con l’aereo, vogliono discutere della carrozza a 6 o a 8 cavalli».