Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 26 maggio 2003
”The Economist” usa da anni un indicatore alternativo dell’attività economica, l’’R-Word index”: conta quanti articoli sulla ”recessione” sono pubblicati dai due principali quotidiani Usa, ”New York Times” e ”Washington Post”, ed ha segnalato tempestivamente l’inizio delle recessioni del 1981, 1990, 2001
• ”The Economist” usa da anni un indicatore alternativo dell’attività economica, l’’R-Word index”: conta quanti articoli sulla ”recessione” sono pubblicati dai due principali quotidiani Usa, ”New York Times” e ”Washington Post”, ed ha segnalato tempestivamente l’inizio delle recessioni del 1981, 1990, 2001. A fine 2001 l’indice era a quota 1200; un anno dopo, però, era precipitato a 500: quelli dell’’Economist” gli hanno allora affiancato il ”D-Word Index”, basato sugli articoli riguadanti la deflazione e misurato su scala globale, cioè su ”Financial Times” e ”Wall Street Journal”. Risultato: a fine 2001 eravamo a quota 100, a fine 2002 quasi a 400.
• Gli ultimi dati macroeconomici parlano di deflazione. Il 14 maggio Washington comunica i prezzi all’importazione, che per il mese di aprile registrano un calo del 2,7 per cento, il maggior declino nella storia di questo indice nato 14 anni fa. Il giorno dopo tocca ai prezzi alla produzione, che da sempre anticipano di circa 6-12 mesi l’andamento di quelli al dettaglio: il -1,9 per cento è un record negativo dal 1947. Il Core Index (non tiene conto dei prodotti alimentari ed energetici, maggiormente volatili) ha la maggiore contrazione dell’ultima decade (-0,9). [2]
• Il 16 maggio il Dipartimento del Lavoro rende noti i prezzi al consumo: indice generale in calo dello 0,3 per cento, il più consistente degli ultimi 19 mesi, core invariato per il secondo mese consecutivo (non succedeva dal 1982). Dall’aprile 2003 all’aprile 2002 l’indice core complessivo è all’1,5 per cento, il minor tasso di crescita dal marzo 1966, quello relativo alle spese per consumi personali è sotto dell’1 per cento (come durante la Seconda Guerra Mondiale). [2]
• Dagli anni 60 siamo vissuti in un’era di inflazione, bilanciata e controllata prima, galoppante nell’Italia e nel Brasile degli anni 70 o in Israele negli anni 80, discendente negli anni 90. Geminello Alvi: «Per più di vent’anni, almeno dalla fine degli Anni Settanta, i banchieri centrali hanno predicato la lotta all’inflazione, dicendoci fino alla noia quanto era cattiva. Adesso è fatta, l’inflazione è estinta a Oriente e a Occidente, tant’è che tutti anzi temono l’opposto: la deflazione. E quasi dicono che un po’ d’inflazione, però, non era così male. Appunto un però come quelli che s’usano nei funerali per qualcuno ormai estinto».
• Con la deflazione succede che le banche paghino i clienti perché si facciano prestare dei soldi. ”Il Riformista”: «Succede che i sindacati rinuncino ad aumenti in busta paga, per salvare posti di lavoro. Succede che i consumatori preferiscano rinviare gli acquisti, perché più passa tempo, più i prezzi scendono. è un mondo alla rovescia, dove le aziende che non spendono si indebitano e dove un mutuo a breve ha condizioni più vantaggiose di uno a lungo termine».
Arthur Rolnick, direttore dell’ufficio studi della Federal Reserve Bank di Minneapolis, spiega che «una maggiore quantità di merci insegue una minore quantità di denaro», l’opposto dell’inflazione (a un’ampia disponibilità di denaro dei consumatori corrisponde una limitata offerta di merci e servizi).
• Le metafore dei libri spiegano che vivere con un’inflazione negativa è come guidare un aeroplano a bassa quota: è più difficile perché non hai margini di manovra e molto molto pericoloso. Oppure sostengono che ha i modi di un esaurimento nervoso, e che perciò è difficile da curare.
