Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 6 gennaio 2003
La Corea del Nord, che cerca di costruire bombe atomiche, ha espulso gli ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) che avevano denunciato il trasferimento di un migliaio di barre d’uranio al reattore nucleare di Yongbyon (80 chilometri a nord della capitale) per procedere all’estrazione di plutonio
• La Corea del Nord, che cerca di costruire bombe atomiche, ha espulso gli ispettori dell’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) che avevano denunciato il trasferimento di un migliaio di barre d’uranio al reattore nucleare di Yongbyon (80 chilometri a nord della capitale) per procedere all’estrazione di plutonio. [1] Secondo lo scienziato britannico John Large, Pyongyang potrebbe realizzare una bomba entro 30 giorni, ma Aleksander Rumyantsev, ministro dell’Energia atomica russo, sostiene che è un processo ancora troppo difficile per gli uomini di Kim Jong Il.
• La guerra delle parole iniziò il 16 ottobre quando il vicesegretario di Stato Usa James Kelly disse che i nordcoreani avevano confessato piani segreti sul nucleare. Il 14 novembre Washington interruppe le forniture di petrolio a Pyongyang, che facevano parte dell’accordo del 1994 con cui la Corea del Nord accettava di ”congelare” il suo programma nucleare. Finite le forniture di carburante, il 12 dicembre i nordcoreani hanno riattivato il reattore di Yongbyon. [3] Tutti gli analisti sembrano d’accordo sul fatto che le nuove mosse di Kim Jong Il non hanno lo scopo di provocare una guerra nucleare, ma piuttosto di spingere Washington a negoziare un trattato di non aggressione e assistenza economica. [4] L’amministrazione Bush punta invece su quella che chiama «strategia del contenimento su misura»: sanzioni politiche ed economiche contro la Corea del Nord per isolarla e accentuarne le difficoltà interne.
• Nel 1994 il mondo sfiorò una guerra nucleare per la prima volta dalla crisi missilistica cubana del ’62. «Certamente sfiorò la guerra. Gli Usa erano convinti che la Corea del Nord possedesse fino a cinque armi nucleari, ottenute con il plutonio prodotto nel reattore moderato a grafite di progettazione russa. I nordcoreani annunciarono la sospensione del Trattato di Non Proliferazione Nucleare a cui avevano da poco aderito e rifiutarono di autorizzare le ispezioni speciali, stile Iraq, dell’Aiea. Il Pentagono pianificò allora attacchi ”chirurgici” contro il Nord» (James Glyn Ford).
• A Okinawa (la base Usa in Giappone) il conto alla rovescia era partito, «con gli F1-11 a motori accesi e riforniti di carburante. La Corea del Nord minacciava di trasformare la capitale della Corea del Sud, Seul, in un mare di fuoco. All’ultimo minuto, l’ex presidente Usa Jimmy Carter intervenne direttamente presso il leader nordcoreano Kim Il Sung e, dopo estenuanti negoziati, le due parti firmarono a Ginevra un accordo quadro: gli Stati Uniti promettevano di costruire due reattori ad acqua leggera a 1000 MW in Corea del Nord in cambio dell’abbandono del programma nucleare da parte di Pyongyang. L’organizzazione per lo sviluppo energetico della Corea (Kedo), un consorzio multinazionale con Usa, Corea del Sud e Giappone, doveva approntare il primo di questi reattori entro la fine del 2003 e il secondo un anno dopo. Gli Stati Uniti non avrebbero erogato finanziamenti diretti, ma nell’interim avrebbero fornito 500 milioni di tonnellate di carburante pesante all’anno alle obsolete centrali termiche a petrolio della Corea del Nord» (Ford).
