Pallinato da Frammenti, Gruppo AAA, 16 dicembre 2002
L’’anno orribile” della Fiat non riesce a giungere a un epilogo
• L’’anno orribile” della Fiat non riesce a giungere a un epilogo. «Benché non accettata dai sindacati, sembrava che almeno l’intesa col governo sul piano industriale potesse segnare un punto fermo, con l’impegno dell’esecutivo a finanziare la ”mobilità lunga” per gli operai che non riusciranno a tornare in fabbrica entro un arco ragionevole di tempo e la disponibilità dell’azienda a non considerare definitiva la chiusura degli stabilimenti che sono stati fermati. In pochi giorni tutto è di nuovo mutato» (Massimo Gaggi).
• Dalle veline alle Eveline. Sabato 7 dicembre l’amministratore delegato Fiat, Gabriele Galateri, e la moglie Evelina Christillin sono stati invitati da Gianni Agnelli a Villa Frescot. Inaspettatamente, invece della cena hanno ricevuto una comunicazione di licenziamento. Lui andava dicendo da mesi che non ce la faceva più, che non si sentiva a suo agio in un mestiere che non era il suo (è uomo di finanza, che ne sa d’automobili?). Gli Agnelli, nel sollevarlo dal ruolo, credevano di fargli un piacere. Il problema è che lui si aspettava di tornare alla Ifi-Ifil in cui si era mosso con agio e successo negli ultimi vent’anni, lo dava per scontato, ma quel «naturalmente lei torna a corso Matteotti» non è arrivato: «Il fedele servitore e la di lui moglie si vedono ingratamente liquidati su due piedi». La signora, particolarmente avvilita, ha raccontato in giro la storia «introducendola nell’inevitabile corto circuito mediatico che la enfatizza trsformandola in gossip» e scatenando «un bailamme che da lì a poche ore travolgerà la Fiat e il mondo finanziario che gli ruota intorno» (Paolo Madron).
• Il piano di Umberto Agnelli prevedeva anche la destituzione del presidente Paolo Fresco. «Che cosa può aver spinto Umberto a un passo così clamoroso? Molte cose. Prima di tutto il fatto che con una Fiat che perde 200-300 miliardi di vecchie lire al mese lo spazio per discutere, pensare, ecc., è ridotto al minimo. Occorrevano interventi rapidi. E, certo, faceva un po’ impressione che alla guida della casa torinese, come presidente, ci fosse quello stesso Paolo Fresco che in fondo in questo guaio l’ha cacciata, e senza nemmeno accorgersene, se non quando ormai era troppo tardi» (Giuseppe Turani).
• Nell’opinione di Umberto, Fresco ha fallito il compito che gli aveva assegnato il fratello Giovanni, trovare un compratore, possibilmente americano: «Umberto teme che la General Motors si sia ormai pentita di aver preso l’impegno di rilevare Fiat Auto. La casa italiana non rappresenta più un’opportunità agli occhi di Rick Wagoner, il charmain del gruppo di Detroit, bensì un rischio. Anzi, un pericolo grave» (Massimo Mucchetti).
• Le banche creditrici (Capitalia, Unicredito, Intesa-Bci, San Paolo-Imi) erano all’oscuro di tutto: «Non è difficile immaginare il travaso di bile dei banchieri, un travaso doppio, anzi triplo: prima per aver appreso dalle agenzie la notizia di un ribaltone, cosa che peraltro in privato auspicavano da tempo. Poi per aver saputo che a ordire la trama era stata l’odiatissima Mediobanca, che prima dell’estate aveva soffiato loro la Ferrari a un passo dal collocamento in borsa. Infine la ciliegina: il piano elaborato da piazzetta Cuccia, una superholding da una parte, frutto della fusione tra Fiat e Ifil, un polo del lusso dall’altra attorno alla Ferrari e al suo presidente Luca di Montezemolo, le metteva inopinatamente fuori gioco. Vincenzo Maranghi aveva architettato tra fusioni e scorpori una costruzione societaria che non aveva bisogno di soldi. E per un motivo molto semplice: il denaro lo avevano già copiosamente messo le banche finanziando l’ultimo aumento di capitale del Lingotto» (Madron).
• Fazio e la ”doverosa” difesa di Fresco. «Il governatore ripete che l’esposizione del sistema bancario (leggi le quattro banche) nei confronti del gruppo Fiat rientra nei limiti posti dalle norme di vigilanza. E aggiunge che i crediti in essere sono coperti dalle attività che ha il gruppo, dalle cose di valore che sono dentro la Fiat. E qui sta il punto. Quei crediti sono garantiti dall’Iveco, da Fiat Avio, dalla quota ancora detenuta nella Ferrari, e dalla ricca compagnia assicurativa Toro [...] Queste sono le cose che valgono, ma se qualcosa di questo venisse sfilato dalla Fiat spa, come sembra essere nel disegno di Mediobanca, allora le banche si troverebbero con un pugno di mosche in mano» (R. La.).