Un altro danno della deflazione è l’illusione monetaria creata dal basso costo del denaro: con tassi d’interesse sempre più bassi, i prestiti delle banche o delle carte di credito sembrano ”regalati”. Risultato: la gente si indebita ancora di più, aggravando uno squilibrio finanziario drammatico.
• Il Giappone è in queste condizioni da 5-10 anni: perciò si dice che nell’economia mondiale si aggira la sindrome Giappone, la paura di finire come un paese in crisi da un decennio che da almeno cinque anni ha capito che non esiste (quasi) possibilità di vedere la fine di quella stagnazione dell’economia. Nell’ultimo anno i prezzi sono scesi dell’1,2 per cento.
Il 24 gennaio c’è stato il primo prestito a interesse negativo: Abn Amro ha dato a Société Générale e Bnp 15 miliardi di yen (117 milioni di euro) a un interesse del meno 0,01 per cento (le due banche restituiranno meno denaro di quanto ne hanno preso). La Abn Amro sa di guadagnarci: è certa che in futuro i prezzi in Giappone saranno più bassi di oggi.
• Il Giappone si salva dal disastro soltanto grazie alle sue enormi esportazioni che compensano in qualche misura il crollo della domanda interna ed ha una sola possibilità di salvezza: un boom economico mondiale. Giuseppe Turani: «Solo che se poi vanno al tappeto anche Europa e America, chi la fa la ripresa? Da dove arriva il boom? Da Marte?». La crescita media mondiale del primo trimestre 2003 è stata eguale a zero. Di poco superiore in Usa. La Cina, che marciava a ritmi di crescita da record, registra una stagnazione improvvisa sotto l’urto dell’epidemia Sars. La tendenza si preannuncia analoga nel secondo e nel terzo trimestre.
• Tre generazioni di occidentali non hanno mai vissuto la deflazione. In generale si deve risalire agli Anni Trenta, quando la caduta dei prezzi fu l’altra faccia della depressione: dopo il crack di Wall Street del 1929 l’economia ci mise otto anni a recuperare e nel punto più basso (1933) i disoccupati erano il 25 per cento della popolazione attiva. L’ultima stagnazione dell’economia mondiale non si accompagnò ad alcuna deflazione, ma anzi all’inflazione, al punto che s’usò alla fine degli anni Settanta il termine ”stagflazione”. Alvi: «Una generazione di economisti e banchieri crebbe da allora educandosi ai precetti antinflattivi del presidente della Federal Reserve Volcker e alle ricette liberiste di Reagan».
• L’annuncio e il tenace perseguimento di politiche anti-inflazionistiche hanno generato nel lungo periodo aspettative di bassa inflazione che sono andate al di là degli obiettivi delle banche centrali. La voce.info: «Nel breve periodo, questo è stato un bene perché la politica monetaria non ha dovuto offrire al pubblico una definizione quantitativa di stabilità dei prezzi, ma ha potuto semplicemente far leva sull’argomentazione intuitiva che l’alta inflazione fosse un male. Tuttavia, quando con gli anni Novanta l’aumento dei prezzi è tornato sotto controllo, le aspettative di politiche anti-inflazionistiche hanno avuto un effetto boomerang».
• La disinflazione è virtuosa quando è il frutto di innovazioni tecnologiche che consentono di realizzare nuovi prodotti a costi inferiori (New Economy). Federico Rampini: «Diventa pericolosa quando è la spia di più gravi squilibri: per esempio un’alta capacità produttiva inutilizzata; fabbriche e macchinari e computer che girano al rallentatore o non girano affatto. Alcuni settori tecnologici sono già in questo stato [...] L’industria dell’automobile negli Stati Uniti ha cercato di rimediare a questa ”sovraccapacità” produttiva con sconti che hanno raggiunto il 10 per cento su molti modelli: così ha dato il suo contributo alla deflazione».