• L’accordo quadro è stato onorato solo in parte. «Le forniture di combustibile pesante sono arrivate per lungo tempo a spizzichi e bocconi. Il Congresso americano non ha approvato i fondi necessari e i finanziamenti [...] Agli occhi dei nordcoreani gli statunitensi erano in cattiva fede, poiché alti dirigenti dell’Amministrazione americana andavano sostenendo che l’impresa del consorzio energetico era un mezzo per prendere tempo in attesa del crollo del Nord. [...] La costruzione dei reattori ad acqua leggera è in ritardo di almeno sette anni - in realtà è a malapena iniziata. L’unica cosa che i nordcoreani possono mostrare sono due profondi scavi nel terreno e svariate migliaia di tonnellate di cemento. Da quando Bush è entrato in carica, gli Stati Uniti chiedono ispezioni ”precoci” da parte dell’Aiea, non previste nell’accordo. L’America non ha né normalizzato le relazioni, né revocato l’embargo, e il discorso di Bush sull’’Asse del male”, lo scorso gennaio, ha rilanciato la minaccia di attacchi nucleari contro la Corea del Nord» (Ford).
• La Corea del Nord spende il 28 per cento del proprio bilancio in armamenti, contro il 3 per cento di Seul: «Uno dei metodi utilizzati dal regime per mantenersi al potere è mantenere il più viva possibile la minaccia militare. File di carri armati seminascosti da stuoie di paglia si possono vedere ogni mezzo chilometro lungo ”l’autostrada” che va da Panmunjom, il villaggio di frontiera fra le due Coree, a Pyongyang» (Marco Lupis).
• Pyongyang dispone di 600-700 missili con cariche convenzionali in grado di colpire sia Seul sia Tokyo, alcuni di essi potrebbero venire dotati di testate batteriologiche o chimiche. [6] L’esercito sta dispiegando armi proibite lungo la zona smilitarizzata sul 38mo parallelo, in violazione degli accordi firmati nel 1953 alla fine della guerra tra le due Coree. Secondo fonti sudcoreane, sarebbero state poste a una distanza tra i 100 e i 400 metri a nord della linea e verrebbero rimosse alla fine di ogni giornata. A Washington tutti gli enti che si occupano di sicurezza nazionale e internazionale sono già in allarme rosso: l’intelligence Usa ritiene infatti che i nordcoreani siano già in possesso di tre bombe a testata atomica e che le quantità di plutonio presenti a Yongbyon consentirebbero la produzione di altri due ordigni.
• I sudcoreani sono nel panico: temono un conflitto aperto fra il vicino del Nord e gli Stati Uniti, e ancor più hanno paura di trasformarsi nei primi obiettivi di una possibile rappresaglia nordcoreana. La popolazione, dopo le aperture degli anni Novanta, è tornata a vedere nel vicino Nord un nemico pericoloso: sui quotidiani di Seul appaiono annunci che pubblicizzano la costruzione di rifugi antiatomici, la protezione civile ha approntato un piano di evacuazione di massa in caso di attacco militare o inquinamento radioattivo.
• Negli ultimi cinque anni un nordcoreano su otto è morto di fame. [6] Quest’inverno moriranno di fame e di freddo quasi un milione di persone, più della metà bambini (stima Unicef approssimata per difetto). Gerald Bourke, portavoce del Programma alimentare mondiale dell’Onu a Seul, racconta che nel Paese governato da Kim Jong Il la gente «va sulle montagne a cercare erba da mangiare e sulle spiagge a raccogliere alghe».
• La nazione che minaccia il mondo con le armi nucleari ha l’elettricità razionata. «Nelle ambasciate le lavatrici funzionano come ripostiglio, sognando che un giorno i watt ritornino. L’acqua calda è un miraggio capitalista. Il frigorifero, quando c’è, è di tutti: della famiglia, del palazzo, del condominio, del quartiere. Tanto dentro ci finisce poca roba, il razionamento per 23 milioni di nordcoreani prevede 5 uova al mese, 600 grammi di riso, mezzo chilo di zucchero, soia».