• Enrico Bondi, che nel piano Mediobanca-Umberto Agnelli avrebbe dovuto prendere il posto di Galateri, ha un curriculum che ne fa, per le banche creditrici, «un personaggio da incubo»: «Il modus operandi scelto insieme a Mediobanca per ristrutturare il debito e forzare l’acquisto di obbligazioni a prezzi superscontati ha riportato nelle tasche dei prestatori di Ferruzzi soltanto un quinto del valore» (Rob Cox).
• Un altro motivo per cui le banche hanno fatto le barricate: la questione Toro-Capitalia. Se Bondi fosse stato la ”longa manus” di Maranghi, Mediobanca, attraverso il ribaltone, sarebbe entrata di fatto nel cuore della banca capitolina, di cui la Toro del gruppo Fiat controlla il 6,6 per cento. Un’eventualità impensabile perlomeno per Geronzi e Fazio. Se poi si aggiunge alla quota della Toro il 2,8 per cento già in mano alla Premafin di Salvatore Ligresti, Mediobanca sarebbe indirettamente diventata il primo azionista di Capitalia al pari degli olandesi di Abn Amro.
• Il ritorno di fiamma tra Fiat e Mediobanca. «Umberto Agnelli, per salvare il buon nome della famiglia dice in giro che il patto con piazzetta Cuccia ha una sua dignità, va letto come lo sbocco naturale della storia delle due casematte del capitalismo italiano, ma come tutti sanno anche i potenti mentono. E poi si è ormai capito che, a differenza del passato, a differenza dell’epoca in cui Mediobanca era nelle mani di Enrico Cuccia, non è un patto tra eguali quello firmato tra Vincenzo Maranghi e Umberto Agnelli perché uno dei due giocatori bara, gioca per sé ma anche per altri. Perché è ormai evidente anche ai ciechi che una delle ombre più minacciose di quell’anomalo ritorno di fiamma tra Mediobanca e la Fiat ha i contorni di Silvio Berlusconi» (Bruno Perini).
• La svolta nella ”guerra dei quattro giorni”. Giovanni Bazoli, presidente di Banca Intesa, mercoledì ha incontrato Gianni Agnelli con l’intento di mettergli in testa «almeno il seme del dubbio». Preso atto che il ribaltone in casa Fiat era avvenuto col suo assenso, il presidente di Banca Intesa ha avvertito l’Avvocato che le banche creditrici del Lingotto non lo avrebbero consentito e per farsi capire meglio ha ”minacciato” le possibili dimissioni in blocco dell’intero consiglio d’amministrazione: «24 ore dopo cadevano le candidature di Gabetti e di Bondi e si arrivava alla tregua con gli istituti di credito, alla conferma di Paolo Fresco e alla nomina di Alessandro Barberis ad amministratore delegato» (Enrico Romagna-Manoja).
• Le banche creditrici hanno vinto. «Che il gruppo delle banche riuscisse a rimanere coeso nell’opposizione alla nuova rotta che la famiglia Agnelli intendeva seguire non era del tutto scontato, visti i complessi intrecci azionari in corso. Con il Sanpaolo Imi che ha Ifi e Ifil, le finanziarie degli Agnelli, tra i suoi soci. Con Capitalia che ha la Toro nel suo patto di sindacato appena scaduto. Con Intesa e Unicredito che hanno legami azionari con gruppi, e uomini in consiglio, che fanno riferimento a Mediobanca: Commerzbank, Generali, la Fondazione Crt. Invece lo schieramento è rimasto integro e non si è sfilacciato neppure davanti alla richiesta di incontri separati, banca per banca, che sarebbe arrivata dallo stesso governo» (Stefano Agnoli).
• Le banche hanno stravinto, parola di Umberto Agnelli: «Con una offensiva senza precedenti gli hanno impedito di nominare Enrico Bondi alla guida della Fiat. A questo punto si prendano gli onori e gli oneri di questa vittoria: d’ora in avanti la crisi Fiat diventa un problema delle banche, e nessuno s’illuda che la famiglia Agnelli aprirà il portafoglio per nuovi investimenti. Questo è il bilancio, amaro e sincero, che fa con i suoi collaboratori più intimi» (Federico Rampini).
• Le banche hanno vinto una battaglia di retroguardia. «Se la battaglia ha dimostrato che il potere delle banche non va preso sottogamba, la loro capacità di allestire una buona ristrutturazione è tutta da vedere. Avranno a che fare con un management indebolito e i rapporti con gli Agnelli saranno molto tesi. Senza una inversione di rotta, Fiat continuerà a perdere soldi, si riaccenderanno le lotte intestine e l’asse Berlusconi-Mediobanca tornerà per vendicarsi» (Hugo Dixon).
• Il passaggio dalla guerra-lampo a quella di trincea. «Il caso Fiat si intreccia con altre vicende di robusto peso finanziario e politico: il controllo del gigante assicurativo Generali, la sistemazione del gruppo Ligresti, gli assetti azionari della vecchia Banca di Roma, oltre che il destino finale di quella Hdp che tiene nella sua cassaforte un bene politicamente assai appetibile ed appetito come il ”Corriere della Sera”. Solo qualche ingenuo può ritenere che il ”blitz” tentato dall’accoppiata Maranghi-Umberto Agnelli avesse come obiettivo solo il risanamento della Fiat e il suo rilancio: in realtà l’alleanza fra i due guarda soprattutto alle partite che si possono sistemare attraverso le vendite di partecipazioni azionarie che il gruppo torinese sarà comunque costretto a fare per raddrizzare i suoi conti» (Massimo Riva).
