Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  giugno 16 Lunedì calendario

Più il dollaro scende e le borse "saltabeccano", più il metallo giallo ne approfitta per apprezzarsi

• Più il dollaro scende e le borse "saltabeccano", più il metallo giallo ne approfitta per apprezzarsi. ripartita la corsa all’oro? Anticiclico per carattere, l’oro ha tradizionalmente un andamento opposto a quello del dollaro. Se poi le azioni scendono, lui tende a salire, e viceversa. insomma un asset difensivo per eccellenza. Il picco nella quotazione fu raggiunto nell’estate del 1990, alla vigilia della Guerra del Golfo, con 418 dollari l’oncia (28,349540 grammi). Nei primi mesi di quest’anno l’apprezzamento dell’oro fino al raggiungimento di nuovi massimi relativi, quasi 390 dollari l’oncia, era stato fatto passare come una semplice e temporanea fuga verso il classico bene rifugio, scatenata ovviamente dai timori e dalle incertezze relativi alla guerra. Tesi che sembrava confermata dal crollo sino a 318 dollari l’oncia, con la conclusione del conflitto iracheno. Tuttavia, da quei minimi l’oro è tornato gradualmente a risalire. Venerdì era sopra i 356 dollari l’oncia.
• Nel settembre 1999 l’oro era scambiato a 252 dollari l’oncia. Tutto lascia presagire che la corsa sia destinata a non fermarsi: dal primo giugno può essere acquistato liberamente da alcune centinaia di milioni di cinesi e presto godrà di un Etf ("exchange traded fund") sul mercato Usa, attraverso il quale gli investitori potranno comprarlo in Borsa come comprano una qualunque azione. In questo scenario, l’oro è destinato probabilmente a diventare un bene rifugio al quale, diversificando gli investimenti, ancorarsi.
• Il Giappone è stato il primo a battere questa strada. Con i tassi d’interesse bancari allo 0,001 per cento, una Borsa in caduta continua, un debito pubblico che non rende attraenti i titoli di Stato, i soldi persi all’estero per l’affare Enron o per la crisi Argentina, i risparmiatori giapponesi non sapevano più cosa fare. Così, raccontava già un anno fa un Tadashi Kizu impiegato come marketing manager alla Ishifuku Metal, la gente ha preso d’assalto i negozi per scambiare fasci di banconote con lingotti.
• L’oro sembrava destinato a diventare una materia prima normale, come rame, zinco eccetera. Scriveva Peter L. Bernstein nel suo Oro: "Oggi l’oro non è forse altro che un bene di consumo, uno splendido ornamento simbolico, come il platino e i diamanti? Oppure un giorno riconquisterà la sua grandeur? giunto il momento di considerare la grande illusione dell’oro alla luce di quest’interrogativo. Ma tutto questo ormai è storia. All’alba del nuovo millennio, l’oro non è più al centro dell’universo [...] l’oro è stato evirato, ora l’avidità e la brama di potere scorrono lungo canali diversi. Il prezioso metallo è stato relegato al suo ruolo tradizionale di gioiello e ornamento, anche se in piccole quantità vola nello spazio e accelera il movimento dei segnali elettronici sugli schermi dei computer".
• ”Newsweek”, nel luglio 1999, titolava: "End of the Golden Age?" ("Fine dell’Età dell’Oro?"). Negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, con l’inflazione nei Paesi industrializzati a due cifre, investire in oro avrebbe assicurato al risparmiatore americano un rendimento al netto dell’inflazione mediamente del 10,6 per cento, la stessa scelta avrebbe fruttato al risparmiatore italiano il 9,3 per cento. Quasi nessun investimento finanziario avrebbe ottenuto uguali rendimenti. Ma poi le cose sono cambiate: un risparmiatore americano che vi avesse investito dal 1988 al 1997 avrebbe perso mediamente il 7 per cento l’anno, un italiano il 10 per cento.
• Il prezzo, si diceva, sarebbe stato determinato dalla domanda dei prodotti ai quali è destinato. La Svizzera, quarto detentore al mondo ma soprattutto unico Paese a mantenere un legame tra il metallo giallo e la circolazione monetaria, vendette alla fine degli anni Novanta la metà delle proprie riserve, 42 milioni di once. Non basta: in un articolo di Floyd Norris, pubblicato il 14 maggio del 1999 sul ”New York Times”, si leggeva questo titolo: "Who Needs Gold When We Have Greenspan?", "Chi ha bisogno dell’oro quando abbiamo Greenspan?".