• La Corea del Nord ha adottato riforme quasi irreversibili per trasformare l’attuale economia di Stato in un’economia in cui il mercato svolge un ruolo centrale. «Il vecchio modello grazie al quale si forniva cibo gratis alla popolazione attraverso i ”centri di distribuzione del popolo” è stato superato da un sistema che incentiva la produzione e i produttori con massicci aumenti salariali. La vecchia uguaglianza che permetteva vita facile è stata spezzata via, ora l’agricoltura e l’industria debbono essere concorrenziali» (Ford).
• Per il Pentagono la crisi nordcoreana è uno scomodo fastidio che lo costringe ad ammettere che una guerra con la Corea sarebbe molto più difficile che una con l’Iraq. In caso di guerra, dicono gli analisti, Pyongyang reagirebbe sicuramente attaccando la Corea del Sud, con gravi rischi per la popolazione e i 37.000 marines americani di stanza nel Paese. [9] La situazione nordcoreana pare più minacciosa di quella irachena, perché comporta un rischio imminente e c’è di mezzo l’atomica. Colin Powell, segretario di Stato Usa: «E’ vero, il loro esercito è più numeroso, ma il loro paese, la loro economia e la loro società sono allo sfascio. L’Iraq invece ha violato 16 risoluzioni dell’Onu e siamo in attesa di vedere se davvero violerà anche quella attuale. Ha usato ogni mezzo letale contro il suo stesso popolo, e i paesi vicini, con un atteggiamento di sfida che perdura da 12 anni. La situazione è decisamente più critica di quella nordcoreana che si è presentata soltanto negli ultimi mesi».
• La Corea del Nord rischia un attacco preventivo Usa? Powell: «Non esiste alcun piano di questo genere. Gli Usa dispongono di molti mezzi: politici, economici, diplomatici e, solo alla fine, militari». Ma che accadrebbe se la Corea del Nord dicesse di voler costruire bombe atomiche per poi esportarle? «Cambierebbe tutto. I nordcoreani non hanno detto questo, hanno detto di aver bisogno di elettricità e noi sappiamo che da quel piccolo reattore non produrranno energia a sufficienza. Quindi occorrerà capire se si tratta di una politica del rischio calcolato o di un serio proposito di arricchire le loro scorte di atomiche».
• Gli Usa potrebbero vincere due guerre simultanee? Il colonnello David H. Hackworth, consulente ed esperto militare del network nazionale Fox TV di Murdoch (quello piu a destra e più allineato a Bush): «Se Donald Rumsfeld pensa davvero che l’America sia in grado di combattere due guerre simultanee in Corea e in Iraq come ha detto, sarà meglio che cambi subito fornitore di fumo».
• L’America è certamente un’’iperpotenza”, ma non è ancora un’’onnipotenza”. «Può essere colpa degli otto anni di ”Clinton neglect” per le forze armate, come denunciava Bush in campagna elettorale dimenticando che la grande smobilitazione fu lanciata dal suo papà nel 1991, ma il fatto è che gli Usa non sono oggi più in grado di condurre due guerre contemporanee, come voleva la dottrina classica. Per la campagna in Mesopotamia, i comandi sono costretti a raschiare il fondo del barile, mobilitando addirittura le Guardie nazionali. [...] Il barile americano è immenso ma non è senza fondo» (Vittorio Zucconi).
• La prospettiva di una guerra con la Corea del Nord non è gradita a Bush: «Si rende conto che non sarebbe un conflitto locale, come quello iracheno, ma di area, che potrebbe portare alla distruzione della Corea del Sud, a danni gravi al Giappone e alla destabilizzazione di parte della Cina e della Russia. Bush sembra anche preoccupato dalle possibili perdite di vite umane: fino a un milione di morti, stima il Pentagono, fra cui centomila soldati e civili americani. Nella Guerra di Corea, dal 1950 al 1953, gli americani caduti furono 33 mila» (Ennio Caretto).