• Oggi l’assemblea di Fiat Auto svaluta per perdite il suo capitale di 1,8 miliardi e provvede a ricostituirlo. Una mossa preventivata, grazie alla massa di manovra di 2,5 miliardi di crediti infragruppo pronti per essere utilizzati. Mercoledì le quattro banche e il Lingotto si troveranno ancora per cercare di concludere la trattativa per la cessione di Fidis, il settore dei crediti al consumo. Ma difficilmente si arriverà a una conclusione e c’è chi dubita che l’obiettivo di ”sistemare” un’operazione che per Torino vale altri 6 miliardi di debito lordo in meno possa essere portata a termine entro fine anno, come nelle intenzioni.
• Ce la farà Torino ad agganciare gli obiettivi finanziari? «A rischio, secondo qualche banchiere, sarebbe almeno il livello di debito netto. Se così fosse la via da percorrere sarebbe quella, obbligata, messa nero su bianco nel contratto: prima di convertire i tre miliardi del prestito in capitale (dopo diciotto mesi da luglio 2002) la Fiat dovrà vendere altri pezzi pregiati. Come la compagnia assicurativa Toro (controllata al 100 per cento), che valutata 2-2,5 miliardi potrebbe andare incontro a un cosiddetto ”spezzatino”: la quota del 6 per cento in Capitalia da una parte, il settore danni e quello vita per altre strade. Ma nella lista delle possibili partenze si trovano anche Fiat Avio (2,2- 2,4 miliardi), Cnh (5-600 milioni ma anche parecchio debito consolidato in meno) e persino Iveco. Sarebbe il Lingotto a decidere la scansione del programma di vendite, ma le operazioni dovrebbero comunque passare per le banche creditrici» (Stefano Agnoli).
• Il rischio Opa. In Borsa il 100 per cento del capitale ordinario Fiat vale 4 miliardi di euro. Il documento consegnato da una banca straniera a caccia di affari a grandi clienti e potenziali investitori dalle notevoli risorse non esclude la scalata diretta. «Forse è solo un esercizio accademico. Ma se un banchiere tra quelli in prima linea nella ristrutturazione del Lingotto dice che ”può succedere di tutto... Fiat vale solo 4 miliardi”, allora lo scenario può apparire molto meno accademico» (Mario Gerevini).
• L’unica cosa che conta: «E’ meglio il piano Fresco o il piano Mediobanca? Di quest’ultimo non si sa nulla: il ”polo del lusso” con Ferrari Maserati e Alfa è un interessante diversivo, ma industrialmente è poco più di un franchising [...] L’alternativa strategica è quella che la Fiat non ha ancora risolto chiaramente: salvare l’auto, anche se ciò costasse sacrificare gran parte del gruppo, oppure liberarsi a qualunque costo dell’auto, pur di salvare il resto? Il piano Fresco non è esplicito al riguardo: l’interpretazione prevalente è che esso miri a passare il testimone e a esercitare nel 2004 il put vendendo l’auto alla General Motors» (Franco Debenedetti).
• Il nuovo piano di Fresco. «Creare una nuova società - con tutte le caratteristiche dell’eccellenza a livello mondiale - nella quale dovrebbero confluire Ferrari e Maserati, oggi controllate direttamente da Fiat Spa, e l’Alfa Romeo, business unit di Fiat Auto, in cui è presente General Motors con il 20 per cento. Cosa niente affatto semplice. E Fresco si starebbe impegnando non solo per convincere Detroit ad accettare lo scorporo di Alfa ma anche di essere esclusa dal piano in cui entrerebbe la Volkswagen assumendo una quota del 49 per cento. La maggioranza, cioè il restante 51 per cento, rimarrebbe in capo a Fiat. [...] La divisione Fiat-Lancia, che è il grosso della produzione attuale del Lingotto ma anche delle sue perdite, dovrebbe confluire, una volta snellita grazie ai tagli dei costi in atto, in una nuova società che vedrebbe Fiat e General Motors principali azionisti alla pari, ciascuno con una quota del 40 per cento. Il restante 20 per cento finirebbe nelle mani delle banche. General Motors, tagliata fuori dal polo sportivo, otterrebbe come contropartita l’annullamento della temuta clausola del put concesso a Fiat per vendere tutta l’Auto, togliendosi dal capo una onerosa spada di Damocle» (Aldo Bernacchi).
• I tedeschi non entrano mai con quote di minoranza, vogliono comandare, che polo del lusso italiano sarebbe? «Nemmeno tre mesi fa in una riunione interna in Baviera, secondo una nostra fonte, il numero uno del gruppo tedesco Bernd Pischetsrieder, a chi gli chiedeva se fosse interessato all’affare italiano di cui si parla oggi, rispondeva che ”prima bisognerebbe mandare a casa l’intero management”. Montezemolo compreso» (Francesco Paternò).