• Qualcuno la pensava diversamente. Il World Gold Council, che rappresenta un significativo gruppo di industrie estrattive, lanciò una campagna pubblicitaria ricordando agli investitori manie che nel passato si rivelarono disastrose, come quella che in Olanda nel diciassettesimo secolo portò a pagare un tulipano più di una casa. Si leggeva nelle inserzioni: "I bravi investitori tengono nei loro portafogli un bene che conserva il suo valore nel tempo: l’oro".
• L’oro è indistruttibile.  così malleabile che lo si può forgiare a piacimento, perfino i popoli più primitivi riuscirono e servirsene per creare oggetti splendidi. Ciò nonostante, l’oro è indistruttibile. Gli si può far di tutto e lo si può usare per qualsiasi cosa, ma non lo si può far scomparire. I minerali del ferro, il latte di mucca, la sabbia e perfino i segnali elettronici sullo schermo di un computer sono stati tutti oggetti convertibili in qualcosa di talmente diverso dall’originale da risultare irriconoscibili. Per l’oro non è così. Ogni singolo pezzo, ogni frammento riflette le stesse qualità di tutti gli altri.
• Tutto l’oro è fatto dalla stessa sostanza. Quello di un orecchino e quello dell’aureola dipinta in un affresco, l’oro della cupola della Massachusetts State House, le pagliuzze sui caschi da football del Notre Dame e perfino i lingotti custoditi a Fort Knox, il salvadanaio ufficiale degli Stati Uniti. Il che spiega come mai il suo splendore sia per sempre. Scrive Bernstein: "Al Cairo si può ammirare una protesi dentaria a ponte forgiata in oro, preparata per un egizio di 4.500 anni fa; il reperto è in condizioni tali che potrebbe essere montato nella mia o nella vostra bocca, oggi".
• Oltre che inerte, l’oro è straordinariamente denso. Un metro cubo pesa poco meno di 18 tonnellate. Nel 1875, l’economista Stanley Jevons osservò che le transizioni che avevano luogo ogni giorno presso Bankers Clearing House di Londra ammontavano a 20 milioni di sterline: se fossero state pagate in monete d’oro, ne sarebbero occorse 157 tonnellate "e il loro trasporto avrebbe richiesto ottanta cavalli". La densità implica la possibilità di usarlo, anche in quantità piccolissime, per coniare monete di elevato valore nominale.
• A differenza di ogni altro elemento, quasi tutto l’oro estratto dalle miniere fino a questo momento è ancora in circolazione. Gran parte si trova nei musei, a ornamento delle statue di antiche divinità e dei loro corredi, oppure nelle vetrine delle esposizioni numismatiche; in parte è sulle pagine dei codici miniati o è sepolto nei sotterranei delle banche centrali sotto forma di lingotti; moltissimo si trova intorno alle dita, pendente dalle orecchie o nella bocca degli esseri umani. C’è n’è infine una certa quantità sul fondo degli oceani, nei relitti di navi naufragate. Se si mettesse insieme tutto quest’oro e se ne facesse un cubo solido, lo si potrebbe caricare su una qualsiasi delle nostre grandi petroliere; nel complesso, esso peserebbe all’incirca 125.000 tonnellate.
• Tra il 2000 e il 2001 la domanda mondiale di oro calava ancora. Da 3.973,7 tonnellate a 3.731,9, a causa di una caduta del 37 per cento nella richiesta del mercato indiano, tra i maggiori acquirenti per la produzione di gioielli, che resta il principale utilizzo assorbendone più di 3.000 tonnellate l’anno. Ma mentre la crisi economica si è fatta sentire nei consumi industriali, scesi nel 2001 poco sopra le 300 tonnellate, la domanda nel settore degli investimenti è passata dal 160,4 a 353,1 tonnellate.
• Le quotazioni hanno così ripreso a salire. Dagli uffici studi delle banche d’investimento iniziano ad arrivare report in cui il prezzo sarebbe ormai prossimo a superare e sfondare la soglia dei 400 dollari. Secondo l’agenzia Bloomberg, Deutsche Bank ha innalzato del 5 per cento l’obiettivo di prezzo dell’oro per il 2003 e del 14 per cento quello per il 2004, sull’attesa che il dollaro rimarrà debole rispetto all’euro. Il dollaro debole, infatti, rende meno costosi gli investimenti per gli operatori non statunitensi, visto che il metallo viene trattato in dollari. Gli analisti della banca tedesca, Peter Rose e Peter Richardson, hanno innalzato l’obiettivo per quest’anno a 356 dollari l’oncia (contro una media da inizio anno di 349) dal precedente target di 340, e quello per il 2004 a 372 da 326. In rialzo anche le stime per il 2005, quando il metallo potrebbe raggiungere quota 380 dollari. "Crediamo che l’interesse degli investitori per l’oro rimarrà alto ben oltre il 2003", hanno scritto gli analisti in una nota ai clienti.