• Tre pesi e tre misure diverse per i tre demoni dell’Asse del Male, Iran, Corea e Iraq. «Con i chierici di Teheran si negozia già sotto banco. Con Pyongyang, che dispone sul 38esimo parallelo di un milione di soldati e di artiglierie capaci di vomitare 1.400.000 proiettili in 24 ore sugli appena 36mila soldati Usa lungo la zona smilitarizzata, si tratta apertamente, spedendo d’urgenza un sottosegretario di Stato a sentire quanti sacchi di riso vogliono i nordcoreani per starsene tranquilli. Con Bagdad, nessun compromesso, inflessibile severità, ”limpidezza morale” assoluta e guerra. L’Iraq, in quel triangolo del Male, è l’unica nazione araba e sarà attaccata. Probabilmente, soltanto una sfortunata coincidenza» (Zucconi).
• Bush non vuole essere colto tra l’incudine Saddam e il martello Kim Jong II. Ma questo temporeggiare «potrebbe essere controproducente. Da un lato potrebbe rafforzare il palese sospetto del dittatore nordcoreano che dopo il raìs verrà il suo turno, e quindi spingerlo ad accelerare il programma di riarmo atomico. Dall’altro, demandando la crisi della Corea del Nord all’Onu, potrebbe fornire alla Russia e alla Cina (e sicuramente non spiacerebbe loro) l’occasione di chiedere all’America un alto prezzo per la sua soluzione: la rinuncia all’attacco all’Iraq» (Caretto).
• Dibattere se l’ordine di precedenza di Bush sia errato o no è inutile: «Il presidente ha deciso di disarmare prima il raìs, e lo farà con o senza l’Onu. Né lo si può criticare per il ricorso al Consiglio di sicurezza sulla Corea del Nord: la crisi non è solo bilaterale, investe tutta l’Asia e potrebbe riflettersi sull’Europa; è rassicurante, poi, che la Superpotenza non abbia agito unilateralmente. Ma le possibilità di successo sarebbero molto maggiori se Bush non rifiutasse a priori il dialogo con Pyongyang e cercasse di operare di concerto con la Corea del Sud, che insiste sulla strategia dell’aurora (sunshine), l’unificazione della penisola. Gli esperti sostengono che Kim Jong Il giostra sul baratro atomico alla ricerca di aiuti e compromessi. Varrebbe la pena di appurarlo, senza lasciare che la crisi si incancrenisca. Tra alcuni mesi, come lascia intendere Powell, potrebbe essere troppo tardi» (Caretto).
• Cina, India, Pakistan hanno la bomba, l’Iran potrebbe averla, la Corea del Nord anche. «Credevamo chiusa l’era della minaccia nucleare (almeno di quella incontrollata, se diamo per scontato che le armi atomiche in Russia, Usa, Israele siano poco pericolose), e non è vero. [...] Siamo sicuri che attaccare l’Iraq, per metterne sotto controllo il petrolio e ridimensionare l’Arabia Saudita, che fornisce agli Usa il 17 per cento del greggio, sia oggi più importante che convincere la Corea a rinunciare alla bomba? Siamo sicuri che lasciar mano libera alla Russia in Cecenia, per averla nella coalizione anti-terrorismo, sia la scelta conveniente per tutti? Siamo sicuri che spingere la Cina nel Wto, per aprire un mercato da un miliardo e trecento milioni di consumatori, senza farle troncare i commerci nucleari con Corea del Nord e Pakistan, sia un bene per tutti? E poi la guerra, nel decennio diventata uno strumento tanto usato per risolvere le contese internazionali. A che serve la globalizzazione, se poi usiamo i soliti missili? Intendiamoci: questo è un dramma per gli Usa, costretti a fare forse più di quanto vogliono, certo più di quanto è umanamente possibile. E infatti diventano bersaglio di ogni terrorismo. Purtroppo, loro forse sbagliano, noi certo manchiamo. Per prima l’Europa» (Fulvio Scaglione).