• Il consumatore, a prima vista, potrebbe rallegrarsi di tutto ciò: la roba costa meno. Turani: «Non è esattamente così. Infatti con i prezzi che, invece di salire (un po’), scendono, viene a cadere la stimolo a comprare. Intanto perché so che più aspetto e meno pagherò e inoltre perché so anche che più aspetto e più i soldi che ho in tasca aumenteranno di valore. In Giappone la faccenda è complicata anche dal fatto che la gente sa benissimo che lo Stato non avrà i soldi per pagare le pensioni promesse e che nemmeno riuscirà a far fronte al colossale debito pubblico. E quindi i giapponesi non spendono (bloccando l’economia) perché sanno che dei loro soldi avranno bisogno quando saranno vecchi e sanno anche che lo Stato, prima o poi, andrà a chiedere loro soldi per far fronte ai propri impegni».
• Il risultato è paradossale. Turani: «Le aziende sono costrette a abbassare i prezzi (perché non c’è richiesta), e quindi guadagnano meno e vanno in crisi. Lasciano a casa parte dei lavoratori (per cercare di ritrovare l’equilibrio nei conti), ma in questo modo aumenta il numero di quelli che non hanno nessuna voglia di spendere (oltre all’inflazione negativa sono anche senza stipendio). La Banca centrale porta il costo del denaro a zero, ma questo denaro (che non costa nulla, non si pagano interessi) non viene usato per consumi. E questo a causa della ragione spiegata prima: la gente non ha alcuno stimolo a consumare. Preferisce di gran lunga tenersi i soldi in tasca». E’ quella che Keynes chiamò ”Trappola della liquidità”.
• Negli Usa e in Europa l’inflazione non è negativa, ma sta scendendo, e, poiché c’è crisi economica e il numero dei disoccupati non cala, si teme possa scendere di più. Per questo negli Usa la caduta del dollaro è benvenuta: la svalutazione rilancia i profitti delle imprese, importa inflazione (le merci provenienti dall’estero costano di più), esporta deflazione. La Fed ha alcune armi per contrastare aspettative deflattive. Alexander Weber: «Una è quella di promettere credibilmente di mantenere bassi i tassi d’interesse futuri, in tal caso le famiglie recuperano reddito sostituendo debiti costosi con debiti più a buon mercato. Un altro strumento è il riacquisto di titoli pubblici, immettendo così liquidità nel sistema. Una possibilità ulteriore è di convincere i mercati della propria determinazione, in tal caso saranno i mercati stessi a far scendere il dollaro per recuperare competitività».
• Il dollaro debole è una risposta efficace solo per l’America (e solo a breve termine). Weber: «Per effetto della loro svalutazione gli Stati Uniti hanno già ”tagliato” di fatto e d’imperio l’1 per cento di crescita del Pil europeo. Germania e Olanda sono ricadute in recessione, l’Italia sta per entrarci. Il Fondo monetario teme che per i tedeschi la deflazione sia alle porte (ma il cancelliere Schroeder ha smentito questo scenario). Mentre Bush accompagna al dollaro debole i regali fiscali alle sue imprese, gli europei hanno le mani legate dal Patto di stabilità che li penalizza due volte: perché impedisce politiche keynesiane di rilancio attraverso il deficit; e perché il rigore finanziario attira capitali verso il Vecchio continente rendendo sempre più costose le esportazioni».
• Modigliani dice che il tetto del 3 per cento (disavanzo/pil) è una stupidaggine. Se la prende con «quei cocciuti dei tedeschi!», spiega che gli investimenti pubblici debbono essere trattati in contabilità separate, non inclusi nel disavanzo pubblico di un sistema Paese, aggiunge che i margini per ridurre i tassi d’interesse in Europa ci sarebbero «se soltanto ci fosse gente ragionevole!».