• C’è chi parla di 500 dollari l’oncia, forse 1.000.
Barton M. Biggs, global strategist di Morgan Stanley, ma la previsione è stata fatta prima della Seconda Guerra del Golfo. Per lui, comunque, è plausibile "che un portafoglio costituito da oro e azioni aurifere possa dare un ritorno del 15 per cento l’anno". Ma occorrre fare attenzione: uno studio di Merrill Lynch investment managers ha dimostrato che introdurre tra i propri investimenti una quota di titoli auriferi abbassa la volatilità totale, con aumento del rendimento e diminuzione del rischio, finché la quota di azioni specializzate in oro è sotto l’8 per cento. Oltre tale limite la situazione si ribalta e viene peggiorato il rapporto rischio rendimento. Andrea Viganò, amministratore delegato di Merrill Lynch investment managers in Italia, ritiene che la quota più adeguata di investimento nel settore aurifero sia del 3 per cento sul totale azionario: "Crea una diversificazione vantaggiosa, e non crea penalizzazioni se il mercato dei capitali dovesse ripartire".

• Come si fa a investire in oro. Il primo modo è comprare monete: ad esempio la Sterlina oro, che pesa 7,332 grammi e sabato mattina stava tra 68,84 euro (domanda) e 80,05 (offerta). L’acquisto avviene tramite le poche società di intermediazione autorizzate dall’Ufficio italiano cambi, non si pagano né commissioni né imposte e dal 2000, anno in cui è caduto il monopolio, non si paga neanche l’Iva del 20 per cento. Per il risparmiatore il vero problema è rivenderle, ma alcune società, come Confinvest, vendono e acquistano. Le società che lavorano l’oro (banco metalli) comprano il fino contenuto ma non riconoscono la manifattura delle monete, e pagano quindi circa il 10 per cento in meno del valore ufficiale.
• E i lingotti? I più piccoli pesano 50 grammi, ma si può arrivare fino a 1000. Riportano impressa la purezza, da 0,995 per cento in su, e il peso. Rispetto alle monete costano in media circa il 5 per cento in più, a causa della particolare lavorazione. Si comprano presso le società autorizzate dall’Ufficio italiano cambi. Sono meglio rivendibili se firmati da produttori di livello internazionale. In ogni caso sono meno commercializzabili delle monete per ragioni di peso e costo.
• Poi ci sono i gioielli. Appagano sul piano edonistico, ma sono sconsigliati come puro investimento. La rivalutazione nel tempo dipende dal singolo pezzo: la manifattura, le pietre, la maison, l’artista, la storia dei gioielli e altre caratteristiche. Sono da considerare oggetti da collezionismo e, se si tratta di pezzi importanti e unici, guadagni significativi possono venire dalla vendita all’incanto.
• Meglio i fondi d’investimento. Il modo migliore per investire in oro in questo momento non è quello di puntare sul prodotto finito ma sulle società estrattive, minerarie e del settore. I fondi specializzati in oro selezionano aziende in tutto il mondo. L’investimento in fondi del settore aurifero è adeguato per un profilo di rischio elevato e va inteso nel lungo periodo.
• Infine le azioni. L’investimento diretto in titoli auriferi è più rischioso rispetto al fondo specializzato, per la possibilità di forti oscillazioni, ma può essere più redditizio. Alcuni titoli in cui gli stessi fondi specializzati hanno investito molto (Gold Fields, Harmony Gold, Mining, Anglogold, Goldcorp, Aurion, Durban Deeps) hanno sperimentato recentemente, in un intervallo di tempo da 6 a 12 mesi, rendimenti a tre cifre.
• Cosa potrebbe provocare una discesa del prezzo dell’oro? Solo buone notizie sul fronte economico o nel quadro politico in Palestina. Così come influirebbe in modo negativo la decisione di alcune banche centrali di dismettere parte delle riserve aurifere, ma fino al 2004, con il Washington agreement, gli istituti europei si sono impegnati a non venderne più di 400 tonnellate l’anno.