Secondo Carlo De Benedetti, invece, «i banchieri centrali hanno armi spuntate. Chi dopo aver chiuso gli occhi per mesi, oggi grida al loro mancato intervento se la prende con chi colpa non ha [...] perché non è la Bce a poter supplire a una politica economica continentale che non esiste». Meglio affrontare «quei nodi strutturali che strangolano le nostre economie», rivedere sistemi di welfare «inefficienti e onerosi», creare regole per un mercato finanziario «davvero unito», abbattere «le barriere e i protezionismi nazionali».
• La Fed dice che occorre stimolare subito la domanda anche con politiche «che vanno al di là di quelle convenzionalmente considerate». In altri termini, riduzione dei tassi e aumento dei deficit pubblici. C’è però il rischio, sostengono i conservatori, che moneta facile e disavanzi pubblici riaccendano l’inflazione. Secondo ”Il Riformista” dovrebbero ricordare quanto scritto da Paul Samuelson e William D. Nordhaus in Economia: «Un’inflazione bilanciata e prevista non ha alcun effetto sulla produzione reale, sull’efficienza, o sulla distribuzione del reddito». Nel caso di inflazione moderata, infatti, «i prezzi sono semplicemente un metro variabile a cui la gente adatta il proprio comportamento».
• La svalutazione del dollaro, si dice, è un altro sintomo della prepotenza egemonica Usa. Rampini: «Il recupero dei profitti delle multinazionali Usa è un indicatore efficace. Ma anche in questo campo l’unilateralismo ha dei rischi. La discesa del dollaro, pur robusta, è stata frenata dal sostegno delle banche centrali giapponese e cinese che non vogliono perdere troppa competitività. Se dovesse mollare l’argine asiatico, la svalutazione potrebbe trasformarsi in un crollo, una fuga scomposta, e allora anche per Wall Street i danni sarebbero superiori ai benefici». Weber: «Chi comprerà le merci americane a buon mercato se anche Europa e Giappone saranno in crisi economica con prezzi calanti? La risposta è semplice: nessuno lo farà. E si avrà infine la dimostrazione che nelle ”guerre” economiche è quasi impossibile essere ”unilateralisti”, per fare scambi economici bisogna essere almeno in due ed evitare di farsi la guerra».
• Per gli ottimisti la deflazione è come il colesterolo: c’è quella cattiva, come in Giappone e come probabilmente lo sarebbe negli Usa e in Europa, e c’è quella buona, come in Cina e nell’Asia dell’Est (Giappone escluso). La Cina viveva prima della Sars e probabilmente vivrà in futuro una situazione di calo dei prezzi accompagnata però non da una stagnazione dell’economia ma da un boom: ciò rende la sua economia (e con essa quelle del Sud-Est asiatico) ipercompetitiva, «la vera, grande fabbrica del pianeta che impone i suoi prezzi di produzione al resto del mondo».
• La deflazione domestica per la Cina è una forza competitiva poderosa, che crea crescita e ricchezza all’interno. Danilo Taino: «Una volta esportata forzatamente, come pressione al ribasso sui prezzi, nei Paesi industrializzati crea invece povertà. Non siamo insomma agli Anni Trenta. Ma, nel mondo della Nuova Deflazione - come l’ha chiamata l’economista David Roche – c’è chi vince e c’è chi perde. è in atto - proprio a causa delle diverse velocità di crescita e di deflazione, dei grandi volumi di esportazione dalla Cina e dei flussi di investimento dal resto del mondo - un trasferimento immenso di ricchezza da Ovest a Est. Qualcosa che sta cambiando l’ordine economico internazionale. La maggior parte dei governi, soprattutto in Europa, non l’ha capito. L’hanno invece compreso molte imprese, che infatti non possono fare altro, se non vogliono fallire, che andare in Cina ad aprire fabbriche. ”La nostra sola chance è colonizzarli”, dice un politicamente scorretto, e pragmaticissimo, imprenditore emiliano».